Sono più famoso che in quel tempo quando tu mi conoscevi / non più amici, ho un pubblico che ascolta le canzoni in cui credevi / E forse ridono di me, ma in fondo ho la coscienza pura / Non rider tu se dico questo, ride chi ha nel cuore l’odio e nella mente la paura“. (Canzone delle Osterie di Fuoriporta, 1974)

Francesco Guccini, nato a Modena il 14 giugno del 1940, e bolognese di adozione, ci ha lasciati.

Di lui restano le migliaia di versi di canzoni/poesie che hanno segnato i giorni (e le notti) della generazione di noi giovani di un tempo, cresciuti negli Anni Settanta con i cantautori. Quelle canzoni sono poi entrate nel cuore di almeno altre tre generazioni. Guccini ha cominciato giovanissimo, con la prima chitarra, il giro delle balere a suonare e i concerti a Bologna, all’Ostaria delle Dame, per poi diventare – ispirandosi a Bob Dylan e agli chansonnier francesi – uno dei maggiori esponenti della cultura italiana dal dopoguerra a oggi. Potente anche il suo impegno civile e potenti le battaglie politiche in nome della libertà e contro l’oscurantismo.

È una coincidenza interessante il fatto che Francesco Guccini sia morto il 6 agosto, anniversario della bomba atomica che gli Stati Uniti scaricarono su Hiroshima e Nagasaki, in Giappone, 81 anni fa. Al tema della atomica, Guccini ha dedicato la canzone L’atomica cinese (del 1967). Èd è dello stesso anno e nello stesso album Folk Beat n.1 la canzone sull’Olocausto: La canzone del bambino nel vento (Auschwitz). Sugli esiti nefasti della sciagura nucleare è costruita invece la canzone Il vecchio e il bambino (nell’album Radici, 1972),

Conobbi Guccini, di persona, la prima volta, domenica 2 novembre del 1975. Durante la notte era stato assassinato Pier Paolo Pasolini. Guccini ricevette me e il mio amico Gianni D’Aniello – chitarrista – a Bologna, nella sua casa di via Paolo Fabbri 43. Allora funzionava così: andavi a casa sua a suonargli, lui ti apriva, parlavi di musica, vedevi la sua gatta e bevevi con lui un bicchiere di vino rosso.

Mesi dopo, nel 1976, Francesco venne in concerto a Verona, nel teatro di San Massimo, nell’area di controcultura. Suonavano lui e un chitarrista italiano. I suoi concerti si iniziavano sempre con Canzone per un’amica e si concludevano con La locomotiva. Una locomotiva “come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia“.

Ho ascoltato molti altri cantautori e musicisti italiani e stranieri. Posso dire che Francesco Guccini è stato il più autentico. Si è conquistato il pubblico concerto dopo concerto. Ha avuto successo, certo, ma in modo indipendente dalle logiche dello spettacolo: serata dopo serata, paese dopo paese. Guccini non si è mai inginocchiato davanti all’industria culturale. Non ha mai scritto canzoni per fare cassetta. Il successo è arrivato perché, giorno dopo giorno, ha parlato alla mente e al cuore delle persone, di tutte le età.

Le sue canzoni le consiglio sempre alle studentesse e studenti di giornalismo perché sono veri e propri corsi di scrittura in musica. Si iniziano sempre con un’immagine: “La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e 7 Up / e il sorriso da fossette e denti era da pubblicità / come i visi alle pareti di quel piccolo Autogrill / mentre i sogni miei segreti li rombavano via i Tir” (Autogrill, 1983). Non solo: anticipano di alcuni decenni le sacre regole del web copywriting, quello che mette al centro l’altra persona, non se stessi. Il tutto in quello spazio ideale, ma anche fisico, fra la via Emilia e il West, per citare la sua canzone di rabbia, Piccola Città, dove ripercorre sprazzi di vita a Modena, sua città natale.

I versi di Guccini citati con Dante, Pavese e Cicerone

La sua più grande opera, a mio parere, è all’interno di un disco che lui odiava: Stanze di vita quotidiana, dove c’è anche la Canzone delle osterie di fuori porta, che più amo in assoluto. La canzone più amara, più triste e più gucciniana è però Canzone per Piero. Capii subito che era un capolavoro, quel pezzo, quando uscì che avevo 17 anni, nel 1974. È una canzone lunghissima e difficile, ma costrinsi il mio maestro di chitarra classica di allora a trascriverne gli accordi. E ogni tanto me la suono, fino a che la commozione non mi chiude la gola. Perché è una canzone d’amore per un amico, Piero. Nel 2004 Canzone per Piero fu citata, tra le tracce all’esame di maturità, per il tema sull’amicizia, assieme a Dante, Pavese, Cicerone, Verga e ad altri giganti della letteratura di tutti i tempi.

