Il Museo Archeologico Nazionale di Verona è uno degli ultimi arrivati nel panorama culturale cittadino, ma in pochi anni è riuscito a ritagliarsi uno spazio riconoscibile grazie a un approccio che unisce rigore scientifico, sperimentazione e attenzione ai pubblici più diversi.

Ospitato nell’ex carcere asburgico di San Tomaso, il museo racconta le origini più antiche del territorio veronese, dal Paleolitico all’età del Ferro, restituendo una narrazione spesso oscurata dal peso monumentale della Verona romana.

A quattro anni dall’apertura, la direttrice Giovanna Falezza fa il punto sul percorso compiuto e guarda alle sfide future, a partire dal completamento dell’allestimento dedicato all’età romana e dalla costruzione di una rete sempre più forte tra i musei della città.

Direttrice, il museo ha aperto le sue porte nel 2022. Che bilancio traccia di questi primi quattro anni di attività?

Giovanna Falezza

«Abbiamo aperto a febbraio del 2022 con una prima sezione dedicata alla preistoria e alla protostoria e a ottobre dello stesso anno abbiamo completato l’intero piano espositivo. Sono stati anni impegnativi, perché far nascere da zero un museo che prima non esisteva significa affrontare una grande quantità di lavoro: bisogna farsi conoscere, costruire una programmazione, progettare attività e sperimentare nuove formule. Abbiamo provato molte strade, da quelle più tradizionali legate alle scuole e ai laboratori fino a iniziative più innovative.

L’idea è sempre stata quella di rendere il museo uno spazio vivo, aperto a pubblici differenti e non soltanto agli appassionati di archeologia. Vogliamo che le persone vengano qui perché si sentono accolte, stanno bene, si divertono e allo stesso tempo scoprono qualcosa di nuovo. Un aspetto a cui teniamo molto è l’accessibilità. Abbiamo sviluppato progetti con persone con diverse abilità, con gruppi di migranti e con pubblici meno abituali per un museo archeologico. Sono stati percorsi complessi ma estremamente gratificanti. Fino ad ora posso dire che siamo molto soddisfatti: il pubblico risponde bene, il museo piace per gli spazi e per l’allestimento, e le attività registrano una partecipazione positiva. Certo, portare le persone nei musei non è mai semplice, ma questa è una sfida che riguarda tutte le istituzioni culturali.»

Quali sono i reperti o le sezioni che più sorprendono i visitatori?

«La ‘Pietra dello Sciamano’ è sicuramente il reperto più noto. È uno straordinario documento scientifico, considerato una delle prime, se non la prima, raffigurazione umana del Paleolitico. Si incontra subito all’inizio del percorso ed è valorizzata da un allestimento che la mette particolarmente in risalto. Ma spesso ciò che colpisce di più è ciò che i visitatori non si aspettano. I veronesi e gli abitanti della provincia restano molto emozionati quando scoprono reperti provenienti proprio dai loro territori.

Nella Bassa Veronese, ad esempio, si sono sviluppate culture e insediamenti di grande importanza durante la preistoria e la protostoria. Capita che persone provenienti da Legnago, Bovolone o altri comuni riconoscano i luoghi da cui provengono gli oggetti esposti e dicano: ‘Ma questo è a casa mia!’. In quel momento si crea una connessione molto forte con il territorio e con la propria storia. Anche la sezione dedicata ai Veneti antichi sorprende molti visitatori. Nonostante abbiano dato il nome alla nostra regione, la loro storia non è sempre conosciuta e rappresenta per molti una vera scoperta.»

Il museo è ospitato nell’ex carcere asburgico di San Tomaso. Quanto conta il dialogo tra il contenitore e il contenuto?

«Conta moltissimo. L’edificio è di per sé un elemento di grande interesse. Da quanto mi spiegano gli architetti, rappresenta uno degli esempi meglio conservati di architettura asburgica a Verona, insieme a Santa Marta e all’Arsenale. Essendo rimasto per molti anni poco utilizzato e poco modificato, ha conservato gran parte delle sue caratteristiche originarie. Il restauro, realizzato dalla Soprintendenza, è stato estremamente rigoroso e ha recuperato tutto ciò che era possibile recuperare. Trovo interessante anche la trasformazione simbolica del luogo. Un carcere nasce come spazio chiuso, separato dall’esterno. Un museo, al contrario, deve essere aperto, accogliente e inclusivo. È una conversione non banale. Allo stesso tempo la struttura, molto lineare e razionale, si presta bene ad accogliere un nuovo allestimento. Ci sono persone che vengono appositamente per visitare l’edificio e vedere il restauro: anche questo è un valore aggiunto.»

Verona è universalmente associata alla sua eredità romana. Quanto è importante raccontare ciò che è venuto prima?

«È fondamentale. La storia è un processo continuo e lineare. I Romani non sono arrivati in un territorio vuoto: esistevano già comunità, culture, reti di scambio e forme di organizzazione molto complesse. La difficoltà sta nel fatto che la monumentalità romana è immediatamente percepibile. L’Arena è una presenza straordinaria e impressionante. Le epoche precedenti, invece, hanno lasciato testimonianze diverse. Gli abitati erano costruiti prevalentemente in legno e materiali deperibili, quindi le strutture si conservano meno. Tuttavia la cultura materiale e l’artigianato di quei periodi sono eccezionali e gli oggetti esposti nelle vetrine sono spesso di una bellezza sorprendente. Inoltre il progetto del museo non si fermerà alla preistoria e alla protostoria. Il percorso proseguirà con la sezione dedicata all’età romana, integrandosi con quanto già raccontano gli altri musei cittadini ma offrendo anche nuove prospettive basate sulle scoperte archeologiche più recenti.»

