L’epopea di Arnoldo Mondadori a Verona non comincia con l’inaugurazione dell’enorme complesso su via Zeviani nel 1957, ma ben quarant’anni prima. Remo Zanella, operaio disegnatore litografo presso le Officine Grafiche Arnoldo Mondadori, nonché sindacalista della Cisl e consigliere comunale a Verona, oggi in pensione, ci ha raccontato la storia della Casa Editrice e del suo primissimo insediamento in Veronetta.

Il suo libro “L’editore, le maestranze, il Cavaliere”, pubblicato da Cierre edizioni, racchiude al proprio interno l’intera catena socio-lavorativa che Arnoldo Mondadori riuscì a sviluppare nel corso del XX secolo. Prima in Veronetta, poi in Borgo Trieste. Dalla provincia mantovana fino al passaggio nelle mani di Silvio Berlusconi, ripercorreremo oggi la memoria operaia del quartiere Veronetta, il cui passato industriale riecheggia tutt’ora nelle proprie vie.

Da Ostiglia a San Nazaro: l’editore

Arnoldo Mondadori nasce il 2 novembre 1889 a Poggio Rusco, in provincia di Mantova, da una famiglia umile. Il padre è un calzolaio, e in casa si legge poco. Ma il giovane Arnoldo ha presto un’altra vocazione. Già a sedici anni, nel 1907, viene assunto come garzone nella tipografia-cartoleria “La Sociale” di Ostiglia.

Qui, il suo intuito commerciale gli vale presto un soprannome destinato a restare nella memoria locale: “Incantabis”, o “Incantabiss”, l’incantatore – bonariamente paragonato, in dialetto mantovano, a chi sa ammaliare con le parole. Quello stesso anno stampa il suo primo giornale, Luce, un periodico di ispirazione socialista, seguito poi dalla collana per ragazzi La Lampada. Due pubblicazioni che raccontano bene gli orientamenti politici del giovane Mondadori in quegli anni.

Il passaggio decisivo avviene nel 1917, quando Mondadori acquista a San Nazaro, nel quartiere di Veronetta, un’area di circa 14.000 metri quadrati di fabbricati dismessi, accanto alla chiesa omonima, appartenuti in precedenza a un’azienda piacentina che vendeva mezzi e attrezzi agricoli.

Dove oggi ha sede l’istituto Giorgi si ergevano un tempo le prime officine grafiche Mondadori – ci ricorda Remo. Aggiungendo un dettaglio non di poco conto: l’ingresso è rimasto esattamente quello di una volta.

Secondo alcune fonti, l’area fu acquistata per 415.000 lire dell’epoca. L’obiettivo è chiaro: unificare in un solo grande stabilimento le attività fino a quel momento divise tra Ostiglia e Verona, fondendo la tipografia di Mondadori con quella della famiglia Franchini, che entra così nella società.

Perché proprio Verona?

I motivi furono principalmente due: il primo riguardava il bacino di utenza nettamente più ampio rispetto ad Ostiglia. Il secondo era invece legato a ragioni di tipo economiche, visti i numerosi istituti di credito presenti sul territorio

Il capitale necessario all’operazione – le 450.000 lire sopra citate – venne garantito da diversi soci, tra cui spicca una figura particolarmente interessante: il Senatore Borletti. Lo stesso imprenditore che in quegli anni aveva sostenuto finanziariamente l’impresa di Fiume guidata da Gabriele D’Annunzio.

Industriale tessile milanese, già protagonista della nascita della Rinascente, consigliere della Banca Italiana di Sconto e figura ben inserita sia negli ambienti finanziari milanesi sia tra i nuovi vertici del fascismo. Borletti non porta soltanto capitali nella società, ne diventa presidente, garantendo a Mondadori un accesso al credito molto più stabile e un canale diretto verso il potere politico del regime nascente.

Il legame tra D’Annunzio, Borletti e Mondadori e, secondo approfondimenti storici pubblicati su Treccani, anche Mussolini, è stato più volte raccontato come uno snodo significativo per comprendere la rete di potere economico e politico in cui l’editore si stava inserendo. Grazie a questi appoggi, e al sostegno di istituti come la Banca Popolare di Verona, nacque a tutti gli effetti una casa editrice di peso, con sede industriale veronese.

La sede di rappresentanza venne invece inaugurata a Milano nello stesso periodo.

L’insediamento industriale a San Nazaro non fu un fenomeno isolato: trasformò il tessuto sociale e culturale di tutta Veronetta. I compositori e i correttori di bozze dovevano infatti necessariamente avere un livello di istruzione superiore alla media. Questo portò nelle vie del quartiere una formazione culturale non comune per l’epoca.

