Il mondiale è giunto alla fine. La spensieratezza del calcio estivo ha premiato, per l’ennesima volta, la penisola che più di tutte esalta la filosofia calcistica più leggera e propositiva per antonomasia. La Spagna è campione del mondo per la seconda volta, lo è dopo aver meritatamente battuto l’Argentina in una finale dominata dal fischio d’inizio al triplice finale.

Il dominio iberico in questa Coppa del mondo ha imposto il riflesso – ancor prima che la riflessione – sulla direzione intrapresa dal calcio europeo. Un calcio in cui il sistema e l’impronta tattica annientano anno in anno sempre più le strutture basate invece su star player, Garra Charrua e individualismi sfrenati.

E il fatto di aver conseguito tutto ciò nella competizione che maggiormente esalta tali sistemi, non può non farci ammettere che il calcio – sport di squadra – necessita l’esaltazione della squadra nel suo insieme ancor prima che negli individui che la compongono.

Nessuna stella ha brillato

Stati Uniti, Canada e Messico 2026 è stato definito a gran voce “il Mondiale delle stelle”, in cui i singoli star player hanno guidato le rispettive selezioni verso il MetLife Stadium di New York. Poca identità collettiva, tanto – forse fin troppo – individualismo. Mbappé, Messi, Kane, Bellingham, Vinicius JR, Haaland. Poi c’è stata la Spagna: vincitrice, e le cui tre principali stelle hanno brillato soltanto di luce riflessa.

Lamine Yamal ha disputato un mondiale ben al di sotto delle aspettative, Nico Williams ha trovato spazio soltanto nei minuti finali delle ultime tre gare. Pedri, dopo una partenza sottotono da titolare, ha lasciato il posto a Fabian Ruìz. Il tutto senza dimenticare gli infortuni di Yeremy Pino e Fermìn Lòpez accusati alla vigilia della competizione.

E quindi si vince di gruppo, con il calcio più identitario visto in questa Coppa del Mondo. Soltanto un giocatore de La Roja è presente infatti nella top 6 marcatori del Mondiale, mentre per quanto riguarda la classifica assist, nessun cognome spagnoleggiante si trova prima della tredicesima posizione.

La difesa è il miglior attacco

In una stagione di Serie A decisamente noiosa – per non dire innocua – ciò che maggiormente ha scaldato gli animi dei sostenitori è stata la disputa Allegri – Fabregàs: risultatisti vs giochisti. Partendo dal presupposto che il paragone lascia il tempo che trova, dato che coloro che vengono definiti “giochisti” guardano all’estetica come mezzo per “risultare” e non per impressionare, il parallelismo tra la disputa Milan-Como e questa Spagna è spaventosamente coerente. Non tanto per il caso Perth, ma per il percorso intrapreso.

I comaschi hanno chiuso il campionato centrando la qualificazione in Champions. Traguardo che per peso specifico vale quanto la vittoria di un mondiale (il Como due anni fa era in Serie B). Lo hanno fatto esprimendo il calcio più spagnolo visto negli ultimi anni, sì, ma soprattutto con la miglior difesa di tutto il campionato. 29 goal subiti in 38 partite. Il calcio offensivo ed estetico di Fabregàs, alla fin fine, ha trascinato i lariani nell’Europa che conta grazie ad una solidità difensiva senza precedenti.

Senza precedenti perché difendere con la difesa dentro la porta è facile. Difendere con la difesa a quaranta metri dalla porta, e spesso addirittura difendere mentre si è in possesso, è leggermente più arduo.

E quindi si arriva a De La Fuente e alla Spagna. I campioni del mondo, la formazione più giochista del pianeta, oltre che con gli indici di pressing e aggressione più feroci dell’intero mondiale (come il Como in A), sono anche la miglior difesa della competizione. Un solo goal subito in otto partite disputate, con Unai Simòn che ha inciso il record di clean sheet nella storia del Campionato del Mondo. Sarà un caso?

Por la última de Leo

L’Albiceleste ha patito la propria impostazione culturalmente più agonistica e rocciosa. Lo ha fatto durante il tragitto verso la finale, nonostante il sorteggio nella parte di tabellone decisamente più abbordabile. L’ha poi condannata alla sconfitta nella partita più importante.

La cosa che fa più male non è affatto la vittoria – più che meritata – della Spagna. Ciò che resta di amaro è il conflitto tra una generazione florida, in evoluzione ed una giunta invece al proprio epilogo. Il vecchio che lascia spazio al nuovo.

Gli uomini copertina di questa finale, alla vigilia, erano Lamine Yamal e Leo Messi. La partita ha decretato però non tanto un passaggio di testimone tra i due, ma un saluto ad un calcio che, purtroppo o per fortuna, si è fatto enorme anche per chi quei palcoscenici li ha dominati per decenni.

Perché se è vero che l’Argentina paga dazio a un’impostazione più rocciosa, meno fluida, costruita sull’agonismo e sulla capacità di soffrire piuttosto che su un’identità di gioco riconoscibile, è altrettanto vero che quella stessa ruvidezza ha accompagnato Messi per tutta la carriera: un genio isolato che ha dovuto, quasi sempre, piegare il collettivo alla propria arte, invece di esserne semplicemente l’espressione più alta.

La Spagna di De la Fuente rappresenta l’esatto opposto. Non ha bisogno di eroi solitari perché il sistema stesso genera i propri fuoriclasse, li nutre fin da ragazzini con lo stesso linguaggio. Li rende poi intercambiabili senza che la squadra perda un grammo di qualità. Yamal ne è la punta più visibile, ma non l’eccezione: è la conseguenza naturale di un modello che da vent’anni produce calciatori così, in serie.

Un addio silenzioso

Resta allora l’immagine di un uomo che lascia il campo per l’ultima volta da protagonista assoluto di un Mondiale, e di un ragazzo che quel campo lo ha appena eletto a propria casa. E se Messi questo mondiale lo ha dominato per il lungo e per il largo, finendo poi per perderlo, Lamine Yamal lo ha affrontato decisamente con ritmi sottotono, alzando però la Coppa più ambita di sempre sul finale.

Il primo ha vissuto l’intera carriera con la responsabilità di superare un uomo che, a casa sua, è considerato la massima espressione di Dio fattosi a essere carnale. E quindi la pelota siempre al Dièz. Il secondo ha da sé un calcio più comprensivo, più collettivo e umanamente permessivo. Perché se il lavoro è finalizzato alla perfezione del gruppo, persino la stella più grande può permettersi di non brillare costantmente come Sirio.

A Leo, invece, è sempre stato imposto di essere il più radioso del firmamento, nonostante il suo bagliore sia stato per oltre quindici anni il più radioso di sempre. Talmente radioso da accecare interi popoli dinanzi alle imprese che l’hanno forgiato.

Non è un testimone che passa di mano in mano, è un ciclo che si chiude mentre un altro, già maturo, prende il suo posto senza nemmeno il bisogno di essere annunciato.

È uno sport spietato, il calcio. Ma è lo sport più bello del mondo.

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