In questi giorni ricorrono i 25 anni dai fatti del G8 di Genova, avvenuti dal 19 al 22 luglio 2001. Furono giorni drammatici: i presunti grandi della Terra, ovvero i rappresentanti dei governi degli otto paesi più industrializzati, tra cui l’Italia, rappresentata dal governo Berlusconi, si riunivano per discutere e decidere del futuro del resto del mondo.

“Voi G8, noi 6 miliardi”

Uno degli striscioni più emblematici esposti durante numerosi cortei a cui hanno partecipato oltre duecentomila persone recitava così. Partecipanti provenienti da tutto il mondo, aderenti al movimento no-global, pacifisti, ONG, sindacati, cattolici e molte altre realtà si sono unite. Questa eterogenea comunità condivideva la convinzione che il mondo immaginato dai potenti della Terra fosse sbagliato. Un progetto che avrebbe favorito l’arricchimento di pochi a scapito di molti. Si contestava l’illusione capitalista di una crescita economica infinita, basata sullo sfruttamento illimitato delle risorse di un pianeta già compromesso e con risorse naturali limitate.

Un altro mondo possibile

Oltre duecentomila persone unite dalla consapevolezza che il progetto in corso avrebbe causato il collasso climatico. Le devastazioni ambientali e il cambiamento climatico, causati dallo sfruttamento indiscriminato del suolo e dell’aria da parte dell’uomo, sono ormai evidenti a tutti. Un progetto destinato ad alimentare disuguaglianze sociali ed economiche. Un dato recente mostra che in Italia il 5% delle famiglie detiene metà del patrimonio nazionale. Un fenomeno preoccupante che, sebbene riguardi l’Italia, rispecchia una tendenza globale.

Del resto, proprio come previsto dal movimento NoGlobal che manifestava a Genova venticinque anni fa, oggi la politica è dominata dalla finanza. Basta osservare le persone presenti all’insediamento alla Casa Bianca di Trump: Mark Zuckerberg, a capo di Meta, con un patrimonio di 211 miliardi di dollari; Jeff Bezos, fondatore di Amazon, con un patrimonio di 239 miliardi di dollari; Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo. Insieme hanno assistito all’insediamento di Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America e uno degli uomini più facoltosi al mondo. Un evento che rappresenta l’immagine perfetta di una politica dominata dalla finanza.

Il movimento No Global aveva previsto tutto questo: la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, l’impoverimento della classe media, dei lavoratori e delle lavoratrici, la distruzione dello stato sociale, la precarizzazione delle future generazioni. Avevano previsto che tutto sarebbe diventato profitto: sanità, istruzione, diritti. Un processo che si è consumato davanti ai nostri occhi senza che ce ne accorgessimo e senza reagire, fino a quel momento, fino a Genova, in quel luglio del 2001.

A Genova, i potenti del mondo avevano un obiettivo preciso: annientare il dissenso organizzato, quello delle masse, proprio come accadeva in quei giorni. Volevano intimidire e distruggere chiunque osasse chiedere un mondo diverso e migliore.

Esattamente, questo era il tema che si respirava nelle piazze, nei cortei di Genova e nelle assemblee che hanno preceduto quei giorni di protesta: un mondo diverso, alternativo a quello che i politici stavano immaginando per le future generazioni di tutto il pianeta. Un mondo nuovo, possibile e indispensabile.

Si chiedeva una maggiore solidarietà, una più equa redistribuzione della ricchezza e la fine della precarietà, una condizione che in quegli anni iniziava a manifestarsi, rivelando fin da subito lo sfruttamento umano che avrebbe causato nel tempo. Si chiedeva uno stato sociale capace di far emergere chi ha meno, di tutelare le minoranze. Si chiedeva un maggiore rispetto per lavoratori e lavoratrici e un più attento rispetto per la terra, le cui risorse consumiamo sempre più rapidamente.

Ma a un certo punto le proteste si sono fermate, così come le richieste corali e di massa. Anche questo faceva parte del piano dei politici dell’epoca: soffocare ogni dissenso popolare per poter imporre politiche élitarie, nonostante l’obiettivo dichiarato del summit del G8 fosse “sconfiggere la povertà”, una missione fallita fin dall’inizio.

È stato invece portato a termine l’obiettivo di sopprimere il dissenso. Questa soppressione si è concretizzata proprio nelle strade e nelle piazze di Genova in quei giorni. La città era militarizzata in modo eccessivo. Numerosi giovani reclute, completamente inesperte, erano state mobilitate per sorvegliare la città, quasi come se si volessero provocare scontri, tutto parte di un piano premeditato.

