La sfida della mobilità sostenibile non si gioca soltanto tra cantieri, piste ciclabili e filovia. Il vero terreno decisivo è quello culturale. Per Corrado Marastoni, da quasi dieci anni presidente della Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta (Fiab) Verona, il futuro della città passa dalla capacità di convincere i cittadini che esistono alternative credibili all’automobile, senza trasformare il dibattito in uno scontro ideologico.

Dalle polemiche sulle nuove ciclabili al ruolo del trasporto pubblico, fino alle ondate di calore, all’inquinamento e alla necessità che ciascuno faccia la propria parte, Marastoni traccia il ritratto di una Verona che sta recuperando il tempo perduto e che, secondo lui, ha finalmente imboccato una direzione europea. A patto che si prosegua, anche in futuro, a prescindere dal “colore” dell’amministrazione in carica, in questa direzione.

Verona si è basata per decenni sull’automobile. Oggi sembra voler cambiare direzione. Ma prima ancora che urbanistico, il cambiamento deve essere culturale?

«Sì. Verona ha bisogno soprattutto di fidarsi di un processo che molte altre città hanno già affrontato e che ormai è inevitabile. Le città stanno scoppiando di traffico e il modello che per decenni ha privilegiato l’automobile non funziona più. Non parlerei soltanto di biciclette: serve una visione complessiva della mobilità, con un trasporto pubblico efficiente, infrastrutture sicure per chi sceglie di spostarsi in bici e una vera integrazione con treni e altri mezzi. Solo così l’auto smetterà di essere l’unica opzione percepita come pratica.»

Foto da Unsplash di Markus Spiske

Perché Verona sembra arrivare più tardi rispetto ad altre città?

«Perché è rimasta sostanzialmente ferma per trent’anni. Io lavoro a Padova da oltre tre decenni e ho visto una realtà completamente diversa. Lì il progetto del tram è stato portato avanti da amministrazioni di colore politico differente senza mai cambiare direzione, e la rete ciclabile è stata realizzata già vent’anni fa. Verona sta facendo oggi quello che altre città hanno iniziato molto prima. Da un lato questo permette di utilizzare criteri progettuali più moderni, ma dall’altro significa recuperare due decenni di ritardo. È inevitabile che il cambiamento incontri resistenze.»

Ogni nuova pista ciclabile scatena polemiche. Perché è così difficile accettare questa trasformazione?

«Perché costruire una rete ciclabile davvero efficace significa redistribuire lo spazio della strada. Fino a oggi circa l’80 per cento dello spazio pubblico era destinato ai veicoli a motore. Se vogliamo che le persone usino la bicicletta nella vita quotidiana dobbiamo creare percorsi diretti e sicuri. In alcune situazioni basta moderare la velocità delle auto, in altre serve una separazione fisica. È lo stesso principio che vale per la filovia: quando si dedicano corsie riservate si modifica un equilibrio consolidato e questo genera inevitabilmente reazioni.»

Le polemiche sono quindi fisiologiche?

«Direi di sì. Bisogna avere pazienza e spiegare il senso delle scelte. L’esperienza di tante città dimostra che, dopo un periodo di adattamento, diminuiscono gli incidenti, aumenta l’attenzione reciproca e alla fine stanno meglio anche gli automobilisti, perché se una parte degli spostamenti passa su bici e trasporto pubblico le strade diventano meno congestionate.»

L’attuale amministrazione ha puntato molto sulla rete ciclabile. Qual è il suo giudizio?

«Ha ereditato una città molto indietro dal punto di vista infrastrutturale e ha avuto il coraggio di intervenire. Credo sia giusto riconoscerlo. Non è una valutazione politica: Fiab non sostiene uno schieramento, ma valuta le scelte. La direzione intrapresa è quella corretta e rappresenta un vantaggio per tutta la città.»

A Ruota libera, la rivista quadrimestrale edita da FIAB Verona

Che cosa manca ancora?

«Due aspetti sono fondamentali. Il primo è completare una rete organica che colleghi quartieri, frazioni, stazione, ospedali e anche i Comuni confinanti. Penso, per esempio, al collegamento tra Lugagnano e San Massimo: una pista ciclabile lungo quell’asse convincerebbe molte persone a lasciare l’auto per gli spostamenti quotidiani. Il secondo riguarda i parcheggi per biciclette. Arrivare in centro è ormai più semplice, ma poi bisogna poter lasciare la bici in sicurezza. I furti sono ancora troppo frequenti. Servono rastrelliere diffuse e veri bike park, come accade già a Padova o Bologna.»

