Da tre anni a questa parte il Tour de France è come quel film che ogni estate ritorna nella programmazione dei principali canali televisivi e che, anche se conosci ogni battuta fino al finale, non ti stanchi mai di vedere. Il protagonista è sempre lui, Tadej Pogačar, il ciclista sloveno che sta riscrivendo la storia del ciclismo. Quest’anno, trionfando alla Grande Boucle, è salito a quota cinque successi nella classifica generale, entrando in un club esclusivo a cui erano già iscritti Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault e Miguel Indurain.

Non solo, con altri cinque successi di tappa si è portato a 26 vittorie complessive – in 7 partecipazioni – mettendo ormai nel mirino il record di 35 successi di Mark Cavendish. Un numero che sembrava irraggiungibile prima che il velocista britannico, nel 2024, riuscisse a superare il precedente primato di 34 vittorie di Eddy Merckx, ma che oggi, di fronte al “Re Sole” del ciclismo moderno sembra una normale tappa di passaggio.

Pogačar ha chiuso ogni pratica per la classifica generale già alla 6° tappa (Pau – Gavarnie-Gèdre, con il passaggio sul mitico Col du Tourmalet) rifilando 2’38” al suo primo inseguitore, il solito Jonas Vingegaard. Il danese da 5 anni riveste il ruolo di attore non protagonista: l’unico capace di resistere allo strapotere di Pogačar e che per un biennio – tra il 2022 e il 2023 – ha avuto anche l’ardire di sconfiggere lo sloveno.

Il Tour de France 2023 è infatti l’ultima corsa a tappe in cui Pogačar ha perso, prima di infilare una serie – ancora in corso – di 9 giri vinti. Un altro dato che dà la misura della grandezza di un atleta che passerà alla storia non solo del ciclismo, ma dello sport in generale, è l’aver vinto in 16 dei 37 giorni in cui quest’anno si è attaccato il numero sulla schiena.

La solitudine dei dominatori

La solitudine, derivante dalla propria grandezza, di Pogačar in testa alla corsa è diventata ancora più assordante con il ritiro di Vingegaard, caduto nella 15° tappa (Champagnole – Plateau de Solaison), con conseguente frattura della clavicola. È stato a questo punto del Tour che ha provato a palesarsi l’antagonista: il belga Remco Evenepoel. Il bi-campione olimpico di Parigi 2024, con il suo carattere spavaldo e a tratti arrogante, si è preso la vittoria proprio nella 15° tappa e anche nella successiva cronometro.

Il suo tentativo di rialzare la testa è stato vano e, in parte, è stato reso possibile dal nuovo ruolo che Pogačar si era ritagliato in questa Grande Boucle. Messa in cassaforte la maglia gialla, lo sloveno ha indossato gli inediti panni del gregario, mettendo in luce un nuovo protagonista, il compagno di squadra e campione messicano Isaac Del Toro.

Classe 2003, reduce da un Giro d’Italia perso in modo rocambolesco nel 2025, Del Toro è il futuro della UAE Team Emirates. Cresciuto all’ombra di Pogačar, quest’anno è stato messo in luce proprio dal suo capitano. Prima la vittoria concessa, con tanto di scorta, sul traguardo di Barcellona, poi il supporto sul Plateau de Solaison (15° tappa) e sul Col de la Sarenne nella penultima frazione. Alla fine per Del Toro è arrivato il terzo posto finale e la maglia bianca di miglior giovane.

A 2’14” da Isaac Del Toro si è classificato Paul Seixas. “L’angelo di Lione” – così lo ha ribattezzato il cronista Luca Gregorio – a 19 anni e 10 mesi si è classificato al 4° posto nella classifica generale, risultando il ciclista più giovane di sempre ad entrare nei primi cinque al Tour de France. Solido, almeno fino all’ultima salita della Grande Boucle, e coraggioso; Seixas è stato l’unico insieme a Vingegaard a far lavorare la propria squadra – la francese Decathlon CMA CGM – in più tappe per cercare una crepa nella muraglia della UAE Team Emirates e di Tadej Pogačar. Non l’ha trovata, ma ha graffiato il muro. Un altro segno dopo la resistenza sulla Cote de la Redoute alla Liegi-Bastogne-Liegi, prova che il prossimo uomo pronto a prendersi il centro della scena ciclistica parla francese.

