Vent’anni dopo aver lasciato Palazzo Barbieri, Michela Sironi continua a guardare Verona con gli occhi di chi quella città ha cercato di immaginarla prima ancora che amministrarla. Prima donna sindaca nella storia cittadina, alla guida del Comune dal 1994 al 2002, arrivò in uno dei momenti più delicati della politica italiana, dopo Tangentopoli, con il compito di restituire credibilità alle istituzioni e rilanciare una macchina amministrativa rimasta praticamente ferma per due anni. Molti dei progetti avviati durante il suo mandato sono stati completati, altri sono rimasti incompiuti o hanno preso direzioni diverse.

Dottoressa Sironi, quando guarda la Verona di oggi, qual è il primo pensiero che le viene in mente?

«È una città molto più internazionale rispetto a quella che amministravo io, ma anche molto più turistica. Questo, in parte, era ciò che desideravo quando lavorai perché Verona ottenesse il riconoscimento di Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Il problema è che oggi prevale un turismo quantitativo, fatto spesso di visite veloci, mentre avrei voluto una città capace di farsi conoscere nella sua interezza: le chiese, i palazzi, i musei, i luoghi meno scontati. Verona merita un turismo che la comprenda davvero, non che la consumi.»

Lei diventò sindaca nel pieno del dopo Tangentopoli. Che città trovò?

«Una città che aveva perso fiducia nella politica. Verona era stata una delle città simbolo di Tangentopoli e molti cittadini pensavano che tutti i politici fossero corrotti o corruttibili. La prima sfida fu dimostrare che amministrare poteva significare servire la città e non servirsi della politica. Inoltre, l’attività amministrativa era rimasta bloccata per due anni, per via del commissariamento, e bisognava rimettere in moto la macchina comunale e costruire una nuova idea di sviluppo.»

L’urbanista Giorgio Massignan, di VeronaPolis, sostiene che la sua amministrazione sia stata l’ultima a pensare Verona con una visione complessiva. Si riconosce in questa lettura?

Michela Sironi con Papa Giovanni Paolo II

«Avevamo impostato una programmazione di lungo periodo. Alcuni interventi li abbiamo portati a termine, come la Tangenziale Est, la riqualificazione della Gran Guardia, il Teatro Camploy, la sistemazione di via Mazzini e di Corso Cavour. Erano opere diverse tra loro, ma rispondevano tutte alla stessa idea: rendere Verona più vivibile, più bella e più competitiva, senza perdere la sua identità.»

(Sironi ricorda anche la lunga mediazione che portò alla soluzione della cosiddetta “guerra del marmo” tra Verona e Sant’Ambrogio di Valpolicella e il trasferimento del mercato ortofrutticolo, esempi di una politica che, racconta, cercava compromessi nell’interesse generale, ndr)

All’epoca il mandato del sindaco durava quattro anni e, visto che fu riconfermata, lei governò la città complessivamente 8 anni. Oggi, a parità di situazione, avrebbe avuto complessivamente due anni in più di mandato. Quali progetti avrebbe potuto completare, secondo lei, con quei due anni in più?

«Senza dubbio la metropolitana di superficie e il recupero dell’Arsenale. Erano entrambi finanziati e pronti per essere cantierati. Sarebbero stati due interventi capaci di cambiare profondamente la città.»

E il progetto che le pesa maggiormente non aver visto realizzato?

«L’Arsenale, certamente. Ma anche il campus universitario alla Passalacqua. Dopo una trattativa lunghissima riuscimmo ad acquisire quell’area dai militari con l’idea di creare un grande polo universitario. Chi venne dopo scelse invece di venderne una parte, stravolgendo completamente quel disegno. È stata una grande occasione persa.»

Quanto è difficile vedere un progetto cambiare direzione dopo la fine del proprio mandato?

«È quasi un dolore fisico. Dietro ogni progetto ci sono anni di lavoro, amministratori, tecnici comunali, energie condivise. Cambiare soltanto perché l’idea appartiene a chi c’era prima è un errore gravissimo. Se un progetto è valido, non dovrebbe importare chi lo ha pensato.»

Il riferimento più evidente è alla mobilità.

«Continuo a credere che abbandonare la tramvia su rotaia sia stato uno sbaglio. Era un sistema più moderno, più flessibile e più adatto a una città storica come Verona. Lo dimostra il fatto che altre città hanno scelto quella strada.»