Il fallimento (voluto?) della prevenzione

Diversi giorni prima, l’intelligence italiana era stata informata che erano attesi oltre duecentomila manifestanti. Tra questi, c’era un gruppo di circa duemila persone, di cui cinquecento italiani, da “tenere sotto controllo”, in particolare un migliaio dei cosiddetti black bloc. Si trattava di un numero molto esiguo rispetto al totale dei manifestanti, non troppo difficile da gestire considerando le risorse dell’intelligence e il numero di militari presenti a Genova in quei giorni.

È emerso che, tra i gruppi di italiani da tenere sotto controllo, l’intelligence conosceva con precisione i numeri e le città di provenienza: 35 persone da Varese, 10 da Aosta, 7 da Pavia, 5 da Perugia, e così via. Inoltre, si conoscevano le modalità operative di questi individui, che consistevano nel iniziare il corteo insieme agli altri manifestanti per poi staccarsi in blocco e causare danni a negozi e veicoli.

Si conoscevano i numeri, le città di provenienza, i modus operandi e altre informazioni cruciali. Tuttavia, l’intelligence italiana non intervenne per prevenire le devastazioni; anzi, probabilmente le lasciò accadere per oscurare la massa pacifica che si muoveva nei cortei. Era necessario alimentare la tensione, permettere che la città venisse messa a ferro e fuoco, affinché l’opinione pubblica si schierasse contro i manifestanti, a favore delle forze dell’ordine e, di conseguenza, dei politici presenti al summit.

Inoltre, i documenti preparati dall’intelligence alimentarono ansia e paura tra le forze dell’ordine, composte in gran parte da molti, troppi giovanissimi. Nel documento si affermava, poi smentito, che i manifestanti avrebbero fatto rotolare copertoni incendiati verso le forze dell’ordine. Si prevedeva anche il lancio di sacchetti contenenti sangue infetto contro i poliziotti. Nulla di tutto ciò si verificò. Probabilmente il documento aveva l’obiettivo di esasperare gli animi delle forze dell’ordine, affinché affrontassero quei giorni con la massima tensione, pronti a reagire in modo feroce e deciso.

La zona rossa era circondata da grate alte tre metri, i tombini vennero sigillati e i residenti dovevano ottenere permessi, difficili da reperire, per entrare e uscire dalla loro area di residenza. I poliziotti non avevano i tradizionali sfollagente, ma i nuovi manganelli “tonfa”, a forma di T, più potenti degli sfollagente normali. A Genova, già nei giorni precedenti, l’atmosfera era tesa. L’aria era pesante, il caldo soffocante e l’allestimento bellico inquietante aveva turbato profondamente i cittadini molto prima degli eventi.

Tutto faceva parte di un piano preciso volto a reprimere il dissenso, un disegno consapevole che quella sarebbe stata l’ultima grande manifestazione del movimento no-global. Un movimento da fermare prima che riuscisse a far capire alla maggioranza le ragioni della protesta. Prima che si comprendesse che quelle rivendicazioni erano giuste e legittime.

I giorni del G8, le manifestazioni

Il primo giorno di manifestazioni, giovedì 19 luglio, vide la partecipazione di oltre 50mila persone senza grandi problemi. Il giorno successivo partirono cortei più imponenti, con la partecipazione della Rete Lilliput, di Arci e di Rifondazione Comunista. Ci fu un imponente corteo dei centri sociali, comprendente le cosiddette Tute Bianche, che avevano l’obiettivo di avvicinarsi alla zona rossa. In questo corteo era presente anche Carlo Giuliani.

Murales dedicato a Carlo Giuliani a Genova

Fu durante queste manifestazioni che i Black Bloc iniziarono a entrare in azione. Si infiltrano in un presidio organizzato dal sindacato di base Cobas, dove cominciarono a sfondare vetrine, automobili e negozi. I Cobas decisero quindi di abbandonare la piazza. Quando le forze dell’ordine giunsero sul posto, i Black Bloc si erano già allontanati. In un’altra manifestazione, i Black Bloc, che si muovevano in gruppi di 20-30 persone, iniziarono a provocare danni. Furono allontanati dal servizio di sicurezza autogestito da Rifondazione Comunista.

In un altro momento, alcuni black bloc lanciarono sassi contro i manifestanti della Rete Lilliput, probabilmente con l’intento di destabilizzare sia i presenti sia le forze dell’ordine, aumentando così il livello di tensione.

