Il giornalismo non sta morendo. Sta cambiando forma, linguaggio, strumenti e funzioni. È questa la convinzione di Carlo Sorrentino, sociologo dei processi culturali e comunicativi all’Università di Firenze, che nel suo ultimo libro sceglie volutamente un titolo senza punto interrogativo: Il giornalismo ha un futuro.

Una dichiarazione che può sembrare controcorrente in un’epoca segnata dalla crisi delle redazioni, dalla precarizzazione della professione e dall’avanzata dell’intelligenza artificiale. Eppure, secondo Sorrentino, proprio mentre il giornalismo tradizionale attraversa una delle fasi più difficili della sua storia, la società ha sempre più bisogno di qualcuno che dia ordine al caos informativo.

«Se finisce il giornalismo finisce la società», sostiene il docente. Non perché verrebbero meno le informazioni, che anzi oggi abbondano come mai prima, ma perché verrebbe meno la capacità di organizzarle, interpretarle e trasformarle in conoscenza condivisa.

La grande cesura degli ultimi vent’anni è stata la digitalizzazione. Un processo che ha prodotto quella che gli studiosi chiamano “disintermediazione”: fonti e pubblico possono entrare in contatto diretto senza passare dai giornalisti. I leader politici comunicano attraverso i propri profili social, le aziende parlano direttamente ai consumatori, chiunque può diffondere contenuti raggiungendo potenzialmente milioni di persone.

In questo scenario il giornalista ha perso il monopolio della distribuzione delle notizie. «Un tempo il suo compito era trasportare un contenuto da una fonte a un pubblico», osserva Sorrentino. Oggi quel ruolo esclusivo non esiste più. Ma proprio per questo emerge una funzione nuova e forse ancora più importante: costruire gerarchie, selezionare, contestualizzare, spiegare.

La sfida non è più reperire le informazioni, bensì orientarsi dentro un ecosistema saturo di dati. Il sociologo parla di “disordine informativo”, una condizione generata non dalla scarsità ma dall’eccesso di contenuti. Da qui nasce il nuovo compito del giornalismo. «Non ci serve qualcuno che ci dica soltanto cosa è successo. Ci serve qualcuno che ci spieghi perché è successo». Non a caso, sottolinea Sorrentino, la più importante delle tradizionali cinque W del giornalismo è diventata la why, il perché.

Parallelamente si è aperta una crisi economica senza precedenti. Per decenni il sistema dell’informazione ha vissuto grazie a due clienti: i lettori e gli inserzionisti pubblicitari. Oggi entrambi sono sempre più difficili da conquistare. Da un lato il pubblico si è abituato alla gratuità delle notizie online; dall’altro la gran parte della pubblicità mondiale finisce nelle casse delle grandi piattaforme tecnologiche.

Secondo Sorrentino, circa l’80% degli investimenti pubblicitari globali è ormai concentrato nelle mani di pochi colossi digitali. Aziende che non producono informazione ma la distribuiscono, sfruttando la capacità di profilare gli utenti attraverso i dati raccolti online. Il risultato è un sistema squilibrato: chi produce le notizie deve sostenere i costi del giornalismo con una quota sempre più ridotta delle risorse disponibili.

Carlo Sorrentino, a destra, intervistato da Francesco De Filippo a Ronchi dei Legionari, durante la 13esima edizione del Festival “Leali delle Notizie”.

È il “guado” in cui il settore si trova da anni. Un passaggio lungo e difficile, nel quale gli editori sono chiamati a fare di più con meno mezzi, mentre le condizioni di lavoro dei giornalisti, soprattutto dei più giovani, peggiorano progressivamente.

In questo quadro si inserisce l’intelligenza artificiale. Per molti editori rappresenta una possibile via d’uscita, uno strumento capace di ridurre costi e aumentare la produttività. Ma Sorrentino invita a guardare oltre la tentazione del semplice risparmio.

Se utilizzata esclusivamente per sostituire lavoro umano, l’intelligenza artificiale rischia di impoverire ulteriormente il sistema informativo. Se invece viene impiegata per automatizzare le attività più ripetitive e liberare tempo per l’analisi e l’approfondimento, può diventare un alleato prezioso.

Carlo Sorrentino

«L’intelligenza artificiale è utile se toglie il lavoro sporco e permette alle persone di concentrarsi sulla comprensione dei fenomeni», spiega. Il rischio, al contrario, è alimentare un giornalismo che si limita a riprodurre continuamente le stesse notizie, inseguendo i temi più cliccati senza aggiungere interpretazione o valore.

Il futuro immaginato dal sociologo è quello di una professione polarizzata. Da una parte un giornalismo sempre più automatizzato, dedicato alla produzione continua di notizie rapide e aggiornamenti in tempo reale. Dall’altra una fascia più ristretta ma strategica di professionisti chiamati a fare ciò che le macchine non sanno fare: interpretare la complessità, collegare eventi apparentemente lontani, costruire scenari, spiegare il mondo. È qui che, secondo Sorrentino, si giocherà la vera partita. Non nel numero delle notizie pubblicate, ma nella capacità di renderle comprensibili.

Per questo il consiglio che rivolge ai giovani è chiaro: sviluppare competenze tecnologiche avanzate oppure costruire una forte specializzazione verticale. Diventare esperti riconosciuti di un tema, che sia la geopolitica, la scienza, la musica, lo sport o l’economia. «Ci sarà sempre bisogno di qualcuno che sappia spiegare bene le cose», sostiene. Ed è proprio in questa funzione di interprete e mediatore della complessità che il giornalismo può ritrovare la propria ragion d’essere.

Il mestiere sarà probabilmente più difficile, più competitivo e meno protetto rispetto al passato. Ma proprio per questo, conclude Sorrentino, rimarrà indispensabile. Perché una democrazia può sopravvivere a molte trasformazioni tecnologiche. Più difficile, invece, immaginare una società che riesca a comprendere sé stessa senza qualcuno che continui a raccontarla.

Immagine da Unsplash di Steve A. Johnson

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