Dopo la recensione di Marco Triolo pubblicata la settimana scorsa, proprio a pochi giorni dall’uscita ufficiale del film nelle sale cinematografiche, torniamo a parlare dell’ultima opera di Nolan offrendo ai nostri lettori quattro nuove opinioni dei nostri collaboratori.

Tridimensionalità – Emanuele Antolini

Vedendo L’Odissea si ha la sensazione di assistere a un cinema d’altri tempi, soprattutto per il modo in cui Christopher Nolan sceglie di mettere in scena alcuni degli episodi più celebri del poema di Omero. Al di là di ogni considerazione storica e politica su questo adattamento – che sceglie coraggiosamente di parlare della fine della nostra epoca – ciò che colpisce è il senso di tridimensionalità delle immagini che si dispiegano sul grande schermo. Quello di Nolan è un cinema plastico, capace di restituire il volume degli spazi in cui gli attori si muovono, la monumentalità delle scenografie, la consistenza del tempo; come se Hollywood si fosse fermata all’epoca classica, in un mondo in cui il verde degli schermi della computer grafica è stato sostituito da quello degli alberi delle foreste. Il viaggio di Odisseo verso Itaca offre così a Nolan l’occasione di restituire al cinema una centralità culturale, intesa anzitutto come evento collettivo, attraverso una serie di tappe che coincidono con altrettante set pieces capaci di esplorare la magia di quest’arte in un mondo in cui, come si legge all’inizio del film, la magia è soltanto apparente.

Ne nasce un kolossal che ha il sapore di un trucco da prestigiatore, una macchina del tempo che ridefinisce i confini di ciò che il cinema può ancora essere, un ottovolante spettacolare capace di parlare a qualsiasi tipo di pubblico. Resta allora la domanda che il film sembra lasciare sospesa: Odisseo è ancora l’ultimo degli eroi antichi o è già il primo uomo moderno? L’inventore del cavallo di Troia non appare come una figura cristologica capace di redimere il mondo attraverso il sacrificio, ma come l’artefice di una modernità che deve convivere con il peso delle proprie invenzioni. Che Nolan suggerisca proprio questo? L’uomo moderno nasce nel momento in cui l’intelligenza diventa più potente della forza e, insieme, infinitamente più colpevole. (Emanuele Antolini)

Voto: 4/5

Vuoto emotivo – Cristiana Albertini

Perché Christopher Nolan ha scelto l’epica greca occidentale per parlare al mondo contemporaneo? Questa domanda trova parziale risposta guardando il film in IMAX, preferibilmente in lingua originale americana. Nolan dimostra ancora una volta il suo talento. Tuttavia, l’Odissea rappresenta un poema fondamentale della cultura occidentale, una sfida anche per le riscritture più audaci. Questa pellicola propone una versione che vuole essere attuale, moderna e riflettere il mondo complesso e in declino che stiamo attraversando. I salti temporali della narrazione, la rivisitazione intensa di alcuni personaggi come la Maga Circe/Samantha Morton, il mare spesso tempestoso e oscuro, gli uomini costantemente in conflitto, la brama di potere e di conquista sono elementi che emergono con forza, colpiscono e stimolano la riflessione. Ulisse, interpretato da Matt Damon, appare solo, intrappolato in una storia dove la ricerca della pace è un’illusione, consapevole che la conquista è violenta e non un bene (come dimostra la guerra di Troia), ma al contempo riconoscendo che la lotta e la vendetta possono risultare inevitabili. Un’ambiguità che sconvolge e tormenta.

Chi non crede in Ulisse percepisce gli Dei come lontani, e l’unica figura, Atena/Zendaya, appare più una proiezione del sé che una presenza spirituale. Nell’Odissea di Omero, invece, gli Dei sono vivi e presenti, la lotta tra bene e male è sempre in agguato, e astuzia e orgoglio possono sfidare persino Zeus, mentre l’uomo impara dai propri limiti. Dante, nel canto XXVI, ha colto profondamente la sfida di Ulisse. Nell’Odissea di Nolan si intravede l’incipit, ma permane una sensazione di vuoto emotivo. Da riscoprire per una comprensione più intensa sono Le avventure di Ulisse di Franco Rossi e Mario Bava, sceneggiato tra il 1961 e il 1974, trasmesso in bianco e nero dalla Rai con una prefazione che cita versi del poeta Giuseppe Ungaretti, produzione Dino De Laurentiis, sceneggiatura e traduzione di Rosa Calzecchi Onesti. Indimenticabili Ulisse/Bekim Fehmiu e Penelope/Irene Papas, un grande progetto culturale della Rai dell’epoca. Questa Odissea resta una lezione che scuote le acque su temi ancora profondamente attuali, culminando in un’emozione finale nel dialogo rivelatore tra il mendicante Ulisse e Penelope (la straordinaria Anne Hathaway), che si ritrovano tra fedeltà e amore, senza il ricorso allo stratagemma del letto nuziale. (Cristiana Albertini)