Come si arriva alla morte di Carlo Giuliani

Alle 14:30 prende il via il corteo dei centri sociali, guidato dalle tute bianche. I giornalisti e i testimoni presenti confermeranno che nessuno era in possesso di oggetti o bastoni. La manifestazione si prospettava pacifica e tale è rimasta per oltre un’ora.

Il corteo si dirige verso Piazza delle Americhe, a pochi metri dalla zona rossa, come previsto dall’autorizzazione. Quando arriva in fondo a in via Tolemaide si trova improvvisamente di fronte ad uno sparpagliato gruppo di carabinieri, in parte a piedi, in parte a bordo di blindati. Erano alla ricerca di un gruppo di black bloc.

A quel punto, in modo del tutto inaspettato, i carabinieri iniziano a lanciare fumogeni contro il corteo che procedeva pacificamente. Poco dopo, compiono un’altra azione inspiegabile: caricano il corteo, commettendo un grave errore e violando una regola fondamentale: mai attaccare un corteo senza garantire una via di fuga. Ne scaturì una vera e propria guerriglia. I 30mila manifestanti, impossibilitati a fuggire, risposero come poterono alla carica dei carabinieri.

Anche i carabinieri non riuscivano a indietreggiare, bloccati dalle camionette che si ostacolavano reciprocamente durante le manovre. Gli scontri si protrassero a lungo tra via Tolemaide e le stradine limitrofe, creando un parapiglia estremamente caotico. Fumogeni lanciati, manganellate, pietre scagliate, manifestanti e carabinieri in fuga. Alcune camionette furono abbandonate dagli stessi carabinieri. Nel caos, furono picchiati dagli agenti anche giornalisti, medici e videomaker.

Dopo il lungo parapiglia, il corteo si disperse. Un gruppo di manifestanti, nel tentativo di tornare alla base, si ritrovò in Piazza Alimonda. Qui furono intercettati dal Battaglione Sicilia dei carabinieri. I militari decisero di caricare il gruppo. Iniziò così un nuovo lancio di fumogeni, manganellate e sassi. Due camionette dei carabinieri, nelle manovre concitate e pericolose, rimasero incastrate.

I giornalisti confermarono che diversi carabinieri impugnavano pistole e furono sparati colpi, probabilmente non solo in aria. In quel momento di estrema confusione, Carlo Giuliani afferrò un estintore vuoto e si avvicinò alla camionetta dei carabinieri, a bordo della quale si trovavano l’autista Filippo Cavataio, Dario Raffone e Mario Placanica. Fu proprio quest’ultimo, sentendosi minacciato da Giuliani, a sparare contro il ragazzo, uccidendolo.

Erano le 17:27 del 20 luglio 2021, Carlo Giuliani aveva appena 23 anni, Mario Placanica ne aveva 21. Chi aveva militarizzato una città e gestito male il servizio d’ordine aveva mandato, in quella guerriglia premeditata, un giovane di soli 21 anni, insieme a molti altri come lui.

Il corpo senza vita di Carlo Giuliani

Il massacro alla DIAZ

A causa di numerosi e gravi errori, il giorno seguente i carabinieri furono relegati nelle retrovie. In prima linea, a gestire una nuova e imponente manifestazione con oltre 200mila partecipanti, si schierarono Polizia e Guardia di Finanza. Un cambiamento che, fatta eccezione per la vittima, non modificò sostanzialmente lo svolgimento degli eventi.

Le forze dell’ordine non riuscirono né a contenere né a isolare circa 200 black bloc che avevano iniziato a devastare la zona. Anche questa volta attaccarono la testa del corteo, che si muoveva pacificamente. Come il giorno precedente, scoppiò una guerriglia: lanci di fumogeni e cariche della polizia contro i manifestanti inermi, che reagivano come potevano. Si difendevano lanciando sassi o qualunque oggetto trovassero a portata di mano. Una nuova gestione disastrosa del servizio d’ordine, come confermarono poi le indagini e i processi.

Dopo la morte di Giuliani e l’ennesimo fallimento del servizio d’ordine, fu convocata in fretta una riunione presso la Questura di Genova. Anche in quell’occasione fu presa un’altra decisione sbagliata: si decise di entrare nel comprensorio delle scuole Diaz per effettuare il maggior numero possibile di arresti.

«C’era l’esigenza di fare molti arresti per poter recuperare l’immagine delle forze dell’ordine»

Queste furono le parole del dirigente della Polizia Ansoino Andreassi durante un processo. Alla Diaz le forze dell’ordine non si limitarono agli arresti, ma si verificarono veri e propri massacri che colpirono manifestanti, giornalisti e avvocati.

