Non solo spettacoli, ma un percorso di crescita condiviso che coinvolge giovani attori, spettatori e un intero quartiere. Spazio Teatro Giovani si prepara a chiudere la sua sesta edizione con le serate del 29 e 30 giugno confermando una partecipazione in costante aumento e un progetto che fa del teatro uno strumento di dialogo e cittadinanza attiva. Ne abbiamo parlato con le direttrici artistiche del festival Silvia Masotti e Camilla Zorzi, che tracciano il bilancio del festival e raccontano come il palcoscenico diventi occasione per interrogarsi sul presente e costruire comunità.

Spazio Teatro Giovani si avvia alla conclusione della sesta edizione. Qual è il bilancio di questo mese di spettacoli?

Silvia: «È sicuramente un bilancio molto positivo. Si conclude il prossimo 30 giugno un percorso iniziato a fine maggio che, anno dopo anno, continua a crescere. Noi lo chiamiamo festival, anche se in realtà è un mese di spettacoli all’interno di uno spazio pubblico che ogni sera si trasforma in teatro. Quello che ci rende più felici è vedere come sempre più persone si avvicinino a questa esperienza con uno sguardo curioso: vengono a vedere dei giovani e giovanissimi in scena, ma poi si fermano a parlare degli spettacoli, dei temi affrontati e delle domande che questi lavori fanno nascere.»

Quindi il teatro diventa qualcosa che va oltre la semplice rappresentazione?

Camilla: «È proprio questo il nostro obiettivo. Cerchiamo di evitare l’idea della performance fine a sé stessa, quella del “faccio il mio spettacolo e poi me ne vado”. Vogliamo che il teatro diventi un luogo in cui stare insieme, confrontarsi e interrogarsi. I testi che scegliamo affrontano sempre contenuti che permettono una riflessione sia ai ragazzi che li interpretano sia al pubblico che assiste agli spettacoli. Alla fine della serata spesso si rimane a parlare, a condividere punti di vista, e questo per noi è forse il risultato più importante.»

Camilla Zorzi e Silvia Masotti durante lo spettacolo di giovedì 26 giugno: “Una donna. Edipo. La guerra”. Foto di Ana Blagojevic.

Anche il pubblico sembra essere cresciuto rispetto alle passate edizioni.

S: «Sì, i numeri definitivi li faremo a festival concluso, ma possiamo dire che, rispetto alle circa 3.000 presenze dello scorso anno, quest’anno raggiungeremo almeno quota 3.500. È un dato che ci fa molto piacere perché conferma una crescita costante. La maggior parte del pubblico è composta proprio da giovani: spesso arrivano perché conoscono qualcuno che recita, poi tornano per vedere altri spettacoli e in alcuni casi assistono persino due volte allo stesso lavoro, soprattutto quando si tratta di testi più complessi. Questo significa che si crea un rapporto autentico con ciò che viene proposto.»

Anche il luogo contribuisce a creare questa atmosfera particolare.

S: «Assolutamente. Siamo nel quartiere di Veronetta e utilizziamo un parco pubblico che durante il giorno nessuno immaginerebbe possa ospitare il teatro di prosa. Ogni sera, grazie all’impegno dei ragazzi, quel luogo cambia completamente volto. Sono loro ad accogliere gli spettatori, ad aiutare con scenografie, allestimenti e smontaggi.

È un lavoro collettivo che trasforma il festival in un’esperienza di cittadinanza attiva attraverso il teatro.»

Durante lo spettacolo di giovedì 26 giugno: “Una donna. Edipo. La guerra”. Foto di Ana Blagojevic.

Il festival rappresenta il punto d’arrivo di un lungo percorso laboratoriale. Cosa vi colpisce maggiormente della crescita dei ragazzi e ragazze?

C: «Quello che ci sorprende ogni anno è la dedizione con cui affrontano il percorso. Per molti di loro il laboratorio è un’attività che si affianca alla scuola, all’università o al lavoro, ma il livello di impegno è altissimo. Questo ci permette di affrontare temi complessi e delicati, dai classici riscritti alle migrazioni, senza semplificare i contenuti. Ognuno trova la propria voce e porta sul palco la propria esperienza personale. Il laboratorio diventa così un percorso di formazione come cittadini, prima ancora che come attori.»

Si dice spesso che i giovani preferiscano contenuti leggeri. La vostra esperienza racconta altro?

S: «Assolutamente sì. È un luogo comune che non corrisponde a quello che vediamo ogni giorno. Quando vengono proposte opere impegnative, che richiedono attenzione e fatica, loro rispondono con entusiasmo. Hanno voglia di confrontarsi con testi complessi e di farlo insieme agli altri. Per questo ogni anno possiamo alzare l’asticella delle proposte artistiche.»

Il festival si conclude con “Una donna. Edipo. La Guerra”. Perché avete scelto proprio questo spettacolo?

C: «È il lavoro del gruppo che collabora con noi da più tempo e rappresenta un percorso di ricerca più avanzato. Ci piace chiudere il festival con uno spettacolo che utilizza il mito come lente attraverso cui osservare le ferite del presente. Non è un lavoro pensato per offrire risposte, ma per aprire interrogativi. Ed è proprio quello che sta accadendo: gli spettatori restano dopo lo spettacolo a confrontarsi, condividendo riflessioni e inquietudini. È il tipo di teatro che desideriamo costruire.»

Che tipo di reazione state osservando nel pubblico?

S: «Sta accadendo una cosa molto bella. Gli spettatori non vengono con l’idea di giudicare una performance, ma si lasciano coinvolgere dalle domande che lo spettacolo apre. Emergono inquietudini, riflessioni, ferite personali e, soprattutto, la voglia di fermarsi a discuterne insieme. È esattamente il tipo di esperienza teatrale che desideriamo costruire.»

Due repliche dello spettacolo sono entrate anche nel cartellone dell’Estate Teatrale Veronese. Che significato ha questo riconoscimento?

C: «Per noi è qualcosa di molto prezioso. I nostri ragazzi sono spesso spettatori dell’Estate Teatrale Veronese e vedere un gruppo nato all’interno del percorso di formazione entrare in un cartellone così importante significa costruire un ponte tra il lavoro educativo e la programmazione professionale. È un riconoscimento del valore del percorso fatto insieme e dimostra che anche un progetto dedicato ai giovani può dialogare con una manifestazione teatrale di livello internazionale.»

© RIPRODUZIONE RISERVATA