«Quando ho iniziato un rapper bosniaco mi disse una cosa che mi fece crescere tantissimo: rappa in italiano, racconta chi siamo in Italia. Perché se io Alen, nato a Roma da genitori bosniaci, mi metto a rappare in bosniaco non si risolve nulla, comunque non vengo compreso». Così inizia la serata con il cantautore Döppelganger al Forte Sofia. In sua compagnia Tommaso Sarti, ricercatore all’Università di Padova e autore di “Pisciare sulla metropoli-(T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza” (DeriveApprodi, 2025) e Youssef Moukrim a mediare un dialogo iniziato ormai tanti anni fa.

«Verona è una città in cui questo tipo di razzismo è arrivato anche a uccidere» ricorda Moukrim «e io ringrazio One Bridge To- perché riesce a riportare il dialogo su questi argomenti da tanti anni». L’attivista antirazzista si riferisce all’uccisione di Moussa Diarra del 20 ottobre 2024 che ha visto un agente della polizia ferroviaria indagato per omicidio e poi per depistaggio, come ad ammettere non solo la violenza esercitata ma anche il desiderio di chi detiene il potere di uscire indenne dalle legittime valutazioni giudiziarie. Due anni dopo, alla Giornata Mondiale del Rifugiato 2026 a Forte Sofia, anche a Verona si parla finalmente del vissuto delle seconde generazioni: giovani nati in Italia, figli di immigrati, che subiscono quotidianamente discriminazioni per il loro volto, la loro religione e il loro modo di fare musica ed esprimersi.

La musica Trap, ormai sedimentata da un decennio nella cultura italiana, ha visto lo stesso percorso anche in Francia ed è l’esistenza di una generazione che non si aspetta più di essere compresa ma desidera solo comunicare ai suoi termini e condizioni. «La domanda che mi sono fatto per la ricerca è stata: è la Trap che ha portato questo tipo di violenza o questo tipo di violenza già esisteva e la Trap – o come vorremo chiamare in futuro altre forme musicali – ha semplicemente descritto e ci ha sbattuto in faccia una violenza che esiste e che viene adottata senza tipo di prospettiva?» riflette Tommaso Sarti, autore della ricerca di dottorato dedicata a comprendere attraverso la musica quali siano gli strascichi di povertà e disagio lasciati dal razzismo sistematico. «Perchè l’esaltazione della violenza in strada arriva solo dalle persone che non ci sono mai state: se ascoltiamo le persone che hanno orbitato la strada ci rendiamo conto che non c’è nessuna esaltazione della violenza» continua Sarti, sostenendo che la strada intesa come luogo vissuto non è sinonimo di violenza ma anzi difficoltà, fatica di vivere e anche disagio, ma nel senso reale del termino: una mancanza di agio borghese.

«Io non ho fatto una fotografia perché per me è un mondo che è in continuo movimento, in continua evoluzione. È stato il motivo per cui quando sono partito con la ricerca non ho specificato che tipo di ragazzi musulmani cercavo. Non ho cercato musulmani che pregano cinque volte al giorno o che frequentano solo musulmani o che bevono, ma chiunque si definisse tale. Mi ha permesso di decostruire questa narrazione». Uno di questi ragazzi di origine italiana musulmani di religioni è proprio Döppelganger (alias Alen Đokić) che ricorda come in Bosnia, paese di origine dei suoi genitori, siano state proprio le religioni a distruggere la regione balcanica. «Io uso la mia musica unicamente per autodescrivermi. Mi sono trovato nella situazione in cui la descrizione che mi veniva fatta della Bosnia era fatta da non bosniaci e per quanto per alcuni aspetti fosse vera, non mi sono mai trovato a dire: è esattamente così».

Il cantautore trapper considera la propria origine come parte della propria identità, sentendosi italiano e bosniaco allo stesso tempo. Inevitabilmente infatti le seconde generazioni a un certo punto si rendono contro che non gli basta, che possono essere tutto e quindi: giovani, musulmani, italiani, stranieri, occupati, disoccupati, ribelli e lavoratori allo stesso tempo. «La realtà strutturale è che ci sono tantissimi ragazze e ragazzi figli di immigrati ma nati e cresciuti in Italia ma nessun interesse nei loro confronti: è meglio parlare del maranza col coltello, del singolo eventi eclatante, piuttosto che interessarsi realmente al perché una persona italiana che studia o che lavora se ha il colore della pelle o il cognome sbagliati non può comprarsi (o affittare, ndr) casa?» con questa riflessione di Sarti, ad oggi più che mai attuale si è chiusa la discussione per lasciare spazio alla proiezione di Francesca Albanese. Nella stessa serata infatti, in contemporanea ad oltre 150 piazze in tutta Italia, il Paratod@s ha organizzato al Forte Sofia “Palestina Anima Mundi” la connessione live della presentazione del nuovo libro della relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi. Un evento nazionale che ridimensiona il razzismo viscerale che quotidianamente subiscono questi ragazzi e queste ragazze e riporta la prospettiva ad un futuro collaborativo e sincretico dello stato italiano.

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