Dodici anni possono sembrare un’eternità nel mondo della musica. Per Andrea Casale, invece, sono stati il tempo necessario perché idee, esperienze e inquietudini trovassero finalmente una forma compiuta. Nato a Taranto, cresciuto tra i dischi prog-rock del padre, passato attraverso l’esperienza degli Airglow, gli anni universitari a Parma, il trasferimento in Burundi e infine l’approdo a Verona, Casale ha costruito il proprio percorso seguendo una traiettoria personale, lontana dalle scorciatoie e dalle logiche della velocità contemporanea.

Il risultato di questo cammino è A Nightwalk on a Sunny Road, un album che vive di contrasti apparenti: notte e luce, malinconia e speranza, radicamento e viaggio. Prodotto da Francesco Ambrosini, il disco attraversa paesaggi sonori urbani e cinematografici, lasciando affiorare influenze che spaziano dal progressive rock alle suggestioni raccolte durante gli anni trascorsi in Africa, senza mai perdere una forte dimensione emotiva e autobiografica.

Andrea, sei cresciuto ascoltando, per tua stessa ammissione, Genesis, King Crimson e Yes grazie alla collezione di dischi di tuo padre. Quanto quelle sonorità progressive continuano a influenzare il musicista che sei oggi?

«Il rock progressivo, per come lo intendo io, non è mai stato un genere o un insieme di accordi complessi, ma un’attitudine: il rifiuto dei confini. Era, ed è tuttora, pura immaginazione applicata al suono, il coraggio di distruggere la struttura classica della canzonetta per vedere cosa c’è dietro l’orizzonte. Certo, la musica che faccio oggi ha una veste diversa, più minimale o forse più focalizzata, ma quel gene originario, quel desiderio di esplorare l’ignoto e di non accontentarsi della prima soluzione comoda, è rimasto esattamente lo stesso. Non si sfugge al proprio DNA, si impara solo a farlo evolvere.»

Dagli Airglow fino ai tuoi lavori solisti, la tua carriera è attraversata da diverse fasi e cambiamenti. Guardandoti indietro, quali sono stati i momenti che ti hanno formato maggiormente come autore?

Andrea Casale

«Il cambiamento non è un errore di percorso, è l’unica prova del fatto che sei vivo. Non ho paura di guardare a una carriera frammentata: la continuità rischia spesso di diventare pigrizia. L’esperienza con gli Airglow è stata una grande scuola di democrazia e architettura sonora: io fornivo lo scheletro – i testi, le melodie – e la band ci costruiva intorno i muscoli e la pelle.

Oggi mi ritrovo in una fase stranamente fertile, sia in studio che sul palco, qualcosa che pensavo appartenesse ormai al passato. Ma se devo indicare cosa mi ha formato davvero, rispondo: la curiosità. Ho passato la vita a nutrirmi di contrasti, dai Led Zeppelin alla musica popolare di Capo Verde. Se apri le orecchie a tutto ciò che sta nel mezzo, scopri che il ritmo e l’emozione parlano la stessa lingua ovunque, da un club di Londra a una spiaggia africana.»

Hai vissuto in città molto diverse tra loro, da Taranto a Parma, fino al Burundi e Verona. Quanto il viaggio e il cambiamento hanno inciso sul tuo modo di osservare il mondo e di scrivere canzoni?

«Spostarsi, cambiare pelle, assorbire l’umidità di città e continenti diversi ti costringe a fare i conti con la tua identità. Non puoi rimanere lo stesso se cambi l’orizzonte che vedi dalla finestra. Questo nomadismo geografico si riflette inevitabilmente nella mia musica come una mappa di suggestioni stratificate.

La copertina del suo ultimo album

Prendi il nuovo album, A Nightwalk on a Sunny Road: è una sorta di viaggio psicologico in cui i confini geografici sfumano. Quell’ossessione per il cammino notturno è nata tra le nebbie di Parma; Shape of your Nose ha radici profonde nei miei anni in Burundi, ma ha trovato la sua forma definitiva solo una volta arrivato a Verona; To Thousand and 9, pur essendo nata in Africa, conserva quel battito urbano e malinconico dei miei anni universitari. Non c’è un nesso lineare, la memoria non lavora in modo logico. È un frullatore emotivo: accumuli storie, volti e paesaggi, e poi lasci che la musica li rimetta in ordine per te.»

L’esperienza in Burundi è stata probabilmente la più particolare del tuo percorso. Cosa ti sei portato a casa, dal punto di vista umano e musicale, da quegli anni trascorsi in Africa?

«“In Occidente abbiamo gli orologi, ma lì hanno il tempo. E, soprattutto, hanno il senso del ‘noi‘.” Dal punto di vista musicale è stata una formidabile lezione di umiltà e pura gioia. Ogni venerdì mi sedevo al livello della strada con questi musicisti straordinari, tutti autodidatti, a suonare canzoni locali su una tastiera decisamente sgangherata. Lì capisci il vero valore dello strumento: nessuno possedeva uno strumento proprio, appartenevano al locale e ci si alternava per suonarli. Musica come condivisione assoluta, senza ego. Umanamente, il Burundi mi ha travolto. Mi ha mostrato cosa significa davvero la parola ‘comunità’. Lì il concetto di solitudine come lo intendiamo noi non esiste; c’è sempre un tessuto umano pronto a sorreggerti. È qualcosa che ti cambia lo sguardo per sempre.»

Tra il tuo primo album e “A Nightwalk on a Sunny Road” sono passati molti anni. C’è stato davvero un silenzio creativo oppure sotto la superficie qualcosa stava continuando a maturare?

