Un anno. Tanto manca alla conclusione naturale del mandato amministrativo iniziato nel 2022, quando Damiano Tommasi entrò a Palazzo Barbieri promettendo un cambio di metodo prima ancora che di programma. Allora il tempo sembrava già correre troppo veloce. Oggi, con molti dei progetti più impegnativi ormai in dirittura d’arrivo e altri ancora da completare, il sindaco guarda agli ultimi dodici mesi con un obiettivo preciso: portare a termine le partite che, a suo giudizio, definiranno davvero il lascito della sua amministrazione.

Sindaco Tommasi, tre anni fa in un‘intervista ad Heraldo diceva che il tempo correva troppo veloce e che la sua preoccupazione era non riuscire a fare tutto quello che riteneva necessario per Verona. Oggi manca un solo anno alla fine del mandato e le chiedo quali sono le priorità che vuole portare a compimento?

«La mia attenzione oggi non è rivolta a ciò che succederà dopo le elezioni, ma a completare alcune partite che considero determinanti anche per il giudizio complessivo sulla nostra amministrazione. Ci sono progetti che rappresentano una vera prova d’esame. Penso innanzitutto al nuovo PAT: aver deciso di metterci mano già nel primo mandato era una scelta molto ambiziosa. È uno dei documenti più complessi che una città possa affrontare, perché riguarda la sua identità futura. Poi ci sono le grandi opere: il completamento della filovia, il progetto ferroviario, il percorso avviato sulla raccolta differenziata. Sono tutte sfide che definiranno il bilancio finale dell’amministrazione. Pensare oggi alla campagna elettorale significherebbe distrarsi da questi obiettivi.»

In poche parole si ricandida?

«Sento parlare di scadenze e candidature da mesi, ma per me il centro-sinistra è al governo della città e la priorità non è il “dopo”, ma completare ciò che abbiamo avviato. Pensare alle elezioni con un anno di anticipo è come concentrarsi sui calci di rigore prima ancora di essere arrivati ai tempi supplementari. Dico di più: in Italia i mandati dei sindaci dovrebbero durare sette anni. Oggi, dopo tre o quattro anni di lavoro, sei già costretto a entrare in campagna elettorale, e quando si entra in quella dinamica si fa fatica ad amministrare con coraggio. C’è il rischio di rinviare scelte impopolari, come la trasformazione della raccolta differenziata o i cantieri invasivi, solo per non scontentare qualcuno prima del voto. Io rifiuto questa logica. Se devo fare un’opera per il bene della città, la faccio adesso, non la rinvio per calcolo elettoralistico.»

A proposito, i critici dicono che in questi anni la città ha vissuto soprattutto i disagi dei grandi cantieri, fra filovia, piste ciclabili, via XX Settembre, etc. . Cosa risponde?

«Che per fare cose straordinarie bisogna uscire dall’ordinario. Sulla filovia e sul cambio della raccolta dei rifiuti con Amia abbiamo messo le mani su dossier rimasti chiusi nei cassetti per trent’anni. Abbiamo ereditato progetti avviati dalle precedenti amministrazioni, li abbiamo sbloccati, integrati e messi a terra. È ovvio che un cantiere porta disagi temporanei: le abitudini dei cittadini cambiano, il traffico ne risente. Ma guardiamo i risultati reali: per far avanzare le infrastrutture legate alla filovia abbiamo spostato 900 autobus al giorno da via XX Settembre e stiamo gestendo la viabilità. Il sottopasso? Tutti ricordano i mesi di disagi, ma oggi nessuno tornerebbe indietro. Sulla filovia, l’obiettivo resta quello di vedere i primi mezzi in strada entro l’anno o al massimo nella prossima primavera.»

Di fatto, però, proprio sulla viabilità e sul tema dei rifiuti si giocherà la prossima campagna elettorale. Cosa ne pensa?

«I temi reali su cui si gioca il futuro di Verona sono la sostenibilità e, soprattutto, l’attrattività della città per i giovani. Dobbiamo chiederci perché i nostri ragazzi migliori partono e cosa possiamo fare per farli tornare o restare. Servono infrastrutture, piste ciclabili, un’università connessa, aziende capaci di offrire opportunità. Sui rifiuti, il cambio di passo di Amia ci sta dando ragione: i Comuni veneti con le percentuali più alte di differenziata hanno impiegato anni ad abituare i cittadini, noi siamo oltre la soglia minima e puntiamo ai livelli europei.

E sul fronte sicurezza, altro tema che sarà centrale nella prossima campagna elettorale?

«Sulla sicurezza, non ci tiriamo indietro: ogni anno partecipiamo ai bandi per potenziare la videosorveglianza integrata, ma la vera sicurezza si fa vivendo la città. Creare presidi sul territorio, aprire i parchi, concedere plateatici che rendano vissute e frequentate le aree a rischio: è questa la presenza costante che allontana il degrado.»

Centro storico e residenzialità: il fenomeno delle locazioni turistiche brevi sta svuotando il cuore della città. Qual è la soluzione?

«È un problema che riguarda tutte le grandi città d’arte. Non si può pensare di arginare il mercato semplicemente rendendo sconveniente l’affitto turistico, perché i numeri economici del privato restano elevati. Il nostro approccio è stato normativo e regolatorio, basato su competenze tecniche e non su intuizioni ideologiche, per tutelare l’equilibrio tra residenti, alberghi e botteghe storiche. Allo stesso tempo, il tema dell’abitare va affrontato su scala più ampia, coinvolgendo il tessuto produttivo. Oggi molti lavoratori, dagli infermieri al personale della logistica fino ai lavoratori stagionali dell’agroalimentare, rifiutano i trasferimenti a Verona perché l’affitto erode lo stipendio. Le aziende devono iniziare a considerare la casa come parte del welfare aziendale per i propri dipendenti.»