Controlli anti-doping e nuovi veleni

In questo Tour de France, tuttavia, al centro della scena è entrato prepotentemente un secondo protagonista, inatteso. Nella notte tra il 18 e il 19 luglio, l’International Testing Agency (ITA) ha effettuato controlli anti-doping a sorpresa su Jonas Vingegaard e Tadej Pogačar. I due, secondo e primo della generale in quel momento, sono stati svegliati rispettivamente alle 2 e alle 5 di notte, nonostante fossero già stati controllati nei giorni precedenti: Pogačar a maggior ragione, essendo il leader della classifica, veniva sottoposto ad anti-doping dopo ogni tappa.

Le reazioni sono state un misto di rabbia – «È una totale mancanza di rispetto nei confronti dei corridori» ha lamentato Matteo Jorgenson, compagno di squadra di Vingegaard, mentre Remco Evenepoel ha aggiunto che «così è esagerato» – e consapevolezza che «queste sono le regole», come dichiarato da Mauro Giannetti, CEO della UAE Team Emirates. Benché per la Federazione Internazionale (UCI) i test anti-doping non possano essere effettuati tra le 23 e le 6 di mattina, l’ITA permette controlli a qualsiasi ora in casi specifici.

I risultati dei test a cui sono stati sottoposti Pogačar, Vingegaard e gli altri atleti ancora non sono stati resi pubblici e, nonostante le probabilità di positività sono bassissime, l’episodio ha riacceso il dibattito sul doping nel ciclismo. I ciclisti sono tra gli sportivi più controllati in assoluto, insieme a mezzofondisti, nuotatori e biatleti, con un numero di controlli all’anno che varia tra i 20 e i 50, eppure lo stigma rimane. Da una parte si è iniziato a parlare di nuove sostanze, come l’emoglobina M101 estratta dai vermi marini che potrebbe essere utilizzata per migliorare il trasporto di ossigeno nei muscoli, dall’altro di “caccia alle streghe”: «L’agenzia che fa i test riceve parecchi fondi per la sua attività e deve in qualche modo giustificarli» ha attaccato Matej Mohoric, corridore sloveno della Bahrein Victorius.

Le polemiche sono continuate anche perché proprio nella tappa immediatamente successiva ai controlli, la 15°, si è verificato l’incidente di Vingegaard. In molti hanno puntato il dito contro la sveglia improvvisa per l’anti-doping, ma lo stesso danese ha cercato di smorzare gli animi: «È chiaro che non mi ha fatto bene. Se sia stata quella la causa della caduta, non oso speculare. Potrebbe aver influito. Non dovrei dirlo, ma non voglio dare la colpa a quello, perché questa è una corsa ciclistica e le cadute nelle corse ciclistiche accadono». L’UCI dal canto suo sostiene che i test notturni rimangono uno strumento a disposizione, in casi eccezionali, nella lotta al doping, una battaglia che rimane prioritaria per l’ente internazionale.

Quale altro record pronto a cadere?

Un ex-ciclista americano ha provato ad immaginare cosa sarebbe successo se l’ITA si fosse presentata alle 2 di notte alla camera di albergo di Lionel Messi prima della finale del Mondiale di calcio, che si è svolta lo stesso giorno della funesta tappa numero 15. «Sarebbero rimasti fuori dalla porta» ha chiosato. L’ex-ciclista in questione è Lance Armstrong. Vincitore di 7 Tour de France consecutivi tra il 1999 e il 2005, è stato cancellato dall’albo d’oro a seguito della squalifica a vita emessa nel 2012 dall’USADA (United States Anti-Doping Agency) per uso di sistematico di sostanze quali eritropoietina (EPO), testosterone e corticosteroidi.

Nel 2013 Armstrong, dopo anni in cui i sospetti crescevano, ma nessuno interveniva (fino al 2012) confessò tutto in una celebre intervista con Oprah Winfrey. Oggi il texano è protagonista del podcast The Move, in cui ha commentato giorno per giorno il Tour de France. Qui ha pronunciato la frase in merito all’anti-doping, ma si è anche lanciato in un altro commento provocatorio.

Perché nell’anno del Tour dei record, quello con la tappa più veloce (la numero 11, percorsa a 50,91 km/h), quello percorso alla media oraria più veloce (43,227 km/h) e del nuovo record di ascesa dell’Alpe d’Huez fatto segnare da Tadej Pogačar (35’27” contro il 36’50” di Marco Pantani che resisteva dal 1995), l’apice è stato la quinta sinfonia di Pogačar. Lo sloveno ora potrebbe puntare al record assoluto di 6 Tour de France vinti, ma Armstrong punge: «Nemmeno lui ci crede. Per niente. […] Tadej Pogačar sa qual è il record». L’allusione è ai suoi 7 Tour. Corsi e ricorsi storici. Di record che cadono, di ombre che tornano, di campioni che illuminano la strada verso un domani diverso. Ancora più esaltante. Ancora sui pedali.