«Dodici anni. Un silenzio quasi… gabrieliano, ammettiamolo! C’è chi la chiamerebbe assenza, io preferisco vederla come una lunga gestazione. Sotto la superficie la terra continuava a muoversi, c’era un magma che spingeva per uscire. Quando mi sono trasferito a Verona nel 2019 ho capito che era il momento di riaprire i canali creativi, ma il tempismo è stato ironico: è arrivato il lockdown e mi sono ritrovato isolato in una città nuova, senza conoscere nessuno. Eppure, quella restrizione ha finito per concentrare l’energia. Quando le porte si sono riaperte, Verona è stata incredibilmente generosa. L’incontro con Anna Bassy ha fatto da catalizzatore, e attraverso di lei sono arrivato a Francesco Ambrosini, che ha preso i frammenti di quelle canzoni nate anni prima e ha dato loro una veste e una casa.»

Hai raccontato che queste canzoni sono nate dal bisogno di dare voce a stati d’animo profondi. Quanto conta, per te, l’onestà emotiva nella scrittura?

«È l’unica cosa che conta davvero. Il resto sono solo trucchi di produzione e tecnologia. La musica ha questo superpotere: riesce a infilarsi nelle crepe dell’anima, lì dove le parole normali si inceppano, per dare voce a ciò che teniamo nascosto. Ricordo un’intervista in cui Joni Mitchell diceva che il blocco dello scrittore non esiste; esiste solo la paura di ammettere a sé stessi come ci si sente realmente. Ha perfettamente ragione. Scrivere in modo onesto significa accettare di mostrarsi nudi, vulnerabili. Se riesci a superare quel terrore e a toccare la tua verità, allora crei quel misterioso cordone ombelicale che connette direttamente il tuo cuore a quello di chi ascolta.»

Foto tratta dal profilo Facebook di Andrea Casale

Il disco ha atmosfere notturne, urbane e quasi cinematografiche, tanto da richiamare l’immaginario di Edward Hopper. Da dove nasce questa fascinazione per la notte e per certi paesaggi dell’anima?

«La notte rompe le regole del giorno, distorce le forme e amplifica i pensieri. Questa fascinazione visiva e sonora mi accompagna da sempre. C’è una linea sottile e affascinante che collega la solitudine malinconica dei quadri di Edward Hopper alle trame sonore notturne dei Blue Nile, una band che ho sempre amato proprio per la sua capacità di dipingere la città al buio. Più tardi ho scoperto che questa stessa atmosfera modernista e alienante apparteneva già alla letteratura, penso alla Londra spettrale e nebbiosa di T.S. Eliot, con le sue strade semideserte e i gatti di fumo. Quando ho scritto i pezzi non avevo in mente una mappa colta di riferimenti; mi sono semplicemente ritrovato immerso in quegli stessi paesaggi dell’anima. È bello pensare che, a distanza di decenni e con mezzi diversi, continuiamo tutti a cercare di dare un senso alla stessa splendida solitudine urbana.»

L’incontro con Francesco Ambrosini sembra essere stato decisivo per la realizzazione dell’album. Che tipo di dialogo artistico si è creato tra voi durante la produzione?

«”Ambro” possiede una dote rara nei produttori di oggi: sa ascoltare il silenzio tra le note. Ha una mente tecnica, rigorosa, molto strutturata, ma è guidato da una sensibilità emotiva fuori dal comune. La dinamica tra noi è stata quasi telepatica. Non abbiamo passato ore a fare riunioni intellettuali sul “significato” dei testi. Ci mettevamo in studio, suonavamo, e lui capiva all’istante dove la canzone voleva andare. Ha avuto il merito terapeutico di farmi ritrovare fiducia nei miei mezzi come autore, spingendomi fuori dalla mia zona di comfort, oltre i limiti che mi ero prefissato. È un dialogo che non considero affatto concluso.»

Dal 2019 vivi a Verona e hai intrecciato rapporti con diversi musicisti della scena locale. Che città è Verona per chi fa musica e che ruolo ha avuto nella nascita di questo disco?

Andrea Casale in studio di registrazione

«Verona soffre degli stessi mali di molte città di provincia, in Italia e non solo: gli spazi fisici per la musica dal vivo si restringono. Conosco bene le realtà di Taranto e Parma, e posso dire che la crisi culturale è purtroppo globale. Eppure, sotto la superficie istituzionale, Verona nasconde un sottobosco umano straordinario.

Per quanto mi riguarda, è stata una città accogliente e magica. Senza questo luogo non avrei mai incontrato Francesco, Anna e i musicisti straordinari che oggi mi accompagnano sul palco: Enrico Marchiotto, Francesco Varesano , Filippo Romeo, Astou Fall e Giuseppe Cappuccio. Trovare una “tribù” così complice e talentuosa in un momento di ripartenza è un lusso raro. Questo disco, dopotutto, respira la loro stessa aria.»

Il titolo “A Nightwalk on a Sunny Road” racchiude due immagini apparentemente opposte. Se dovessi lasciare ai lettori una chiave di lettura per entrare nel disco, quale sarebbe?

«È una collisione visiva. Immagina di camminare nel buio della tua notte interiore, con tutte le paure, i dubbi e le nostalgie che la notte porta con sé, ma di farlo su una strada che sai essere stata — o che tornerà ad essere — inondata dal sole. O, viceversa, sentire il peso di un’ombra notturna anche quando tutto intorno a te brilla accecante.
Se dovessi consegnare una chiave di lettura ai lettori, direi di non cercare una risoluzione. Non è un disco che vuole portarvi dal punto A al punto B, dal buio alla luce. La chiave è imparare ad abitare il paradosso. Accettate il fatto che si possa essere malinconici eppure pieni di speranza nello stesso identico istante. Questo album è un invito a camminare senza paura dentro le proprie contraddizioni, sapendo che non esiste luce senza l’oscurità a definirne i contorni.»

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