Per quanto riguarda lo sviluppo economico della città i grandi temi riguardano sempre Marangona, Quadrante Europa e Autostrada A22. Qual è la posizione del Comune?

«Verona è il primo interporto d’Italia e il secondo in Europa. Con l’apertura del tunnel di base del Brennero saremo lo snodo cruciale per il traffico merci dal Nord Europa. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte allo sviluppo industriale e logistico. Alla Marangona stiamo aspettando il masterplan definitivo, che definirà chiaramente la qualità delle attività che si insedieranno. Sulla A22 e la zona di Isola della Scala, la posizione del Comune è chiara: non si possono prendere decisioni strategiche senza coinvolgere il sistema Verona e il Consorzio Zai. Dobbiamo difendere la centralità del nostro territorio e non rischiare di perdere finanziamenti — come i 35 milioni stanziati per le opere infrastrutturali — solo per incertezze o veti incrociati.»

La Fiera è uno dei principali asset economici della città, spesso al centro degli interessi di grandi player nazionali ed extra-veronesi. Come si tutela il suo valore evitando che Verona perda il controllo?

«Fiera Verona ha un valore inestimabile e ha in pancia due o tre manifestazioni fondamentali come il Vinitaly o Marmomac che devono rimanere saldamente qui. Per interloquire in modo credibile con piazze come Milano o Roma serve autorevolezza, reputazione e un sistema territoriale compatto. La scelta della nuova governance è andata proprio in questa direzione: presentare una lista unica e condivisa tra i soci (Comune, Camera di Commercio, Fondazione Cariverona, Provincia) per dare forza al Presidente e garantire continuità e stabilità. La Fiera è un ente strategico che ha bisogno di viaggiare al riparo dalle contrapposizioni politiche quotidiane. Fin dal primo giorno del nostro insediamento abbiamo lavorato senza pregiudizi ideologici per fare squadra e spingere tutti nella stessa direzione.»

Tra le altre opere strategiche si discute sempre del rifacimento del Bentegodi, anche in ottica Euro 2032. È un’ipotesi realistica?

«Su questo c’è un’occasione unica in Italia per posizione urbanistica e attrattività della città. Tuttavia, se l’approccio rimane quello tradizionale, non si farà mai. Oggi si continua a pensare allo stadio partendo dai “day off“, ovvero da cosa fare nei giorni in cui non si gioca a calcio. L’approccio dev’essere opposto: la priorità sono gli eventi, i concerti, le infrastrutture vive 365 giorni all’anno. Un club calcistico italiano non può sostenere da solo i costi di un impianto di dimensioni europee. Serve un cambio di visione anche a livello governativo: degli stadi deve occuparsi il Ministero delle Infrastrutture, non solo quello dello Sport, che è senza portafoglio. A Verona c’è una richiesta enorme di grandi eventi musicali e culturali che l’Arena non può assorbire tutti; il mercato c’è. Se cambierà la prospettiva, la partita dello stadio si potrà vincere.»

Abbiamo parlato di giovani e di traffico, ma la transizione energetica è una priorità ineludibile per Verona. È soddisfatto di quanto fatto finora e cosa resta da fare?

«La filovia e il potenziamento del trasporto pubblico di massa daranno sicuramente una grande mano all’abbattimento delle emissioni. Tuttavia, ho sempre avuto la consapevolezza che la vera partita per migliorare la qualità dell’aria e della vita nelle città si giochi sull’efficientamento energetico degli edifici e sui sistemi di riscaldamento. Stiamo cercando di mettere a terra un grande piano di interventi, a partire dal patrimonio immobiliare pubblico: per me questo è un obiettivo persino più strutturale del cambio di viabilità. Ce ne accorgiamo ogni estate: quando le temperature salgono, schizza la domanda di energia elettrica e si creano emergenze, soprattutto per gli anziani. È lì che dobbiamo intervenire con decisione.»

Facendo un bilancio di questi quattro anni non si può non pensare anche alle polemiche, sia interne sia esterne alla maggioranza. Qual è la lezione più importante che ha imparato in questi anni da sindaco?

«Ho imparato a comprendere il risvolto concreto e umano delle decisioni politiche. Ogni delibera, ogni senso unico, ogni cantiere si incastra nella quotidianità di una persona che la mattina esce di casa per andare a lavorare. Vengo dal mondo dello sport e sono abituato alle critiche: nei miei primi due anni a Roma i tifosi mi fischiavano, ma la misura della qualità del mio lavoro la davano i compagni di squadra e l’allenatore che mi metteva in campo. Le critiche che mi hanno fatto riflettere di più sono state quelle interne su alcuni argomenti molto complessi, come la gestione delle emergenze sociali ed abitative.

Ha ricevuto critiche anche sul suo modo di comunicare…

«Riconosco che il mio modo di comunicare è stato spesso criticato, ed è un elemento su cui sto riflettendo molto anche in vista della mia eventuale candidatura. Non voglio complicare la vita a nessuno né mettere in difficoltà la squadra.»

In conclusione, c’è un fatto o una persona che sente di voler sottolineare come simbolo di questo percorso alla guida di Verona?

«Sì, ci tengo a citare Alen Halilovic, il ragazzo che è sceso dal furgone per salvare una donna dall’aggressione a Castiglione delle Stiviere. Spesso si usano certi argomenti per fare passerella politica, ma di fronte alla piaga della violenza sulle donne e della violenza domestica ci sentiamo tutti spesso impotenti. Alen ha dimostrato cosa significa non girarsi dall’altra parte, mettendo a rischio la propria vita per salvare un’altra persona. È questo il senso civico, il coraggio e l’umanità che dovrebbero guidare la nostra comunità ogni giorno.»

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