Esistono documentari ai quali non si può arrivare impreparati. Sarajevo Safari è uno di questi. È una testimonianza capace di trasformare la percezione della storia e di lasciare un’impronta profonda nella coscienza di chi guarda. Ammettere che un’accusa di disumanità rivolta dalle stesse vittime alla popolazione occidentale, inclusa quella italiana, sia fondata rappresenta un duro colpo al cuore della nostra civiltà.

La proiezione del documentario di Miran Zupanič che narra dei “cecchini del week end” si è svolta presso l’annuale festival di One Bridge To- dedicato alla Giornata Mondiale del Rifugiato, che continuerà fino al 21 giugno compreso al Forte Sofia, splendido forte recuperato e a disposizione del pubblico.

Con il dialogo di presentazione tra ZaLab, Bridge Film Festival, Orango Films, Ezme Films e Circolo del Cinema di Verona si è affrontato il tema del valore del cinema documentaristico, della sua importanza storica, della sua capacità di soffermarsi sulle immagini e mantenerle nel tempo intatte da retoriche e modifiche.

Il paragone con la “crisi” dei rifugiati è sorto spontaneo: un documentario sugli avvenimenti in Siria del 2015 risulta agli occhi di un diciottenne come nuovo e da scoprire, è già Storia.

L’associazione One Bridge To- è al suo decimo anno di attività poiché proprio nel 2016 decise di intervenire nella realtà costruendo supporto e accoglienza laddove le guerre lasciavano orrore e disperazione.

La stessa disperazione che per quattro anni ha accompagnato la vita dei cittadini della capitale bosniaca sotto assedio dalle forze della Serbia, supportata in modi inspiegabili dall’Occidente.

“Sarajevo Safari” racconta infatti che tra il 1992 e il 1996, quando la città fatta a striscia viveva la quotidianità sotto attacco a sorpresa dei cecchini nascosti sulle valli o nei grattacieli, venivano organizzati dei viaggi a pagamento per poter sparare personalmente sui civili. Ricchi statunitensi, canadesi e anche italiani (nel film si nomina Milano, ma tutte le nazionalità sono da confermare) pagavano infatti ingenti somme per poter imbracciare il fucile sul tetto di un grattacielo di Grbavica in direzione di uomini, donne e bambini.

Com’è ormai noto, durante l’assedio di Sarajevo tutti i civili andavano al lavoro, a scuola, al parco e anche nei bar e ristoranti, consapevoli che durante il percorso uno “snaiper” (come si vede scritto sui muri della città) poteva colpirli da un momento all’altro.

Il testimone del film, un ex lavoratore dell’intelligence che è stato assunto da un’agenzia americana negli anni ‘80 per infilarsi nelle file dell’assedio, dichiara a volto coperto di aver assistito all’arrivo di questi assassini da weekend. «Inizialmente pensavo fossero giornalisti internazionali” dice nel documentario “ma non poteva essere, perché i reporter di guerra hanno paura- questi non avevano paura, erano pieni di adrenalina». Il racconto continua con dettagli spaventosi, come il fatto che fossero precisi e capaci (probabilmente cacciatori esperti di animali) e che pagassero una cifra più alta per colpire i bambini.

Un altro testimone, anche lui ex intelligence, riflette nel film sulla natura delle persone che decidevano di spostarsi in un altro paese per vestire i panni del cecchino nel fine settimana, dichiarando che nessuno dei bosniaci avesse mai pensato potessero essere sani di mente. Il film (come da dichiarazione del regista) porta più domande che risposte e spinge a riflettere sui limiti della guerra.

Cristina Antonini di One Bridge To- ha commentato in apertura del film che «siamo abituati a pensare che il contesto in guerra sia giustificato, eppure questo film dimostra il contrario».

Nel suo decimo compleanno l’associazione apre il Festival con un film su una popolazione che trentanni fa ha subìto l’inferno ed ora porta la sua bandiera ai Mondiali, continuando con uno spettacolo di Massimiliano Loizzi questa sera che parla della Resistenza italiana e il prossimo weekend parla dei giovani di seconda generazione. Tre generazioni che resistono a climi di tensione e di guerra e che si rifugiano nello sport, nella socialità e nella musica per, ancora una volta, rimanere umani.

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