Stelle e meteore: il mondiale entra nel vivo
Tra campioni annunciati e sorprese inattese, la Coppa del Mondo entra nel vivo: le stelle brillano, le meteore stupiscono e il torneo prende forma.

Tra campioni annunciati e sorprese inattese, la Coppa del Mondo entra nel vivo: le stelle brillano, le meteore stupiscono e il torneo prende forma.

Ciò che differenzia maggiormente la Coppa del Mondo rispetto ai campionati di club è l’apporto che i così detti “Star Player” offrono sul campo. Il calcio (nelle rispettive leghe nazionali) si sta muovendo in una direzione sempre più fluida, associativa e collettiva. Il singolo calciatore non è più la stella al centro del grande sistema, ma un satellite orbitante nella medesima rotta dell’intera formazione. Al centro, la squadra.
Tutto ciò si può definire causa e/o conseguenza di allenamenti sempre più intensivi, di uno studio spasmodico dell’avversario e dell’ossessiva individuazione di contro-risposte pratiche. Questo pattern è reso possibile poiché club, staff e calciatori lavorano coordinati quotidianamente.
Per quanto riguarda la nazionale, invece, tutto ciò non può essere replicato. Le tempistiche sono drasticamente ridotte, l’allenatore ribaltato e i match da disputarsi compattati in pochissime settimane.
La gerarchia del gruppo squadra, quindi, non sarà più circolare, ma piramidale e sequenziale. In cima starà la stella, inevitabilmente. Poi, tutto il resto.
E queste prime due giornate della Coppa del Mondo ce lo stanno dimostrando ferocemente. Le sorprese, però, non stanno tardando a mancare.
L’Argentina ha segnato cinque goal in due partite. Cinque goal di Messi. Quattro su sei totali invece per Kylian Mbappé. Quattro su sette per Haaland, come Vinicius, e due su quattro per Kane. Due su sei invece per Ronaldo, l’unico rimasto a secco all’esordio.
Già questi numeri basterebbero di per sé a fare da traino.
Meno tattica, più pathos. Il mondiale è a tutti gli effetti un tuffo nel passato in direzione di un calcio che sta scomparendo. Le singole stelle trainano l’intero sistema, con la responsabilità di un generale sul campo di battaglia. Non possono infatti esistere conflitti all’interno di una nazionale maggiore, e chi ne giova maggiormente è il prescelto per guidare i compagni verso l’obiettivo. E questo sistema alla NBA, che premia il singolo star player della squadra, si sta manifestando eccome.
Messi e Ronaldo ormai, alla veneranda età di trentanove e quarantun anni ciascuno, comandano per inerzia. E ci mancherebbe – aggiungerei.
Solbakken ha costruito una rosa il cui stile di gioco è incentrato sull’esaltazione degli interpreti più talentuosi: Odegaard e Haaland. Il gigante buono si lecca i baffi e si sistema la coda ogni qualvolta che la palla transita per i piedi del capitano dei Gunners. Tanto lui deve solo aspettare che gli arrivi. Poi, in un qualche modo, la palla dentro ci finisce. A differenza del Manchester City, la Norvegia gioca più sulle transizioni offensive, con Sorloth esterno di dx pronto a ricevere, Nusa dalla sponda opposta e Erling al centro. Un’altra soluzione tentata spesso è proprio la ricerca diretta da rinvio del portiere con palla lunga e addosso alle punte. E chi lo sposta Haaland?
Harry Kane, a secco l’altro ieri nella gara contro il Ghana, sta giovando delle scelte di Tuchel, che ha calibrato goniometricamente la miglior caratteristica del centravanti del Bayern. E non parlo dei sessantuno goal stagionali, ma della sua capacità di agire non solo da numero nove, ma anche come otto e come dieci, abbassandosi tantissimo e attirando la pressione avversaria. Con Bellingham compagno di reparto pronto a buttarsi nello spazio come pochi nel suo ruolo sanno fare, Harry Kane ha trovato pane per i suoi denti. Non c’è da stupirsi se a fine torneo dovesse trovarsi alto non solo nella classifica marcatori, ma anche in quella delle assistenze.
Poi, infine, lo scontro a distanza tra gli unici due effettivi compagni di club. Mbappé e Vinicius. Quest’anno il brasiliano si è esaltato maggiormente quando la torta del reparto offensivo poteva gustarsela in solitario, piuttosto che spartirla con l’ex PSG. E i numeri parlano chiaro. Mbappé, per quanto abbia più goal che partite e per quanto lo si possa definire “un’azienda che funziona in autonomia” all’interno della più grande azienda calcistica mai esistita (il Real Madrid), ha mostrato più di qualche attrito.
Da quando hanno rispettivamente indossato la divisa francese e brasiliana la musica è cambiata. Al mondiale sono partiti entrambi in quinta. Senza pestarsi i piedi, nella posizione prediletta da entrambi: la fascia sinistra, in un finto 4-4-2. Nessuno spodesta l’altro, tutti accondiscendono alla loro supremazia individuale. Problemi rilevati? Zero. Chissà come andrà invece la stagione a Madrid.
Ogni Coppa del Mondo ha le sue stelle annunciate e i suoi eroi inattesi. Il bello del calcio, soprattutto in un torneo allargato a 48 squadre, è che la ribalta non guarda il blasone: basta una notte, novanta minuti e un pizzico di follia agonistica per trasformare un perfetto sconosciuto in eroe.
Il caso più clamoroso porta la maschera di Vozinha, portiere quarantenne di Capo Verde, di professione anche dentista, che nello 0-0 d’esordio contro la Spagna campione d’Europa ha rasentato la perfezione: otto milioni di follower in meno di 24 ore dopo la sua prestazione, premiato come MVP della gara, incapace di trattenere le lacrime nel post partita. Sette parate e 1,45 gol attesi sventati gli sono valsi il premio di migliore in campo.
Ma la storia più clamorosa, statisticamente parlando, è quella di Eloy Room, portiere di Curaçao, la più piccola nazione ad aver mai raggiunto un Mondiale – appena 156mila abitanti, la più piccola mai presente a una fase finale del torneo. Dopo il pesante 7-1 dell’esordio contro la Germania, Curaçao si è presentata alla seconda giornata contro l’Ecuador, a Kansas City, e lì Room ha consegnato una delle pagine più incredibili nella storia recente della Coppa del Mondo: 15 parate totali, un nuovo record assoluto, perché mai, da quando si tiene questo tipo di statistiche dal 1966, un portiere aveva realizzato così tanti interventi nei tempi regolamentari di una gara mondiale.
Diverso, e per questo istruttivo, il discorso sul Qatar: il titolare designato Abunada ha iniziato bene, con un 1-1 d’apertura contro la Svizzera e il premio di MVP, ma la corsa dei padroni di casa del 2022 si è arenata rapidamente. 6-0 contro il Canada e 3-1 contro la Bosnia. È la controprova che la meteora, per accendersi davvero, ha bisogno non solo del palcoscenico ma anche di una scintilla.
Quando sei una formazione al mondiale e il tuo parco convocati non può vantare nomi di spicco, l’unica strada da percorrere – seppur tortuosa – è quella di ridisegnare l’intera struttura. Partendo dall’alto, però. In sostanza, arrangiare la nazionale con la struttura di un club euopeo.
È ciò che Stati Uniti, Canada, Giappone e in parte anche Norvegia e Costa d’Avorio hanno dimostrato finora.
Gli Stati Uniti hanno puntato su Mauricio Pochettino, un nome di prestigio internazionale ma soprattutto europeo: cinque anni al Tottenham, dove ha raggiunto la finale di Champions League 2019 perdendo contro il Liverpool, poi PSG, dove ha vinto la Coupe de France e la Ligue 1, e infine Chelsea. Una carriera di altissimo profilo che, però, non comprende un trofeo internazionale di prima fascia conquistato da protagonista assoluto. La scelta della federazione americana, più che un trofeo, voleva comprare un metodo e una credibilità globale per la nazione ospitante. Il suo calcio si fonda su pressing alto, transizioni rapide e rigorosa organizzazione collettiva. La possibilità di chiudere il girone D al primo posto è estremamente concreta, e questo certifica la crescita ottenuta con Pochettino, con tante individualità militanti nei top 5 campionati europei, una squadra giovane e con ampie prospettive future.
Il Canada ha scelto un identikit ancora più riconoscibile: Jesse Marsch, che prima di diventare tecnico della nazionale canadese nel maggio 2024 ha costruito la sua carriera europea interamente dentro la galassia Red Bull. Prima allenatore al Salisburgo dal 2019, poi una breve esperienza al Lipsia, infine il Leeds in Premier League. Andare a pescare un “uomo Red Bull” significa esattamente questo: conoscere in anticipo le garanzie sul “prodotto” che si sta per acquistare. Senza mezze misure. Il Milan, con Ragnick, ne sa qualcosa.
Un sistema basato sulla verticalità, sul pressing aggressivo e su transizioni fulminee. Esattamente la direzione che i club europei stanno intraprendendo. Non a caso Marsch viene definito uno dei collaboratori più vicini a Rangnick negli anni del progetto Red Bull. Il risultato sul campo: secondo posto nel girone e otto goal segnati. Mica scontato per una formazione che fino a dieci giorni fa contava zero vittorie ad un mondiale e soltanto una rete a tabellino.
Il Giappone, infine, ha scelto la via opposta alla rivoluzione lampo: la continuità. Hajime Moriyasu è commissario tecnico dal luglio 2018, e in questi otto anni ha costruito, insieme alla crescita parallela dei suoi giocatori nei top campionati europei, un’identità tattica che si è affinata di torneo in torneo, fino al 2-2 contro l’Olanda e al 4-0 alla Tunisia di questa edizione. Difesa a 3, tra le pochissime della competizione, e qualità da vendere.
Gli underdog di questo mondiale in Stati Uniti, Canada e Messico arrivano dalla parte opposta del mondo.
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