Veronetta: crocevia di memorie tra Austria e Italia
Dalla Verona austriaca all'Unità d'Italia: lo storico Gian Paolo Romagnani racconta il ruolo di Veronetta nella storia e nella memoria della città.

Dalla Verona austriaca all'Unità d'Italia: lo storico Gian Paolo Romagnani racconta il ruolo di Veronetta nella storia e nella memoria della città.

Verona è una città in cui la storia si legge anche sulle targhe delle strade, nei monumenti e nei quartieri che ne hanno accompagnato le trasformazioni politiche e sociali. Dalla lunga stagione della dominazione austriaca all’annessione al Regno d’Italia, fino alle profonde ridefinizioni dell’identità urbana tra Otto e Novecento, la città ha visto intrecciarsi memorie, appartenenze e conflitti che ancora oggi lasciano tracce nel paesaggio urbano. Ma come si costruisce una memoria nazionale? E in che modo lo spazio urbano diventa uno strumento politico? A partire dal caso di Veronetta, quartiere ricco di stratificazioni storiche e simboliche, ne abbiamo parlato con lo storico Gian Paolo Romagnani che nel volume Storia di Verona. Dall’antichità all’età contemporanea di Cierre Edizioni propone una sintesi aggiornata della storia veronese, mettendo in luce il ruolo della città come crocevia politico, militare, economico e culturale tra Europa centrale e Mediterraneo.
Verona è spesso ricordata come una delle principali città del Quadrilatero austriaco. In che modo questa lunga esperienza asburgica ha influenzato il rapporto della città con il Risorgimento e con la successiva costruzione dell’identità nazionale?

«Sicuramente Verona è una città profondamente segnata dalla presenza austriaca: Palazzo Barbieri che fu il domicilio di Radetzki, l’Arsenale, i forti sulla collina. Pensiamo solo alle caserme ottocentesche che ospitavano oltre 20.000 soldati provenienti da tutti i territori dell’impero. In una città che nel 1860 contava 56.000 abitanti questa presenza era decisiva: rappresentava una fetta importante dell’economia cittadina, non ultima la presenza di alcune migliaia di prostitute… Quasi tutte sparite dopo la cacciata degli austriaci. D’altro canto il tutto sommato buon governo austriaco fidelizzò una parte significativa della popolazione e dell’élite locale che partecipò solo in minima parte al Risorgimento.
Basti pensare all’ultimo podestà di Verona nominato dagli austriaci: il conte Edoardo De Betta, uomo di simpatie liberali e sicuramente “italianizzante”, in seguito nominato senatore del Regno d’Itala, cui successe alla fine del 1866 il primo sindaco italiano, il marchese Alessandro Carlotti, un moderato austriacante, scelto per rassicurare l’élite cittadina che il nuovo governo non avrebbe rappresentato un elemento di frattura con il passato. L’essere stata il cuore del sistema di difesa austriaco a metà Ottocento e poi il centro nevralgico della fascistissima Repubblica di Salò, oltre che dei comandi nazisti fra il 1943 e il 1945 ha probabilmente inciso un po’ sul carattere dei veronesi.»
All’interno della città, Veronetta sembra occupare una posizione particolare, sia dal punto di vista geografico sia da quello simbolico. Quale ruolo ebbe questo quartiere nella Verona dell’Ottocento e negli anni immediatamente successivi all’annessione al Regno d’Italia?
«La storia di Veronetta inizia, di fatto con il periodo napoleonico quando, fra il 1801 e il 1805, la città fu divisa in due, come la Berlino di metà Novecento, con l’Adige a far da confine fra il centro città a destra del fiume, assegnato all’amministrazione filofrancese della Repubblica Cisalpina e la parte di città a sinistra del fiume, da allora chiamata Veronetta, assegnata all’amministrazione austriaca. Da questo momento inizia la crescita del quartiere, fino ad allora caratterizzato da una significativa presenza di palazzi nobiliari come palazzo Giuliari, oggi sede del Rettorato dell’Università, Palazzo Pompei, sede del Museo di scienze naturali, palazzo Sagramoso, palazzo Bocca Trezza, ora in fase di recupero e destinato ad ospitare associazioni cittadine, palazzo Giusti del Giardino, forse uno degli angoli verdi più affascinanti della città.