Molti cantieri sono partiti contemporaneamente, alimentando ulteriori malumori. Si poteva programmare meglio?

«Capisco la sensazione, ma conoscendo da vicino il funzionamento della macchina amministrativa credo fosse molto difficile fare diversamente. Tra progettazione, iter burocratici e reperimento dei finanziamenti passano anni. Alla fine i lavori inevitabilmente si concentrano nello stesso periodo, soprattutto quando si avvicina la conclusione di un mandato.»

Anche sulle modalità con cui sono state realizzate le nuove ciclabili si è discusso molto. Le convince questa scelta?

«Sì. La decisione di realizzare piste in carreggiata protetta è quella più moderna. Se fossero state costruite sui marciapiedi, come qualcuno proponeva, avremmo avuto percorsi ciclopedonali meno sicuri e meno funzionali. Lo spazio stradale è uno spazio pubblico e deve essere redistribuito per migliorare la qualità della vita, non per favorire esclusivamente il traffico automobilistico.»

Il cantiere per la nuova pista ciclabile di via Nino Bixio – Foto di Anna Tragni

Fiab insiste da anni su un concetto: la bicicletta non è soltanto uno strumento per fare sport. È un’idea che riuscirà ad affermarsi?

«Lo spero. Noi promuoviamo la bicicletta come mezzo di trasporto quotidiano e per il tempo libero, non come attività sportiva. È un concetto molto diverso. Non si può imporre alle persone di lasciare l’auto. Bisogna creare condizioni tali per cui usare la bici diventi conveniente. Quando ci si accorge che si arriva prima, si parcheggia facilmente, si risparmia, si sta meglio fisicamente e persino il caldo diventa più sopportabile grazie a una città meno congestionata, allora il cambiamento culturale arriva.»

Anche il trasporto pubblico dovrà fare la sua parte?

«Assolutamente. Oggi molti autobus restano bloccati nel traffico e questo ne riduce l’attrattività. Con la filovia avremo un sistema completamente diverso, con corsie e semafori dedicati. A Padova il tram ha inciso in maniera impressionante sulla riduzione del traffico. Se il trasporto pubblico diventa rapido e affidabile, le persone lo scelgono spontaneamente.»

L’estate rende evidente anche un altro fenomeno: con la chiusura delle scuole il traffico diminuisce drasticamente.

«È il segnale di quanto pesino gli spostamenti quotidiani tra la provincia e la città. Molte famiglie accompagnano i figli nelle scuole veronesi e tantissime persone arrivano ogni giorno per lavoro. Per questo bisogna rafforzare i collegamenti con tutta la cintura metropolitana. Ho accolto con favore il tavolo di lavoro tra Comune, Provincia e Regione su questi temi. Se vogliamo convincere le persone a lasciare l’auto dobbiamo offrire un’alternativa che sia realmente più conveniente, sia nei tempi sia nei costi.»

In un’estate segnata da ondate di calore sempre più frequenti e da livelli di inquinamento che restano una criticità, anche la mobilità può diventare uno strumento per migliorare la qualità della vita?

«Senza dubbio. Nessuno pensa che tutti debbano andare in bicicletta, sarebbe irrealistico. Ma se ognuno fa la propria parte, scegliendo quando possibile mezzi diversi dall’auto privata, i benefici sono concreti: meno traffico, meno emissioni, meno incidenti e una città più vivibile. La sostenibilità non dipende da una sola infrastruttura, ma dall’insieme dei comportamenti individuali.»

Come immagina Verona nel 2035? Quale sarebbe il segnale che le farebbe dire: “Ce l’abbiamo fatta”?

«Mi piacerebbe vedere le piste ciclabili finalmente piene. Sarebbe il segnale che il cambiamento culturale è davvero avvenuto. Però credo che il passaggio decisivo arriverà già con le prossime scelte amministrative. Saranno quelle a stabilire se Verona continuerà lungo questa strada oppure rallenterà. Non è una questione politica, ma di visione. La direzione che prenderemo oggi determinerà la città che avremo tra dieci anni.»

Immagine creata con l’intelligenza artificiale.

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