Voto 3/5

Apparente Odissea – Mirco Cittadini

Il mito è vivo quando è generativo. Quando offre occasione per riflettere sui propri tempi. In questo i tragici greci sono stati insuperabili. Omero diventa materiale per variazioni continue. Quindi legittima e necessaria la rilettura del mito che ne fa Christopher Nolan, al netto di ogni polemica. Il cuore della sua lettura è interessante. La guerra di Troia non nasce dall’amore per Elena, ma dalla conquista delle rotte commerciali. Odisseo è un veterano tormentato, segnato dal trauma e dal senso di colpa. Gli dèi non scompaiono, diventano presenza simbolica, rielaborazioni psichiche, mentre la figura di Sinone assume un rilievo inatteso, quasi uno specchio del protagonista. Anche Agamennone acquista una nuova forza, passando dall’armatura minacciosa alla vulnerabilità spogliata per mano di Clitemnestra. Il film convince nella parte iliadica e in tutto quello che riguarda Itaca. Anche perché  Anne Hathaway offre una Penelope intensa e autorevole, probabilmente il personaggio più riuscito. Funzionano anche Telemaco, Eumeo e un ambiguo Antinoo interpretato da Robert Pattinson. Molto efficace anche l’intreccio tra il racconto di Odisseo e la Telemachia.

Dove il film perde quota è proprio nella sua dimensione più odissiaca. Il meraviglioso resta freddo, trattenuto. Il problema non è togliergli sensualità e calore (Nolan non è un regista sensuale o caldo), il problema non è rendere le avventure di Odisseo avventure di un ciclo norreno o arturiano, il problema è renderle sbrigative. Polifemo, Circe, i Lestrigoni e perfino Cariddi appaiono privi di quella forza visionaria che il poema richiederebbe. Nolan costruisce bene la memoria della guerra e il ritorno a Itaca, ma fatica a dare corpo all’avventura. Non ne è interessato. Lo deve fare. Il film poteva essere un ottimo canovaccio per una credibilissima Eneide, dove l’idea della pietas o del post-trauma sarebbe stato più credibile. Forse tre i momenti più belli: la scena delle Sirene, la corda dell’arco che scocca come uno strumento musicale, il dialogo tra Odisseo e Penelope separati da un divisorio.

Voto 3/5

L’hybris di Nolan – Matteo Quaglia

Prima che il suo nuovo film arrivasse nelle sale, Christopher Nolan era fra i pochi rappresentanti delle arti a godere di un privilegio dal valore inestimabile: quello di un’indipendenza e di una libertà di pensiero che esulavano da qualunque fazione e da qualunque tipo di ideologia. Quanti sono, oggigiorno e nel corso della storia, gli autori che non vengono, d’istinto, associati a questo o quel credo politico o religioso? Ogni pensatore è ritenuto, a torto o a ragione, schierato, da una parta o dall’altra; e ogni ulteriore analisi – che impieghi tempo e fatica intellettuale per cogliere il significato più vero dei suoi ragionamenti – è spesso ritenuta superflua. Per evitare di incappare, dunque, in questo error communis, a proposito del lungometraggio di Nolan, è consigliabile non limitare l’esperienza a un’unica proiezione. Due visioni in sala IMAX e una nel formato standard rappresentano, forse, un buon punto di partenza per riflettere, adeguatamente, sull’ultima fatica del cineasta britannico.

Da qui, una domanda sorge spontanea: perché il regista ha deciso di rinunciare alla propria posizione super partes? Non è detto che, prima o poi, una risposta sincera venga formulata. Diverse motivazioni possono averlo condotto da un punto A, la passione dichiarata per i classici e la necessità di omaggiarli, a un punto B, l’incapacità di ben meditare su questioni estremamente complesse, arrivando a elaborare dei giudizi e a compiere delle scelte poco originali. Ormai, però, il dado è tratto. C’è chi esalta questo approccio, c’è chi lo condanna in toto. Impensabile, d’altronde, che questo non accadesse. Ma valeva davvero la pena costringere il pubblico a schierarsi a tutti i costi? Ed era necessario servirsi di Omero e di una tradizione millenaria per alimentare il fuoco di una discordia che è già fondata sul sonno della ragione? Attraverso questa operazione, Nolan rischia di essersi macchiato di hybris, di quella stessa responsabilità che ha caricato, senza esitazione, sulle spalle del suo protagonista.

Voto 2/5

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