​Un Teatro Romano gremito e immerso in un’atmosfera quasi sacrale ha fatto da cornice, sabato sera, a una delle tappe più intriganti dell’estate musicale veronese. Abbandonata la consueta ed esuberante ricchezza timbrica della super-band che da anni lo accompagna, il cantautore romano Daniele Silvestri si è presentato a Verona con una formazione quantomai anomala e audace: un trio ridotto all’osso con batteria, fagotto e lo stesso Silvestri ad alternarsi (con mirabile maestria) tra pianoforte e chitarre.

​Un’architettura insolita che merita un’analisi attenta. L’inserimento del fagotto — strumento dal timbro brunito, profondo e storicamente relegato ai registri gravi della musica classica — ha svolto un triplo ruolo fondamentale: ricami melodici, contrappunto e soffritto di base. Marco Santoro ha dialogato egregiamente con gli altri, passando di tanto in tanto alla tromba, e ha regalato riarrangiamenti cameristici di rara bellezza a brani come Le cose in comune e Occhi da orientale.

​Davide Savarese, che ha preso posto alla batteria dell’amico di una vita Piero Monterisi, dinamico e controllatissimo, ha saputo adattarsi a questo spazio acustico così delicato, lavorando di spazzole, percussioni ed essenzialità per non soffocare la tessitura acustica del trio.

Piccolo appunto: se l’intreccio tra pianoforte, fagotto e batteria ha toccato vette d’arrangiamento altissime, la formula ha mostrato il fianco nelle sezioni in cui Silvestri è passato alla chitarra.    La mancanza di una frequenza fondamentale grave si è fatta sentire con discreta evidenza. In quei momenti, in assenza delle ottave a sinistra del piano, il “ground” armonico avrebbe giovato di un contrabbasso, o di un semplice basso elettrico (Silvestri ha nel caricatore musicisti sopraffini in tale ruolo). I brani più ritmici, in definitiva, suonavano talvolta leggermente scarni. 

I fan di Daniele Silvestri mostra, durante il concerto, cartelli contro il genocidio e la guerra

​Nessuna sorpresa sul fronte dei contenuti: la componente d’impegno civile e politico, marchio di fabbrica ineludibile della poetica silvestriana, non si è fatta aspettare. Va detto tuttavia che, a differenza di altre occasioni in cui la retorica rischia di prendere il sopravvento sulla materia sonora, l’invettiva politica di sabato sera è risultata tutto sommato ben misurata e tollerabile. Inserita tra un aneddoto e l’altro, non ha mai spezzato il ritmo dello show né appesantito una serata nata sotto il segno della ricerca musicale e magistralmente condotta da un professionista che domina palchi ormai da 30 anni. Ogni tanto, soprattutto nelle prime tre file, i fan hanno alzato il pugno sinistro, cosa che accade sin da quando Silvestri, col codino, negli anni ’90, gridava che lo slogan è fascista di natura

​In conclusione, il menestrello romano ha messo in scena un concerto d’autore nel senso più nobilmente tecnico del termine. Tra scelte timbriche coraggiose, riarrangiamenti d’alta scuola e siparietti comici, Daniele ha dimostrato ancora una volta che la vera canzone d’autore italiana sa rinnovarsi attraverso la sottrazione e la sperimentazione pura.

Oggi, a nostro parere, in Italia pochi sono in grado di garantire spettacoli musicali di tale livello, dove idee, musica e capacità tecniche si intersecano in un raro mix di qualità, e l’autotune appare solo per scherzo, a scimmiottare tanti che forse riempiono San Siro, ma che di certo non hanno un’ idea nemmeno vaga di cosa sia un fagotto. 

Da sinistra Savarese, Silvestri e Santoro

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