Nel pieno Ottocento Veronetta si afferma come vivace quartiere popolare con una densa presenza di attività artigianali, ma anche con l’ampio spazio verde dell’ex Campo Marzio, ribattezzato a fine Settecento Compofiore e sede di un importante mercato murato progettato da Scipione Maffei, oggi purtroppo scomparso. Proprio ai margini di questo spazio verde sorgerà negli anni Cinquanta l’imponente complesso militare della Provianda di Santa Marta, il luogo di produzione e stoccaggio delle gallette destinate a nutrire l’armata austriaca, che rimase in funzione solo per un decennio tra il 1856 e il 1866 e che da qualche anno ospita i Dipartimenti economici dell’Università.»
Dopo il 1866, la nuova amministrazione italiana sentì l’esigenza di “nazionalizzare” anche lo spazio urbano? Possiamo leggere la toponomastica come uno strumento di costruzione dell’identità nazionale?
«Dopo il 1866 l’amministrazione cittadina provvede a ridenominare molte vie e a collocare nelle principali piazze cittadine monumenti agli eroi del Risorgimento italiano: Cavour, Garibaldi, Vittorio Emanuele II. La città – ma si tratta di un fenomeno che si verifica in tutt’Italia fra gli anni Settanta e gli anni Novanta – diviene così un susseguirsi luoghi della memoria patria con una ridenominazione odonomastica dagli evidenti connotati politici e pedagogici. Basti pensare che uno dei primi atti della nuova amministrazione, assunto poche settimane dopo l’annessione del Veneto all’Italia, è l’intitolazione dell’ex via Stimate al patriota mazziniano Carlo Montanari, giustiziato a Belfiore dagli austriaci nel 1852. Nei mesi e negli anni successivi il centralissimo corso di Castelvecchio viene ribattezzato corso Cavour e via San Fermo di Cort’Alta viene ribattezzata via Garibaldi, non senza polemiche da parte dei cattolici e dei conservatori che contestavano anche il fatto che il generale fosse ancora vivo.»
Osservando la toponomastica di Veronetta, quali scelte le sembrano più significative? Ci sono vie o piazze che raccontano particolarmente bene il progetto politico e culturale della Verona postunitaria?
«Una discussione molto accesa si sviluppa nell’aula comunale nel 1887 attorno alla proposta della sinistra di denominare la nuova via che tagliava in due Veronetta tra porta Vescovo e l’Adige con il nome di via XX Settembre. Per i cattolici quel nome rappresentava infatti uno sfregio alla Chiesa di Roma. Compiuto questo atto dal forte valore simbolico l’odonomastica di Veronetta non subì particolari mutamenti, semmai il recupero delle antiche denominazioni delle vie. Uniche novità, dall’indubbio valore simbolico, furono le intitolazioni, deliberate dall’amministrazione di sinistra radical-socialista insediatasi nel 1907, di due vie ad esponenti del pensiero laicista: il poeta anticlericale Giosuè Carducci e il prete spretato positivista Gaetano Trezza.»

Molti dei nuovi nomi introdotti dopo l’Unità richiamavano patrioti, uomini politici e momenti fondativi della nazione. Possiamo parlare di una vera e propria “toponomastica laica”? E che rapporto ebbe con una città dalla forte tradizione religiosa come Verona?
«Direi che la stagione più significativa per l’odonomastica cittadina è quella successiva al 1907, quando le elezioni amministrative sono vinte dal cosiddetto “Blocco del popolo”, composto da radicali, repubblicani e socialisti, che rimane saldamente al governo della città fino alla fine della prima guerra mondiale. Il 5 ottobre 1907, dopo aspre discussioni e con l’opposizione strenua dei cattolici e dei monarchici, il Consiglio Comunale delibera a maggioranza il mutamento del nome della centralissima via Nuova in via Giuseppe Mazzini. Negli, stessi anni il quartiere popolare e socialista di Porto San Pancrazio vide le proprie vie assumere il nome di eroi del pensiero laico e anticlericale come Giordano Bruno, Paolo Sarpi, Galileo Galilei, o di eretici come Marcantonio Flaminio, Girolamo Savonarola e Agostino Mainardi. Analogamente politica è la scelta di intitolare alcune vie del centro ad esponenti della sinistra democratica e repubblicana come Carlo Cattaneo o Felice Cavallotti. Le proteste dei clericali e dello stesso vescovo sono veementi, ma inutili: ormai la base politica della città sta davvero cambiando. Nel 1913, poco prima dello scoppio della guerra, è ancora una giunta di sinistra a guida socialista a intitolare il nuovo quartiere operaio sorto tra Porta Palio e San Bernardino al leader socialista Andrea Costa e le sue vie ad esponenti della sinistra democratica e radicale come Quirico Filopanti, Aurelio Saffi, Angelo Brofferio e Carlo Pisacane. Contemporaneamente l’intero quartiere residenziale di Borgo Trento, abitato dalla nuova borghesia emergente di orientamento liberale, viene letteralmente disseminato di vie e viali dai nomi risorgimentali: Mameli, Bixio, Menotti, Abba, Medici, Anita Garibaldi, dei Mille Caprera, Bezzecca, Aspromonte, Calatafimi.»
A distanza di oltre un secolo e mezzo, la toponomastica risorgimentale continua a trasmettere il messaggio originario oppure il suo significato si è progressivamente attenuato?
«Credo che, come ovunque in Italia, il significato simbolico dell’odonomastica dell’età liberale si sia perso da tempo. A me capita, a volte, di citare a lezione il nome di un luogo o di un personaggio storico e di sentire uno studente commentare: “Ah quello della via!”. Pensi che una volta, a Roma, prendendo il taxi e chiedendo di portarmi in piazza Cavour – nome da me, che son torinese, pronunciato con perfetto accento franco-piemontese – vidi il tassinaro perplesso. Ripetei il nome sillabando e solo allora lui si illuminò: “Ah! Piazza càvvur! Ar Palazzaccio…”.»
Se dovesse scegliere un luogo di Veronetta in cui si leggono meglio le stratificazioni della storia veronese – romana, religiosa, austriaca, risorgimentale e contemporanea – quale sceglierebbe e perché?
«Sicuramente la zona universitaria, con il convento e la chiesa di San Francesco che ora ospitano gli uffici amministrativi dell’Ateneo e la biblioteca Frinzi; le antiche mura scaligere duecentesche ancora ben visibili, la porta della Vittoria voluta da Cangrande e riedificata agli inizi dell’Ottocento; i resti del tempio di Giove Lustrale, da poco ripuliti, all’imbocco di viale Torbido; poi i bastioni veneziani che fra pochi mesi saranno aperti al pubblico, le tracce sommerse della Fiera di Muro del Maffei e il complesso della Provianda austriaca Santa Marta. A far da contrasto il modernissimo e un po’ brutalista Polo Zanotto e le nuove case di via Terzian con vista sul parco delle mura. A proposito di odonomastica, come docente universitario mi fa molto piacere che una via del quartiere sia stata intitolata qualche anno fa al primo Rettore dell’Università di Verona, il neurologo di origine armena Hrayr Terzian che fu anche uomo di forte impegno politico e civile.»

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