Quel giorno del 1975, con il mio amico Gianni a Bologna, Francesco ci mostrò la sua chitarra Masetti, fatta a mano, Ci mostrò le bottiglie di Recioto. Parlò in inglese con la sua amica australiana che ospitava, mentre la prima moglie – Roberta – era lontana. Si stavano separando. Ricordo le pareti tappezzate di libri. I giornali sulla scrivania. La gatta della foto dell’album Radici seduta sul tavolaccio dove ci offrì un bicchiere di vino. Gianni gli aveva chiesto un autografo, ma allora non si usava – dai cantautori autentici – firmare autografi; e così andò per il vino. Ricordo, poi, le tantissime sigarette smorzate a metà.

Dall’inizio, nel 1967, all’ultimo disco di sue canzoni in lingua italiana, L’Ultima Thule, che incise nel 2012 e che recensii per L’Arena, Francesco Guccini ha inciso 16 album. Ha composto anche per altri artisti – Nomadi in testa – e le sue canzoni, grazie al musicista Mauro Pagani, sono state incise da cantanti dalle più diverse caratteristiche, nei due album Note di Viaggio 1 (2019) e Note di Viaggio 2 (2020). Guccini scrisse persino una canzone per la veronese Gigliola Cinquetti, incredibile ma vero. E ne scrisse alcune anche per l’amica Caterina Caselli.

Guccini era geniale nello scrivere e levigare i suoi testi, colti ma nello stesso tempo cantabili da tutti. Grazie ai suoi pezzi ho scoperto Ernest Hemingway, il poeta Umar Khayyām e il filosofo Arthur Schopenhauer prima si studiarlo al liceo. Era però anche un colto musicista e un bravo chitarrista, anche se le sue musiche lasciano volentieri il passo alle parole. Guccini si rifiutava di scrivere canzoni facili e brevi, come sottolinea, ironico, in Via Paolo Fabbri 43: “Se fossi accademico, fossi maestro o dottore, ti insignirei in toga di quindici lauree ad honorem, ma a scuola ero scarso in latino e il “pop” non è fatto per me: ti diplomerò in canti e in vino qui in via Paolo Fabbri 43“.

Un giocoliere delle parole tra musiche e romanzi

L’ultima volta che vidi Guccini fu a Pavana, nel giugno del 2010, sull’Appenino tosco-emiliano, in provincia di Pistoia, grazie all’interessamento del giornalista veronese Enrico de Angelis. A Pavana andai con Alberto Scapini, giornalista del quotidiano L’Arena, in un giorno grigio e imbronciato. Francesco ci accolse, da solo, a casa sua per l’intervista. Era nero d’umore, come la pece. Non ho dubbi: fu la più difficile intervista della mia vita. Non è facile intervistare qualcuno che è nero d’umore. Non aveva accanto a sé la moglie Raffaella, insegnante e impegnata con l’esame di maturità; e quindi non aveva voglia di parlare.

Passarono tuttavia lisce le due ore di intervista. Riuscimmo persino a farlo ridere. Ho ancora la registrazione audio e le foto di quel colloquio sulle sue canzoni, e sulla sua carriera sia di cantautore che di scrittore. Va ricordato, infatti, che Guccini ha scritto – con Loriano Machiavelli – anche romanzi gialli; e per conto suo saggi di indubbio interesse storico. Era un fine cultore e studioso delle parole, anche se preferiva definirsi in maniera più semplice: “Ed io, burattinaio di parole, perché mi perdo dietro a un primo sole, / perché mi prende questa assurda nostalgia?” (Samantha, 1993, nell’album Parnassius Guccinii).

Alla fine, Alberto Scapini e io confezionammo un ampio articolo per la pagina della Cultura de L’Arena, che mesi dopo Repubblica ci copiò di sana pianta (foto inclusa). Raccontammo il ritratto e il profilo intimo del cantautore e scrittore montanaro, da anni ritiratosi sull’Appennino tosco-emiliano che tanto amava. Viveva con la compagna Raffaella, che poi sposò, nella casa di famiglia, con sotto i locali del vecchio mulino dei suoi antenati. Il cattivo umore e l’indolenza di quel giorno sparirono quando gli feci dono di un mio libro universitario dove, scrivendo di razza, citai un brano della sua canzone che oltre 11 milioni di fan hanno già ascoltato su YouTube e che Guccini detestava: L’Avvelenata (anno 1976).