Quindi in Italia manca una cultura della continuità amministrativa?

«Assolutamente sì. È una forma di miopia politica. Chi governa dovrebbe chiedersi cosa serve alla città, non da quale parte politica arriva un progetto. Pensare solo a distinguersi da chi c’era prima significa anteporre il proprio interesse a quello della comunità.»

Lei è stata la prima e finora unica donna sindaca di Verona. Quanto fu difficile affermarsi in un ambiente ancora molto maschile?

«Personalmente non ho mai vissuto particolari difficoltà. Forse qualcuno pensava che sarei stata più arrendevole, ma non è nel mio carattere. Detto questo, credo che una resistenza culturale verso le donne nei ruoli di potere esista ancora. Molte strutture politiche continuano a essere costruite attorno agli uomini.»

È arrivato il momento di rivedere una donna alla guida di Verona?

«Può darsi, ma il punto non è il genere. Conta l’onestà, la competenza e la capacità di costruire una squadra valida. Uomo o donna cambia poco: ciò che conta è avere un’idea chiara della città.»

Come giudica la politica di oggi rispetto a quella degli anni Novanta?

«Erano anni molto particolari. Dopo Tangentopoli arrivarono tante persone nuove che entrarono in politica con entusiasmo e con il desiderio di ricostruire il rapporto tra cittadini e istituzioni. Eravamo convinti di poter cambiare le cose. C’era un’energia straordinaria.»

Le chiedo un giudizio sui sindaci che sono venuti dopo di lei: Zanotto, Tosi, Sboarina e Tommasi.

«Non mi piace giudicare i colleghi. Posso dire soltanto una cosa: chi amministra Verona dovrebbe pensare prima alla città e solo dopo alla propria carriera politica. Un sindaco dovrebbe dedicare alcuni anni alla comunità e poi tornare a fare il proprio lavoro. Ho sempre faticato a capire chi fa della politica una professione.»

Negli anni da sindaca e anche successivamente ha costruito importanti relazioni internazionali, dall’Europa al Medio Oriente. Quanto conta, per una città come Verona, saper guardare oltre i propri confini?

«Moltissimo. Ho sempre pensato che Verona dovesse essere una città europea e internazionale, non solo per il turismo ma per la sua capacità di costruire relazioni. Per questo ci impegnammo perché qui si svolgesse la riunione dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali europee che contribuì al percorso verso la moneta unica. Fu un evento straordinario, realizzato grazie al lavoro di tutta la città. Negli anni successivi ho continuato a lavorare su progetti di cooperazione internazionale, in particolare tra Israele e Palestina. Ricordo con emozione gli incontri con personaggi del calibro di Shimon Peres e il progetto per realizzare un’area industriale capace di creare occupazione nei territori palestinesi. Ho sempre creduto che il lavoro, la cultura e il dialogo possano costruire ponti molto più solidi dei muri. È una convinzione che porto ancora con me e che credo possa insegnare qualcosa anche a Verona.»

Qual è secondo lei la priorità che oggi Verona non può più rinviare?

«Il centro storico si sta svuotando dei suoi residenti. Ci sono sempre più bed&breakfast e sempre meno famiglie. Bisogna riportare soprattutto i giovani dentro le mura, perché sono loro a tenere viva una città. E poi serve una vera politica urbanistica: basta consumare suolo quando esistono tanti spazi già costruiti e inutilizzati.»

Se per un giorno tornasse sindaca, quale sarebbe il primo provvedimento che firmerebbe?

«Restituirei l’Arsenale alla città, come era stato pensato nel progetto originario. Lì immaginavamo di trasferire il Museo di Storia Naturale, valorizzandolo finalmente come merita, e di ridisegnare l’intero comparto culturale.»

Per finire, visto che il 2030 è ormai ad un passo… come immagina Verona nel 2040?

«Vorrei una città più verde, più attenta all’urbanistica e ai cambiamenti climatici. Una città universitaria vera, capace di trattenere i giovani, e meno dipendente dal turismo “mordi e fuggi”. Verona è una città elegante, ricca di storia, di cortili nascosti, di chiese, di palazzi straordinari. Deve tornare a valorizzare questa identità, perché merita molto di più di essere soltanto una tappa veloce per chi arriva a vedere l’Arena o il balcone di Giulietta.»

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