A che punto è il completamento dell’allestimento dedicato all’età romana?

«È una questione su cui stiamo lavorando da molto tempo. Abbiamo concluso il progetto scientifico e quello museografico insieme alla Soprintendenza, abbiamo selezionato i materiali, predisposto i contenuti e avviato il restauro dei reperti. Siamo in attesa dell’ultima tranche di finanziamenti ministeriali necessaria per realizzare fisicamente l’allestimento. Una volta ottenute le risorse, saremo pronti a partire immediatamente e in pochi mesi potremo aprire la nuova sezione. Mi auguro che accada presto, perché oggi il racconto si interrompe alla protostoria, mentre sarebbe importante accompagnare il visitatore fino alla Verona romana e collegare ancora meglio il museo alla città.»

Quanto è difficile rendere accessibili temi che spesso vengono percepiti come specialistici?

«La chiave è il linguaggio. In realtà queste storie, pur essendo molto lontane nel tempo, hanno molti punti di contatto con il presente. Noi cerchiamo sempre di costruire collegamenti con questioni contemporanee. Per esempio, in occasione delle iniziative dedicate all’Europa, abbiamo raccontato come già migliaia di anni fa esistessero fenomeni di circolazione culturale molto estesi. Il cosiddetto Campaniforme, una particolare produzione ceramica dell’età del Rame, si ritrova in gran parte del continente europeo.

È un modo per mostrare come gli scambi e le connessioni abbiano radici molto profonde. Accanto a questo utilizziamo strumenti multimediali, ricostruzioni tridimensionali e contenuti audiovisivi che permettono di esplorare gli oggetti anche quando non possono essere toccati. Naturalmente ogni attività va calibrata sul pubblico di riferimento. Con gruppi di ragazzi con disabilità cognitive, ad esempio, abbiamo costruito percorsi specifici. Oggi però disponiamo di molti strumenti che consentono davvero di parlare a tutti.»

L’archeologia continua ancora oggi a raccontare qualcosa di nuovo sul territorio veronese?

«Assolutamente sì. Gli scavi sono continui e il territorio continua a restituire dati e reperti. Questa è una delle grandi sfide di un museo archeologico: riuscire a rimanere aggiornato rispetto alle nuove scoperte. Nel progetto del museo abbiamo previsto spazi destinati a mostre temporanee e approfondimenti proprio per poter accogliere e raccontare i nuovi ritrovamenti. Nella Bassa Veronese, ad esempio, lavori infrastrutturali e nuovi cantieri portano spesso alla luce testimonianze archeologiche. Alcune hanno una rilevanza molto ampia, altre sono più specialistiche, ma tutte contribuiscono a ricostruire il grande mosaico della storia del territorio.»

Verona è una città ricca di musei e luoghi della cultura. Quale ruolo ambisce a svolgere il Museo Archeologico Nazionale?

«Essendo tra gli ultimi arrivati, non abbiamo mai pensato di dover competere con gli altri musei cittadini. Al contrario, crediamo fortemente nella collaborazione. Verona possiede una straordinaria varietà di musei che raccontano epoche e storie differenti. Questa pluralità è una ricchezza. La vera sfida è costruire una rete capace di mettere in relazione queste diverse narrazioni, offrendo ai visitatori percorsi più ampi e articolati. Penso ai Musei Civici, al Museo Maffeiano, alla Fondazione Miniscalchi Erizzo, alla Biblioteca Capitolare e a molte altre realtà. Ognuno custodisce una parte importante della storia della città. Noi possiamo aggiungere il contesto archeologico e il racconto delle origini. L’obiettivo deve essere quello di lavorare insieme, costruendo itinerari e strategie comuni che aiutino a distribuire meglio i flussi turistici e a far conoscere una Verona più ampia rispetto ai luoghi più celebri.»

Se dovesse convincere un veronese che non è ancora entrato nel museo, cosa gli direbbe?

«Gli direi che è un museo nuovo, dove difficilmente ci si annoia. Ci sono esperienze immersive, contenuti multimediali, spazi di sosta e occasioni di partecipazione. Ma soprattutto gli direi che qui può scoprire qualcosa che ancora non conosce della propria città. Mi capita spesso di vedere amici o parenti non archeologi stupirsi davanti a storie e reperti che ignoravano completamente. Ecco, credo che il valore più importante sia proprio la scoperta: la possibilità di incontrare un pezzo della propria storia che fino a quel momento era rimasto invisibile.»

A livello personale, qual è stata l’esperienza che le ha lasciato il ricordo più forte in questi anni?

«Una delle più significative è stata un’attività realizzata con un’associazione di ragazzi con disabilità cognitive di San Bonifacio. Per circa un anno hanno frequentato il museo con regolarità, accompagnati da un’educatrice, una psicologa e un’attrice. Partendo dalle collezioni e dai temi della preistoria hanno ideato uno spettacolo teatrale itinerante all’interno delle sale del museo. Hanno costruito i costumi, inventato la storia e curato ogni dettaglio della rappresentazione. È stata un’esperienza bellissima. Un progetto lungo permette di creare relazioni profonde e alla fine quei ragazzi sentivano il museo come casa loro. Vedere il museo trasformarsi in un luogo di racconto, di teatro e di inclusione è stata un’emozione fortissima. Sono proprio queste sperimentazioni, che aprono nuove strade e coinvolgono pubblici diversi, a lasciare qualcosa anche sul piano personale.»

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