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Francesco Guccini e il giornalista Enrico de Angelis, foto di Francesco Pazzi

La contestazione nel 1977 a Verona e L’Avvelenata

La canzone L’Avvelenata fu una rabbiosa reazione di Guccini alla contestazione che gli fecero, nel 1977, proprio a Verona, fuori del Teatro Laboratorio, alcuni militanti della Sinistra extraparlamentare. A contestarlo c’erano anche un paio di mie ex compagne di classe del liceo, che manco sapevano chi fosse davvero Francesco Guccini. Nel giugno del 2020, in periodo di pandemia da Covid-19, in compenso, con Enrico de Angelis, massimo esperto in Italia di cantautori, organizzammo proprio da Verona (con la biblioteca di Mezzane di Sotto) una diretta per gli 80 anni di Francesco Guccini, che è stato con affetto soprannominato “il Maestrone”, dall’alto dei suoi 194 centimetri di statura.

Ecco la parte che citai nel mio libro sulla comunicazione interculturale e che piacque a Guccini: “Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni / Credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni / Va beh, lo ammetto che mi son sbagliato e accetto il “crucifige” e così sia / Chiedo tempo, son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato“. I versi delle sue canzoni sono all’inizio di ogni capitolo del mio ultimo libro sul Giornalismo Interculturale, ma questo libro non sono riuscito a darglielo perché sognavo di tornare a Pavana di persona.

Fra le centinaia di canzoni che Guccini ha scritto, e che non è possibile menzionare qui, altre tre meritano di essere ricordate e ascoltate. Fanno parte di quella tradizione del Maestrone di dedicare sempre un pezzo almeno, in ogni album, a un personaggio. Ecco, allora, Cyrano, poi Odysseus e Cristoforo Colombo. Ma ci sono anche Il Frate, L’ubriaco, Il pensionato. Indimenticabili poi Dio è morto, censurata dalla Rai nel 1965 e trasmessa da Radio Vaticana, e Incontro, una canzone d’amicizia dalle profonde suggestioni. Ho poi sempre nel cuore la delicatissima e intima Canzone quasi d’amore.

Cosa resta delle canzoni e dei libri di Guccini

Di Francesco Guccini – oltre ai libri e alle canzoni – è importante ricordare l’impegno politico come indipendente da ogni partito, ma su chiare posizioni antifasciste e contro ogni forma di dittatura. La canzone Lager (nell’album Metropolis, 1981) precede addittura la tesi del sociologo Zygmunt Bauman, sul rapporto tra la logica dei campi di sterminio e quella della società burocratica e industriale contemporanea, nel libro Modernità e Olocausto (anno 2010, in italiano): “Cos’è un lager? Sono mille e mille occhiaie vuote, sono mani magre abbarbicate ai fili / Son baracche, uffici, orari, timbri e ruote, son routine e risa dietro a dei fucili / Sono la paura, l’unica emozione, sono angoscia d’anni dove il niente è tutto / Sono una pazzia ed un’allucinazione che la nostra noia sembra quasi un rutto / Sono il lato buio della nostra mente, sono un qualche cosa da dimenticare / Sono eternità di risa di demente, sono un manifesto che si può firmare“.

Cosa resta, oltre ai suoi libri e alle sue canzoni, di Francesco Guccini oggi? Ecco il mio personale elenco: la passione per la libertà (vedi la canzone La tua libertà); l’amore per “quel tarlo mai sincero che chiamano pensiero” (parole sue in Canzone di notte n.2); l’antifascismo e la contrarietà a tutte le dittature, comunista inclusa (del 1970 è la sua splendida Primavera di Praga, cantata anche dai Nomadi); il saper parlare di se stesso, delle proprie crisi, interpretando tutti noi e le nostre crisi; la capacità di attrarre e tenere l’attenzione del pubblico, con la sua ironia e la passione per l’umano.

Il testamento di Francesco Guccini è tutto nella canzone L’Ultima Thule, incisa con l’ultimo album del 2012, ovvero l’attesa e l’ultima partita con la morte. Il pezzo fu peraltro scritto quando Francesco Guccini era giovane, perché lui, come scrisse in un’altra canzone, “appena giovane sono invecchiato”.

La canzone-testamento di Francesco Guccini, L’Ultima Thule

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