Lo stabilimento di via Zeviani, da “Atlante Architettura Contemporanea”

Da San Nazaro a via Zeviani: le maestranze

Se Mondadori fu la mente imprenditoriale, le maestranze rappresentano il corpo vivo della fabbrica. Il termine, non a caso, deriva da “mestiere” e “maestro”. I primi operai di San Nazaro vennero in parte da Ostiglia, in parte reclutati tra le piccole imprese locali veronesi. Il loro numero crebbe rapidamente: da circa 100 nel 1920 a 450 nel 1930. Di questi, fra il 30 e il 40% erano artigiani veri e propri, compositori capaci di leggere e correggere bozze, esperti nella scelta del “fond” (la cassetta dei caratteri tipografici) e della rilegatura.

Mondadori, opportunista pragmatico più che generoso per natura, comprese presto che non poteva permettersi di ignorare il sapere di questi professionisti. Non avviava una lavorazione senza consultarli su formato, rilegatura, tipo di carattere. Questo riconoscimento si tradusse in scelte concrete sorprendentemente avanzate per l’epoca: già nel 1921 esisteva a San Nazaro un contratto sindacale regolarmente rispettato. Inoltre, l’editore anticipò, con un certo calcolo, l’introduzione della giornata lavorativa di otto ore.

“La fabbrica delle parole”: così Arnoldo descriveva le sue officine Mondadori. La produzione, nel corso del primo conflitto mondiale e quindi a ridosso del trasferimento a San Nazaro, vedeva per gran parte la stampa di bollettini di propaganda pro-guerra. Negli anni ’20 e ’30, con l’avanzare del regime fascista a cui Mondadori strappava l’occhio, invece, ci si concentrò principalmente sulla scolastica e via via sulla narrativa. Mentre con il boom economico degli ann ’50 l’intera industria prese una piega estremamente più pop e di massa: non più solo scolastica, ma grandi riviste di larga distribuzione.

Il post-guerra

Lo stabilimento di San Nazaro, durante il secondo conflitto mondiale, fu pesantemente danneggiato dai bombardamenti bellici. La sua ricostruzione, completata nel biennio 1948-1949 grazie ai finanziamenti della Cassa di Risparmio di Verona e a un prestito di 750.000 dollari concesso nell’ambito del Piano Marshall, richiese un paio d’anni di lavoro intenso. Durante il periodo in questione venne anche ricomposto, pezzo per pezzo, il catalogo editoriale disperso dalla guerra.

Con l’arrivo degli anni Cinquanta e del boom economico italiano, la produzione riprende slancio. La diffusione di riviste come Epoca e di collane popolari come Bolero testimonia un mercato editoriale in piena espansione, sostenuto anche dall’acquisto, grazie ai fondi del Piano Marshall, di rotative considerate “ferro vecchio” negli Stati Uniti ma ancora pienamente produttive in Italia.

Con questa crescita, però, i 14.000 mq dello stabilimento di San Nazaro, si rivelarono del tutto insufficienti.

Per questo, alla fine degli anni Cinquanta, l’azienda decide di costruire un nuovo, grande stabilimento grafico in via Zeviani, inaugurato nel 1957. 150.000 mq, di cui 110.000 coperti e climatizzati, organizzati per fasi produttive secondo un modello fordista appreso direttamente negli Stati Uniti: paese che Arnoldo (soprannominato non a caso “l’americano”) e i figli frequentavano spesso, intuendo che lì si stava già definendo il futuro dell’editoria.

Non più come prima: il cavaliere

C’è qualcosa di apparentemente fragile nell’espressione che Mondadori amava usare per la propria azienda: “la fabbrica delle parole”. La parola è di fatti l’elemento più immateriale che esista: non si tocca, non si pesa. Eppure a Veronetta quella parola si plasmava ogni giorno in qualcosa di concreto: carta tagliata, inchiostro asciugato, copertine dorate a mano. Dietro l’astrazione del linguaggio editoriale c’era il lavoro reale delle maestranze, che hanno reso Mondadori un polo attrattivo per un quartiere oggi vivo e popolato, sì, ma al tempo ancora periferico e spoglio.

San Nazaro crebbe insieme alla fabbrica, ne assorbì i ritmi, ne arricchì il tessuto sociale e culturale. E quando, nel 1957, la produzione si trasferì in via Zeviani, quella stessa logica di sviluppo non si interruppe, ma si spostò di pochi chilometri verso est, dando forma a Borgo Trieste e continuando a disegnare la fisionomia di una parte della città.

Questa storia di crescita e dignità del lavoro durò fino a quando l’azienda non si trovò di fronte a un mercato sempre più globale e massificato, con l’arrivo del cavaliere – Silvio Berlusconi – e di un intento che, a differenza dei cinquant’anni precedenti, fu sin da subito meramente speculativo.

Resta, ancora oggi, un segno fisico di quei primi decenni: il vecchio cancello da cui entravano i camion a portare e a ritirare la carta, a San Nazaro, è lo stesso che oggi introduce all’Istituto Giorgi. Un dettaglio minimo che racchiude bene il senso di questo racconto: Mondadori non fu soltanto un editore che scelse Verona per convenienza, ma un pezzo imprescindibile dello sviluppo industriale della città.

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