Ilaria Salis è tornata la settimana scorsa a Verona per un evento organizzato dal suo partito, AVS, e per partecipare a un dibattito al Festival Paratod@s tenutosi in Via Villa a Quinzano. Il confronto ha avuto come tema i venticinque anni dalle proteste contro il G8 di Genova del 2001. Abbiamo avuto l’opportunità di scambiare qualche parola con lei per approfondire diverse tematiche: dai fatti di Genova ai movimenti attuali, fino all’importanza dell’intersezionalità delle lotte. Inoltre, abbiamo discusso del Piano Casa proposto dall’attuale governo, della remigrazione e di altri argomenti rilevanti.

Salis, sono trascorsi venticinque anni dal G8 di Genova, un evento che per molti ha segnato la fine di un’era dei movimenti, mentre per altri ha rappresentato l’inizio di una nuova consapevolezza. Guardando a quel periodo, ritiene che oggi ci sia ancora spazio per costruire “un altro mondo possibile” o il contesto politico e sociale è profondamente mutato?

«Quel movimento aveva previsto con grande anticipo e straordinaria capacità predittiva dove ci avrebbe condotto la globalizzazione neoliberista: aumento delle disuguaglianze, devastazione ambientale, concentrazione della ricchezza e del potere, perdita di sovranità democratica. Forse, il riemergere dei nazionalismi era stato invece sottovalutato. In ogni caso, oggi viviamo pienamente dentro queste contraddizioni, che nel frattempo si sono aggravate, diventando sempre più insostenibili per la stragrande maggioranza della popolazione. Le ragioni di Genova riaffiorano nei movimenti femministi e per il clima, nelle lotte per la casa, nelle mobilitazioni studentesche, nelle vertenze dei lavoratori e delle lavoratrici, nell’antirazzismo e nell’opposizione alla guerra. È da questi percorsi che dobbiamo ripartire. Oggi, più che mai, è necessario continuare a lottare per «un altro mondo possibile».

Il suo cammino ha origine nell’attivismo e nei movimenti sociali, e oggi è membro del Parlamento europeo. Quanto è complesso mantenere lo spirito della mobilitazione all’interno delle istituzioni senza esserne assorbiti? E cosa possono ancora insegnare i movimenti alla politica tradizionale?

«Per me, stare nelle istituzioni ha senso solo se si mantiene un legame autentico con ciò che accade fuori. Credo fermamente nell’autonomia del sociale: la politica non deve mai cercare di imporre il percorso ai movimenti. Tuttavia, soprattutto in una fase come questa, è importante instaurare un rapporto di reciprocità virtuosa tra i movimenti e la sinistra istituzionale. Il compito della politica è ascoltare, rispettare i movimenti, evitando la tentazione di sovradeterminarli o guidarli dall’alto. I movimenti ricordano alla politica una verità semplice ma fondamentale: i diritti non sono mai stati concessi per generosità da chi detiene il potere, ma sempre conquistati attraverso il conflitto, l’organizzazione e la mobilitazione.»

In diversi Paesi europei stanno emergendo movimenti che pongono al centro temi quali sicurezza, identità nazionale e “remigrazione”. Quanto la preoccupa questa tendenza? Si tratta di una fase politica destinata a esaurirsi o di un cambiamento più profondo nella cultura democratica europea?

Mi preoccupa profondamente. Non si tratta soltanto della crescita elettorale dell’estrema destra, un fenomeno già di per sé gravissimo. Il problema più profondo è il cambiamento del senso comune. Idee che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate apertamente razziste o incompatibili con la democrazia oggi vengono presentate come opzioni politiche ordinarie. “Remigrazione”, ad esempio, è un termine creato per rendere accettabile un progetto di espulsione di massa, una vera e propria pulizia etnica. Queste idee non rimangono confinate ai partiti neofascisti, ma vengono progressivamente assorbite anche dalle destre tradizionali e, in alcuni casi, persino da forze che si definiscono moderate.

Ilaria Salis al Festival Paratod@s

Lo vediamo nelle politiche sull’asilo, nell’esternalizzazione delle frontiere, nei respingimenti e nella rappresentazione del migrante come nemico. Non credo che questa fase si esaurirà da sola, semplicemente aspettando. L’estrema destra cresce perché, come uno sciacallo, sfrutta paure reali: precarietà, impoverimento, peggioramento dei servizi pubblici, mancanza di prospettive. Ma invece di indicare le vere responsabilità, trasforma chi sta peggio nel nemico di chi sta male. Per contrastarla non basta difendere la democrazia in astratto. Occorre costruire sicurezza sociale: casa, salari, sanità, istruzione e diritti. E bisogna smettere di inseguire la destra sul suo terreno, perché ogni volta che si accetta il suo linguaggio, la si rafforza.

Il Governo ha presentato il nuovo Piano Casa come risposta all’emergenza abitativa, ma lei lo ha criticato, sostenendo che non affronti le cause strutturali del problema. Quali interventi ritiene davvero necessari per garantire il diritto alla casa, soprattutto a giovani e alle fasce più vulnerabili?

