A un anno e mezzo dalla sua uscita, Brenta Connection continua a riempire sale e arene estive, trasformandosi lentamente in un “piccolo caso” del cinema indipendente veneto. Prima il passaparola, poi le proiezioni in tutta la Regione e infine lo sbarco in streaming: un percorso inatteso per un film nato quasi in sordina, con un budget ridotto e una forte identità territoriale. Lo hanno raccontato il regista Cristian Tomassini e lo sceneggiatore Silvio Marotta, nei giorni scorsi a Verona per un incontro con il pubblico organizzato a Villa Buri dall’associazione Ri-Ciak.

L’evento si è aperto con un ricordo di Silvio Comis, l’attore scomparso prima di poter vedere il film completato. «Era felicissimo di avere finalmente un ruolo importante», ha ricordato Tomassini, sottolineando il percorso dell’attore, già protagonista di collaborazioni con Carlo Mazzacurati e Alessandro Rossetto.

Da quel momento il tono si è fatto più leggero, proprio come il film, difficile da rinchiudere in una sola categoria. «Siamo grandi appassionati di cinema di genere», ha spiegato Marotta. «Dal poliziesco all’italiana al thriller, fino al pulp. Brenta Connection è un po’ la somma delle cose che ci sono sempre piaciute». Tomassini ha scherzato immaginando persino «una commedia horror in dialetto veneto», mentre entrambi hanno ribadito come il grottesco della storia nasca soprattutto dall’osservazione della realtà. L’ispirazione iniziale, infatti, arriva da un fatto di cronaca realmente accaduto in provincia di Vicenza: la misteriosa sparizione di una consistente somma di denaro nascosta dentro una fotocopiatrice. Da quell’episodio è nata una vicenda del film (ambientata nel Padovano) che, strada facendo, ha preso vita propria. «I personaggi hanno iniziato a chiederci spazio», ha raccontato Marotta. «All’inizio qualcuno doveva persino morire, poi ci siamo affezionati a tutti e abbiamo cambiato completamente il percorso».

Più che inventare situazioni assurde, quindi, gli autori hanno raccolto episodi realmente accaduti nella provincia veneta, mescolandoli fino a creare un universo credibile proprio perché sospeso sul confine tra realtà e finzione. «Le persone, quando sanno che fai un film, iniziano a raccontarti storie incredibili», ha osservato Tomassini, ricordando come molte delle situazioni più bizzarre siano nate proprio da racconti ascoltati nei paesi.

Il paese come protagonista e il dialetto come scelta identitaria

Anche le location sono figlie dello stesso rapporto con il territorio. Il bar che apre e chiude il film, a Carturo, diventa una sorta di punto di raccolta della comunità, una scelta che Marotta definisce «classica», ispirata alla tradizione del cinema e della televisione italiana.

Le riprese, concentrate soprattutto nelle ore notturne, hanno trasformato per due settimane il paese in un set inconsapevole. Gli abitanti, spesso ignari di quanto stesse accadendo, si sono ritrovati davanti scene surreali: un cimitero illuminato nel cuore della notte, un attore armato di pistola (rigorosamente scenica), una lastra di marmo trasportata per girare una sequenza improvvisata, sottopassi chiusi e curiosi che cercavano comunque di attraversare il set. Episodi raccontati con ironia, ma che restituiscono bene il clima di una produzione indipendente, costruita giorno dopo giorno, imparando in qualche caso il mestiere direttamente sul campo. «Il lungometraggio, che non avevamo mai fatto prima, di fatto lo abbiamo imparato… facendolo», hanno ammesso i due protagonisti della serata.

Tra gli elementi più caratterizzanti del film c’è l’uso del dialetto veneto, una decisione che avrebbe potuto limitarne la diffusione. «Era la lingua naturale dei personaggi», ha spiegato Tomassini. «In quei paesi la gente parla così e gli attori risultavano molto più autentici». Una scelta che, inevitabilmente, ha confinato la distribuzione soprattutto all’interno del Veneto, ma che ha contribuito a creare un forte senso di appartenenza. «La gente si riconosce nei personaggi e nelle situazioni», ha aggiunto Marotta, sottolineando come perfino i sottotitoli italiani siano stati pensati come un gioco linguistico più che come una semplice traduzione.

Anche il personaggio dell’americano di Daniel, che parla esclusivamente inglese in mezzo ai dialoghi in dialetto, nasce da un episodio realmente vissuto da Tomassini, quando anni fa uno statunitense suonò ai campanelli della sua via cercando una ragazza. «Ci piaceva l’idea dello scontro tra lingue diverse e della difficoltà di comprendersi».

Il cast è stato costruito valorizzando soprattutto attori di teatro veneti, molti dei quali con decenni di esperienza alle spalle ma raramente protagonisti sul grande schermo. «Qualcuno pensa siano attori amatoriali», ha osservato Tomassini. «In realtà sono professionisti che calcano i palcoscenici da venti o trent’anni».

Un piccolo cult nato dal passaparola

Cristian Tomassini, il regista di “Brenta Connection”

Il momento più emozionante, hanno raccontato i due autori, è arrivato durante la prima proiezione pubblica. «Non sapevamo come avrebbero reagito le persone al nostro film», ha ricordato Tomassini. «Quando abbiamo sentito la sala ridere continuamente ci siamo abbracciati. Abbiamo capito che forse qualcosa funzionava davvero».

Da allora il film ha continuato il suo percorso grazie quasi esclusivamente al passaparola. Nessun budget promozionale, numerose proiezioni nei cinema e nelle rassegne estive e, oggi, anche la disponibilità in streaming su Prime Video. «È merito del pubblico», ha detto Tomassini. «La promozione l’avete fatta voi raccontando il film ad amici e conoscenti».

Nel corso dell’incontro è emerso anche il tema del momento positivo che sta vivendo il cinema indipendente veneto. Il confronto con Le città di pianura, inevitabile per due produzioni regionali uscite a pochi mesi di distanza, viene però ridimensionato dagli stessi autori. «Sono film con produzioni e budget completamente diversi», ha spiegato Tomassini. «Più che fare paragoni, sarebbe bello che il cinema veneto riuscisse a fare rete e che il pubblico continuasse a sostenere queste produzioni».

Lo sguardo, infine, è già rivolto al futuro. Una nuova sceneggiatura è pronta, ancora avvolta dal riserbo, ma con lo stesso spirito che ha dato vita a Brenta Connection: raccontare la provincia attraverso personaggi sopra le righe, ispirati a storie vere e capaci di trasformare il quotidiano in una commedia grottesca. «Esiste già», hanno sorriso Tomassini e Marotta. «Adesso speriamo solo di riuscire a portarla sullo schermo».

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