Mother Tongue Records: il vinile dopo Spotify
La storia, la filosofia e i progetti dell'etichetta veronese attraverso le parole di uno dei suoi fondatori.

La storia, la filosofia e i progetti dell'etichetta veronese attraverso le parole di uno dei suoi fondatori.

Mother Tongue Records nasce da un’ esigenza concreta: cinque amici, collezionisti di dischi e DJ, si accorgono di quanto sia complesso produrre un disco affidandosi a un pressing plant esterno. Decidono così di provare a stamparseli da soli. Una scelta che, nel giro di pochi anni, porta alla costruzione di una realtà indipendente capace di riunire produzione, etichetta e distribuzione di dischi in vinile. I soci sono Pietro, Carlo, Patrick, Mattia e Andrea. Provenienti da ambiti lavorativi differenti, ma tutti da sempre legati alla musica e al disco in vinile. Nel 2018 partecipano a un bando europeo finanziato dalla Regione Veneto, e lo vincono. Per coprire il resto dell’investimento chiedono anche un mutuo, pari a circa metà della cifra necessaria. Nel dicembre dello stesso anno prendono possesso dello spazio, in riva al fiume Adige, e acquistano la macchina per stampare i dischi. Nessuno di loro lo aveva mai fatto prima.
Andrea e Patrick lasciano il proprio lavoro e si dedicano interamente alla nuova attività: Andrea alla produzione, Patrick all’etichetta e al rapporto con i clienti; gli altri soci si dedicano al progetto in sovrapposizione ai loro rispettivi lavori. La domanda è immediata e i primi anni sono intensissimi. Durante la pandemia riescono a continuare a produrre e a farsi conoscere anche fuori dall’Italia. In seguito arrivano nuovi collaboratori, tra cui Gary, Max e Sam, e si ampliano le competenze L’idea iniziale era quella di una bottega contemporanea: un luogo in cui il cliente potesse trovare non solo un prodotto, ma competenze, assistenza e servizi diversi. Lo spazio rispecchia questa impostazione: è vicino al centro di Verona ma immerso nel verde, ai margini della città e accanto a un maneggio, in un ambiente informale anche nel modo di lavorare. Ne parliamo con Andrea, uno dei soci fondatori.

Siete nati quando lo streaming era già dominante. Che rapporto avete con il digitale?
Distribuiamo sia dischi in vinile sia musica digitale. Non siamo contro lo streaming: sono modalità diverse, che possono convivere. La profondità del suono e il fascino del disco restano speciali e insostituibili, ma sarebbe sbagliato ignorare il digitale. Il nostro pubblico, però, è composto soprattutto da DJ, e per loro il vinile ha sempre avuto e continuerà ad avere una funzione precisa.
Nel vostro caso il disco non è quindi principalmente un oggetto da collezione.
Per DJ e selector è soprattutto uno strumento di lavoro. Ci sono naturalmente anche i collezionisti, ma nel nostro settore rappresentano una parte più limitata del pubblico. Chi compra i nostri dischi spesso li utilizza davvero, li porta nei locali e li suona. Questo influenza anche il modo in cui scegliamo e realizziamo le uscite.
Avete riunito pressing plant, etichetta e distribuzione. Quali vantaggi comporta avere tutto internamente?
Si eliminano molti costi e passaggi intermedi rendendo il flusso più agile. Si accorciano le distanze con il cliente (etichette ed artisti) consentendo una uno sviluppo più attento e mirato di ciascun progetto legato all’etichetta o alla distribuzione. All’inizio lavoravamo soprattutto per conto terzi, e questa rimane ancora una parte importante dell’attività. Nel corso degli anni, però, l’etichetta e la distribuzione hanno assunto un peso significativo nel fatturato, proprio perché offrono margini e possibilità di sviluppo diversificati.

Il vinile impone tempi più lunghi e una maggiore selezione. È un limite o un valore?
È un valore. Un disco deve essere pianificato insieme a chi lo sviluppa e richiede maggiore consapevolezza. Non può essere semplicemente caricato su una piattaforma e dimenticato il giorno successivo. Bisogna scegliere il progetto, curarlo, investirci. Il vinile obbliga tutti a prendere decisioni più precise.
Come costruite l’identità dell’etichetta?
Entrano in gioco diversi elementi: l’affinità personale, la fiducia, la qualità del progetto e soprattutto la compatibilità sonora. Lavoriamo con deep house, jazz, nu-jazz, broken beat, soul e generi affini. Ormai i negozi e il pubblico sanno cosa aspettarsi quando vedono il nostro marchio, e vogliamo mantenere questa riconoscibilità. Naturalmente bisogna anche osservare il mercato: alcuni generi funzionano in un determinato momento e l’anno successivo possono perdere attenzione. Però non possiamo inseguire ogni moda. L’identità deve restare la nostra.
Che cosa può offrire oggi un’etichetta indipendente a un artista?
Prima di tutto credibilità. Se possiede i canali giusti, un’etichetta può dare risonanza e amplificare il lavoro di un artista. Ma non può sostituirsi al progetto. Servono costanza, convinzione e capacità di persistere. Alcuni dischi funzionano più di altri, è inevitabile, ma l’impegno continuo rimane fondamentale.

Quanto conta Verona nella vostra storia?
Siamo molto legati alla città. L’evento gratuito organizzato a maggio a Porta Vescovo per celebrare il nostro settimo anniversario ne è una dimostrazione: un incontro con DJ, musica, dischi da ascoltare e acquistare direttamente, in un luogo importante della città. Era la trasposizione naturale di quello che avevamo immaginato all’inizio: creare stimoli, incontro e divertimento attorno alla musica.
Io vengo da Milano e vivo a Verona da molti anni. Qui ho trovato responsabilità, fiducia e competenza, forse più che altrove. Sono elementi che hanno avuto un ruolo importante anche nello sviluppo dell’attività.
Come immaginate il futuro di Mother Tongue?
Dovremo ampliare la struttura per poter sviluppare pienamente tutti gli aspetti del progetto. Ci interessa anche la formazione e vogliamo lavorare sempre di più sul brand. Ma la crescita non dovrà cambiare la nostra identità. La musica dovrà continuare a essere la nostra. È stato tutto così frenetico che a volte mi sembra di avere iniziato ieri. Allo stesso tempo abbiamo fatto talmente tante cose che sembra di lavorare in questo settore da sempre. Siamo felici della scelta fatta e non la cambieremmo per nessun motivo.

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