“Macelleria messicana” e “tonnara” furono le espressioni usate dal funzionario di polizia Michelangelo Fournier durante il processo per descrivere gli atti di violenza inaudita e ingiustificata perpetrati da poliziotti e carabinieri all’interno del comprensorio Diaz, nelle scuole Pascoli e Pertini.

All’interno delle Pascoli si trovava il centro stampa del Genoa Social Forum, dove giornalisti provenienti da tutto il mondo lavoravano e trascorrevano la notte. Nelle Pertini alloggiavano altri giornalisti, avvocati e manifestanti, che furono aggrediti da poliziotti in divisa e in borghese. Indossavano caschi e bandane sul volto per non farsi riconoscere.

Il monumento in ricordo di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda

Parteciparono all’azione diversi reparti provenienti da Roma, Genova, La Spezia, Nuoro e Napoli, in un miscuglio confuso e con un numero sproporzionato di agenti, rendendo impossibile identificare i responsabili di tanta violenza.

Una violenza senza limiti perpetrata da militari a “briglia sciolta”, espressione spesso utilizzata dai funzionari di polizia durante i processi.

È stata un’azione decisa dall’alto, senza regole precise, bisognava agire rapidamente e colpire con forza.

Furono 82 le persone ferite: teste e ossa rotte, polmoni perforati da quegli stessi frammenti ossei. Una ragazza fu trovata con il cranio parzialmente conficcato nello spigolo di una porta. Sembrava morta, era in coma. Successivamente si dimostrò che nessuno dei black bloc era presente alla Diaz in quei giorni.

Nella conferenza stampa del giorno successivo venne invece affermato il contrario, sostenendo che all’interno fossero presenti delle molotov. Solo attraverso le indagini si scoprì che quelle molotov erano state collocate all’interno della scuola dalla polizia stessa. Non furono trovate armi, né nella scuola né addosso alle persone.

I militari distrussero anche computer e macchine fotografiche rinvenuti nei punti radio e nelle redazioni giornalistiche allestite all’interno del Genoa Social Forum. L’obiettivo era cancellare foto e prove del massacro e delle violenze avvenute nelle piazze in quei giorni. Fortunatamente, gran parte del materiale era già stato messo al sicuro o pubblicato online.

Le torture nella caserma di Bolzaneto

Le persone fermate furono condotte nella caserma di Bolzaneto, situata a diversi chilometri dalla Diaz. Si trattava della stessa struttura dove venivano portati anche i manifestanti arrestati durante quelle giornate di protesta. In quella caserma furono perpetrati atti di tortura e umiliazione da parte delle forze dell’ordine.

Ragazzi e ragazze costretti a stare in piedi per ore, con il volto rivolto al muro, a cantare canzoni fasciste e antisemite. Piercing e orecchini venivano strappati con violenza, causando dolori lancinanti. Alcuni manifestanti sono stati visti gattonare lungo i corridoi, mentre i poliziotti ordinavano loro di abbaiare e ululare. Chi si rifiutava veniva colpito con manganellate.

Un poliziotto urinò addosso a un ragazzo. Le ragazze venivano minacciate di violenza con il manganello. Il medico, durante le visite, insultava i manifestanti e non prescriveva il ricovero a chi ne aveva bisogno. Queste sono solo alcune delle numerose forme di umiliazione e tortura subite.

Le violenze, le torture, gli arresti e le umiliazioni effettuate dalle forze dell’ordine in quei giorni di Genova, Amnesty International le definì:

“La più grande sospensione dei diritti umani e democratici in Paese occidentale dal dopo guerra”

Le condanne

Mario Placanica fu assolto per legittima difesa. Nel 2005 fu dimesso dall’Arma dei Carabinieri perché giudicato non idoneo al servizio. Oggi ha 45 anni. Per le violenze alla Diaz furono condannate 25 persone, tra cui il capo dell’anticrimine Francesco Gratteri, condannato a 4 anni, il comandante della mobile di Roma Vincenzo Canterini a 5 anni, e Spartaco Mortola, dirigente della Digos di Genova, a 3 anni e 8 mesi. Per le torture di Bolzaneto si contarono 15 condanne e 30 assoluzioni. Tra i manifestanti ci furono 25 condanne. Black bloc arrestati e condannati: nessuno.

La Corte Europea ha condannato l’Italia per la violazione della Convenzione sui Diritti Umani, che proibisce trattamenti e pene inumani e degradanti, a causa delle brutali violenze della polizia durante il G8 di Genova del 2001.

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