Il problema del Piano Casa è che continua a considerare l’abitazione principalmente come un settore per attrarre investimenti privati. Tuttavia, la casa non può essere trattata solo come una merce, ma deve essere riconosciuta come un diritto fondamentale. La crisi abitativa è enorme: liste d’attesa interminabili per le case popolari, sfratti in aumento, affitti e mutui che assorbono gran parte degli stipendi, studenti impossibilitati a permettersi una stanza e migliaia di alloggi pubblici vuoti per mancanza di fondi per la ristrutturazione. Di fronte a tutto questo, promettere centomila abitazioni in dieci anni è chiaramente insufficiente. Inoltre, resta da vedere se il Governo manterrà questa promessa o se, come spesso accade, si tratta solo di annunci. Parlare genericamente di housing sociale non basta, perché spesso i canoni definiti “accessibili” risultano inaccessibili per chi ha un reddito basso o un lavoro precario. È necessario un grande piano nazionale di edilizia residenziale pubblica. Bisogna recuperare gli alloggi pubblici inutilizzati, smettere di vendere il patrimonio esistente e regolamentare seriamente gli affitti brevi turistici nelle città. Servono inoltre contributi per chi non riesce a sostenere il costo dell’affitto, residenze pubbliche per gli studenti e strumenti per intervenire sul patrimonio immobiliare lasciato vuoto dai grandi proprietari. Non possiamo continuare a dire solo che mancano le case. Le case ci sono, ma vengono usate come strumenti di investimento finanziario anziché come mezzi per soddisfare un bisogno essenziale. La vera scelta è culturale e politica: decidere se mettere al primo posto il diritto delle persone a un tetto o il diritto di pochi a fare profitto.

Negli ultimi anni le mobilitazioni sembrano spesso nascere attorno a singole emergenze, dal clima al lavoro, dal diritto all’abitare ai diritti civili. Oggi manca una grande narrazione comune, come quella del movimento no global, oppure questa frammentazione rappresenta una nuova forma di partecipazione?

Credo che convivano entrambe le dimensioni. Da un lato, la pluralità dei movimenti arricchisce il panorama sociale. Oggi emergono soggettività e resistenze contro forme di oppressione che in passato erano spesso marginalizzate. Il femminismo, ad esempio, ci ha insegnato che le condizioni materiali di vita sono inseparabili dal genere, dall’orientamento sessuale, così come dalla provenienza, dal colore della pelle o dalla condizione giuridica. Per questo motivo, non ritengo opportuno desiderare un movimento unico e omogeneo.

Dall’altro lato, però, la frammentazione diventa un limite quando ogni lotta resta confinata alla propria vertenza. La persona sfrattata, il lavoratore precario, la studentessa che non può permettersi una stanza e il migrante rinchiuso in un CPR vivono esperienze diverse ma, pur in condizioni differenti, sono tutti intrappolati nello stesso sistema che assegna libertà e diritti in base al reddito, al passaporto e alla posizione sociale. La sfida è costruire connessioni senza cancellare le differenze. Una lotta per il clima che ignori le disuguaglianze sociali lascerebbe indietro le classi popolari. Una lotta per il lavoro che non affronti il razzismo e il patriarcato non potrà mai rappresentare davvero tutto il mondo del lavoro. Tuttavia, una narrazione comune non si costruisce a tavolino. Nasce nelle pratiche, nelle alleanze e nelle lotte condivise. È da lì, e sempre da lì, che dobbiamo attingere.

In un’epoca dominata da conflitti, disuguaglianze, emergenze climatiche e crescente sfiducia nelle istituzioni, parlare di “un altro mondo possibile” può sembrare un’utopia. Lei continua a usare questa espressione: cosa significa concretamente nel 2026? Quali cambiamenti ritiene realizzabili e da quali punti dovremmo partire?

Non uso spesso questa espressione, ma il suo significato rimane potente, perché parte da un dato semplice: il mondo così com’è non può andare avanti ancora a lungo. “Un altro mondo possibile” significa liberare la vita dalla logica del profitto. Significa mettere al centro i bisogni e i desideri delle persone: la casa, la salute, l’istruzione, l’acqua, l’energia, la mobilità. Significa redistribuire ricchezza e potere, tassare seriamente i grandi patrimoni, aumentare i salari e ridurre l’orario di lavoro. Significa affrontare la crisi climatica senza scaricare i costi su chi ha meno. E significa fermare la corsa al riarmo, che sottrae miliardi ai servizi pubblici mentre alimenta nuove guerre. Questi non sono obiettivi irrealistici. Irrealistico è pensare di poter continuare ad aumentare le disuguaglianze, distruggere il pianeta e militarizzare le nostre società senza subirne le conseguenze. Un cambiamento profondo potrà partire solo dall’auto-organizzazione delle persone e dal rinnovamento di mentalità e pratiche quotidiane. Le istituzioni possono essere uno strumento importante, ma difficilmente saranno il motore principale di questo processo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA