La guerra entra in una fase nuova
Il ritorno dei negoziati: un equilibrio diverso da un anno fa. Come stanno cambiando l'Ucraina, la Russia e l'equilibrio tra Mosca e Kiev.

Il ritorno dei negoziati: un equilibrio diverso da un anno fa. Come stanno cambiando l'Ucraina, la Russia e l'equilibrio tra Mosca e Kiev.

Dopo essere quasi scomparsa dall’agenda internazionale per mesi, la questione dei negoziati sull’Ucraina sembra tornare improvvisamente d’attualità. Donald Trump ha lasciato intendere che, dopo la crisi iraniana, tornerà a occuparsi della guerra. Sullo sfondo dei nuovi attacchi contro Mosca, Volodymyr Zelensky ha proposto un cessate il fuoco immediato e un incontro diretto con Vladimir Putin. Ma qualcosa è cambiato rispetto a un anno fa.
Per molto tempo si è dato quasi per scontato che il tempo lavorasse a favore della Russia. L’Ucraina avrebbe dovuto esaurire le proprie risorse, l’Occidente stancarsi e Donald Trump imporre un compromesso favorevole a Mosca. Nessuno di questi scenari si è pienamente realizzato. E il ritorno del tema dei negoziati avviene in un momento in cui il rapporto di forze appare molto diverso da quello immaginato dal Cremlino.
Anche il ruolo internazionale di Volodymyr Zelensky è cambiato profondamente. Solo un anno fa, dopo il fallimento della controffensiva, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e alcuni problemi interni, molti osservatori prevedevano un progressivo indebolimento del presidente ucraino. La scena nello Studio Ovale, con Trump che gli ricordava bruscamente che «non aveva carte», sembrava confermare questa impressione.

Eppure, nel giro di pochi mesi, la situazione è cambiata sensibilmente. Zelensky si è trasformato in una presenza quasi permanente ai vertici del G7, della NATO e dell’Unione Europea. Se prima appariva soprattutto come un leader impegnato a chiedere armi e sostegno per il proprio Paese, oggi si presenta sempre più come un uomo politico disposto a negoziare e come il leader di uno Stato che, in alcuni settori, è diventato esso stesso una fonte di esperienza e competenze per i suoi alleati.
Sempre più Paesi europei puntano infatti a combinare la propria capacità industriale con l’esperienza ucraina maturata sul campo. Germania, Gran Bretagna, Norvegia e Paesi baltici hanno avviato programmi comuni per la produzione di droni e per lo scambio di tecnologie. L’Ucraina non è più soltanto un Paese che chiede aiuto: è diventata uno dei laboratori militari più avanzati d’Europa e, in alcuni settori, un fornitore di conoscenze per gli stessi alleati occidentali. Non a caso, il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha recentemente sostenuto che la futura architettura di sicurezza europea non potrà prescindere dall’integrazione dell’esperienza e delle capacità sviluppate da Kiev durante la guerra.
Alcune delle iniziative più recenti di Zelensky sembrano inoltre essere state studiate per colpire anche sul piano simbolico il presidente russo.
Non è stato casuale che, prima del 9 maggio, fosse proprio lui a garantire ufficialmente la sicurezza dei leader stranieri presenti alla parata sulla Piazza Rossa. Né è stata casuale la pubblicazione della sua lettera aperta a Putin nei giorni del Forum economico internazionale di San Pietroburgo, il principale appuntamento annuale delle élite russe.
Il vero destinatario di quel messaggio non era tanto il Cremlino quanto i ministri, i governatori, i dirigenti delle grandi aziende e gli uomini d’affari riuniti insieme a Putin nella sua città natale.
Nella lettera Zelensky ha parlato delle perdite russe, dei droni, della carenza di carburante, della possibilità di una nuova mobilitazione e delle conseguenze sempre più pesanti della guerra. Ha citato anche il calo del consenso, l’età di Putin e il rischio che, se il presidente russo non arriverà alla conclusione che la guerra va fermata, possa trovarsi a «lottare non per l’esistenza della Russia, ma per la propria sopravvivenza personale». «La guerra porta sempre più conseguenze negative alla Russia», ha scritto, aggiungendo che «quando la Russia si stanca, arrivano i cambiamenti».
Più che una minaccia, il messaggio sembrava dare voce a sentimenti che, secondo diverse fonti negli ambienti burocratici e imprenditoriali russi, stanno lentamente crescendo.
Se uno degli obiettivi dichiarati del Cremlino era la «demilitarizzazione» dell’Ucraina, il risultato finale appare molto diverso da quello immaginato a Mosca.
Dopo oltre quattro anni di guerra, l’Ucraina è diventata una delle realtà militari più esperte e innovative del continente. Ha sviluppato una propria industria dei droni, ha stretto partnership con aziende occidentali e ha acquisito un’esperienza operativa senza paragoni in Europa.

Secondo numerosi ufficiali e analisti occidentali, le Forze armate ucraine rappresentano oggi una delle forze militari più efficaci e tecnologicamente avanzate d’Europa. L’ex comandante delle forze americane in Europa, Ben Hodges, ha osservato che molte armate della NATO avrebbero difficoltà a raggiungere gli standard di adattamento e di efficacia sviluppati dagli ucraini sul campo.
Ma il cambiamento più importante riguarda forse la natura stessa della guerra. La crescente robotizzazione del conflitto ha trasformato il fronte in uno spazio di osservazione e distruzione permanente. Concentrare uomini e mezzi è diventato sempre più difficile. La guerra si sta trasformando in una competizione tecnologica, nella quale la superiorità numerica non garantisce automaticamente la vittoria.
Nel frattempo, l’offensiva russa, iniziata con grandi aspettative, si è progressivamente rallentata. Mosca mantiene la superiorità numerica e continua a conquistare territori, ma a ritmi molto inferiori rispetto alle previsioni formulate pochi mesi fa.
La guerra non è affatto finita e la Russia conserva risorse superiori a quelle ucraine. Ma rispetto a un anno fa appare sempre meno evidente che la semplice superiorità quantitativa sia sufficiente per trasformare i successi tattici in una chiara vittoria strategica.

Per oltre quattro anni il Cremlino è riuscito a confinare la guerra nelle trincee ucraine e nelle regioni di frontiera. Mosca e San Pietroburgo continuavano a vivere quasi normalmente. Non a caso, proprio nelle grandi città si registravano i livelli più bassi di critica alla guerra: per la maggior parte dei cittadini il conflitto rimaneva qualcosa di distante.
Giugno, però, ha portato immagini insolite anche nelle due principali metropoli russe.
Nei giorni del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, la grande vetrina del sistema putiniano, l’aeroporto ha dovuto limitare le operazioni a causa della minaccia dei droni. Proprio nel giorno dell’apertura del forum, colonne di fumo nero si sono alzate sopra la città dopo l’incendio del terminal petrolifero sul Golfo di Finlandia. La scena aveva qualcosa di surreale: Putin si trovava nella sua città natale, al suo forum, nel luogo destinato a rappresentare normalità, prosperità e apertura verso il mondo. E proprio lì la guerra ricordava la propria presenza.
Pochi giorni dopo, il 18 giugno, è stata Mosca a vivere una delle giornate più difficili dall’inizio del conflitto. Secondo il sindaco Sergej Sobyanin, le difese aeree hanno abbattuto circa 180 droni diretti verso la regione della capitale. Ma non tutto è stato fermato.
Tra gli obiettivi colpiti figurava anche la raffineria di Kapotnja, uno degli impianti più importanti del Paese e principale fornitore di carburante per Mosca. Le immagini delle esplosioni sono diventate rapidamente virali. Sono stati colpiti anche edifici residenziali e, nella regione di Mosca, a Čechov, è morta una bambina di otto anni.
Dal punto di vista militare, questi episodi non hanno cambiato il corso della guerra. Dal punto di vista psicologico, però, hanno segnato un passaggio importante. Per la prima volta molti abitanti delle due maggiori città russe hanno avuto la sensazione che il conflitto non riguardasse più soltanto il Donbass, Belgorod o le regioni di confine.
Il 21 giugno, nel giorno del compleanno di Sergej Sobyanin, uno dei canali Telegram ufficiali del sindaco di Mosca è stato violato per alcuni minuti. Sono comparsi messaggi filo-ucraini, tra cui uno slogan semplice e brutale: «Mosca brucerà».
Più che una minaccia militare, era il simbolo di una nuova fase della guerra. Il conflitto che il Cremlino aveva cercato di tenere lontano dalle grandi città sta diventando sempre più difficile da ignorare.
La campagna ucraina contro raffinerie e infrastrutture energetiche sta producendo effetti sempre più visibili. Secondo Reuters, nei primi cinque mesi del 2026 circa l’11% delle capacità di raffinazione russe è rimasto temporaneamente fermo per danni e riparazioni legati agli attacchi. Dodici mesi prima la quota era del 3%.
Gli effetti cominciano a riflettersi anche nella vita quotidiana. Secondo i media indipendenti russi, restrizioni alla vendita di carburante o misure straordinarie per garantirne l’approvvigionamento sono state introdotte in almeno 53 regioni russe e nei territori occupati dell’Ucraina. Video di code alle stazioni di servizio circolano sempre più spesso sui social network.
Come osserva Sergej Vakulenko del Carnegie Center, le raffinerie sono impianti estremamente complessi: anche danni relativamente limitati possono richiedere settimane o mesi di riparazioni, creando problemi logistici e costringendo Mosca a destinare sempre più risorse alla protezione delle infrastrutture energetiche.
Nel frattempo l’Ucraina ha ampliato la geografia dei propri attacchi. Il 22 giugno è stato colpito anche uno stabilimento di semiconduttori a Voronež, collegato all’industria militare russa. Sempre più spesso gli obiettivi non sono soltanto depositi di carburante, ma infrastrutture strategiche e imprese del complesso militare-industriale.
Non si tratta di mettere in ginocchio l’economia russa. Si tratta piuttosto di trasformare la guerra dei droni in un fattore permanente di logoramento, capace di aumentare i costi economici e psicologici del conflitto e di costringere Mosca a disperdere risorse sempre maggiori per difendere il proprio territorio.
Prima sono arrivati i blackout di internet mobile e le limitazioni ai VPN, giustificati dalle autorità con esigenze di sicurezza e con la necessità di proteggere le città dai droni ucraini. Ma gli attacchi sono continuati. Ora si aggiunge un problema ancora più sensibile: la carenza di carburante. In un Paese delle immense distanze e dell’agricoltura su larga scala, la benzina non è soltanto una merce, ma un elemento essenziale della vita quotidiana. Sempre più spesso le difficoltà vengono associate non all’Occidente, ma alle conseguenze della guerra stessa.

Non si tratta ancora di una crisi politica. Non si vedono rivolte né fratture aperte nelle élite. Ma sta cambiando qualcosa di più sottile: l’atmosfera. Secondo fonti vicine agli ambienti burocratici e imprenditoriali, cresce una forte tensione e si diffonde la sensazione che il Paese stia imboccando una direzione sbagliata. La vittoria promessa non si vede, mentre il ritorno alla normalità precedente appare sempre più lontano.
Per anni Vladimir Putin è stato percepito come il garante dello status quo. Ma i regimi autoritari si reggono soprattutto sulla fedeltà delle élite, e questa fedeltà è forte finché il sistema garantisce stabilità, prevedibilità e continuità. Quando il leader smette di apparire come il custode dell’ordine esistente e viene percepito sempre più come fonte di rischi e incertezze, qualcosa cambia inevitabilmente. Non è la prima volta che la Russia conosce questo meccanismo. Anche negli ultimi anni dell’Unione Sovietica, quando il sistema smise di garantire stabilità, la fedeltà delle élite si dissolse sorprendentemente in fretta.
Putin resta il padrone del sistema e la Russia è lontana da qualsiasi collasso. Ma si affievolisce gradualmente quella particolare «magia del potere» che per anni aveva convinto gran parte dei russi e delle élite che il presidente sapesse sempre dove stava conducendo il Paese e fosse in grado di controllare ogni situazione.
Putin aveva iniziato questa guerra non soltanto per piegare l’Ucraina e riaffermare l’influenza russa nello spazio post-sovietico. La guerra doveva consolidare il suo potere e rafforzare il sistema costruito in oltre vent’anni. Ma dopo più di quattro anni sono cambiate l’Ucraina, l’Europa e l’Occidente. E lentamente sta cambiando anche la Russia.
La guerra che avrebbe dovuto consolidare il sistema rischia oggi di produrre l’effetto opposto. L’uomo che per due decenni ha incarnato stabilità e prevedibilità appare sempre più associato alle incertezze e ai rischi che hanno investito il Paese. Sempre più spesso si fa strada l’impressione che sia proprio lui ad aver trascinato la Russia verso un percorso sempre più costoso, rischioso e privo di una chiara via d’uscita.
La Russia è ancora lontana dalla sconfitta e il rischio di una futura destabilizzazione non è ancora una realtà. Ma per la prima volta da molti anni non appare più un’ipotesi impensabile.
Ed è forse questo uno dei risultati più inattesi del quinto anno di guerra.
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