Enzo Jannacci, l’uomo che dava voce agli invisibili
A Negrar il ricordo del figlio Paolo e del giornalista Enzo Gentile. Certe sere non celebrano soltanto un artista. Lo riportano tra noi.

A Negrar il ricordo del figlio Paolo e del giornalista Enzo Gentile. Certe sere non celebrano soltanto un artista. Lo riportano tra noi.

Nella luce morbida del parco di Villa Mosconi Bertani, sul finire del giorno, alle 20:00 del 9 giugno, tra i filari delle vigne della Valpolicella che sembrano inseguire il tramonto fino all’orizzonte, il Festival della Bellezza ha dedicato una delle pagine più intense della stagione alla memoria di Enzo Jannacci. Non un omaggio commemorativo ma qualcosa di più raro: un percorso per comprendere perché, a oltre dieci anni dalla sua scomparsa, la sua voce continui a risuonare così necessaria.
Sul palco il figlio Paolo Jannacci e il giornalista Enzo Gentile, un pianoforte, due microfoni, alcuni fogli svolazzanti e una storia lunga mezzo secolo. Una storia che attraversa la musica italiana ma che, in fondo, racconta soprattutto la società italiana, nel bene e nel male. Gentile ripercorre mezzo secolo con la competenza di chi non si limita a raccontare un artista ma restituisce un’epoca, Jannacci, raccogliendo il testimone musicale del padre, mette in arte ciò che la narrazione contestualizza nei decenni che scandiscono la scaletta della serata.
Le mani del musicista scorrono sulla tastiera con eleganza e vibrazione jazzistica mentre la piacevole e irriverente brezza del ritmo si affiancano alla voce che diventa verità narrativa, lama tagliente, acuta ironia sotto la quale la poetica del padre Enzo emerge in tutta la sua forza. Paolo non canta il padre, ne evoca lo spirito dimostrando l’attualità del suo pensiero. E proprio il jazz è una delle chiavi per comprendere Enzo Jannacci: prima ancora che cantautore, prima ancora che personaggio televisivo, Jannacci è stato un musicista profondamente innamorato della libertà espressiva.
In quella Milano che usciva dalla guerra e si affacciava al boom economico, il jazz rappresentava molto più di un genere musicale: era una forma di pensiero. Improvvisazione, contaminazione, libertà dalle convenzioni della società. Era il linguaggio ideale per chi non accettava le regole prestabilite. Quella lezione Jannacci, già nei primissimi anni Sessanta, la trasferì nella canzone italiana, rompendo schemi che sembravano immutabili.

Volle, eternamente volle, consacrare agli ultimi la sua vocazione poetica, l’attenzione a chi viveva ai margini o in situazione di disagio, raccontando storie, momenti e aneddoti, apparentemente celati in vortici di non – senso e ironia che altro non erano che l’esasperazione della contraddizione della società che spesso non era, come oggi, in grado di capire cosa davvero conta.
Mentre parte della musica leggera cercava melodie rassicuranti e sentimenti facilmente riconoscibili – si direbbe le classiche rime sole, cuore, amore – lui portava sul palco storie sghembe, personaggi marginali, linguaggi popolari, dialetti, silenzi, inciampi, errori. Come i grandi jazzisti faceva della dissonanza una forma di bellezza. Non era soltanto innovazione musicale. Era un atto culturale!
Gli anni Sessanta e Settanta di Jannacci, ma anche quelli a venire, furono il tempo in cui la canzone aveva ancora la possibilità di dialogare con la società, di restare nel tempo e di divenire Letteratura. Non era intrattenimento. Era racconto, analisi, denuncia: le canzoni erano luoghi di incontro tra arte e realtà… non servivano a riempire il silenzio ma a interpretarlo.
Erano gli anni di Fabrizio De André, di Giorgio Gaber, di Luigi Tenco, anni in cui la musica “di nicchia” cercava significati prima ancora che consenso. Anni in cui una canzone poteva diventare una domanda rivolta a un’intera generazione, smuoverla, avvicinarla ai valori, immedesimarsi in chi viveva la quotidianità con l’inquietudine di voler fare qualcosa per cambiare davvero la vita. In quel panorama Jannacci occupava una posizione unica. Non aveva il lirismo di De André né la tensione teatrale di Gaber.
Possedeva qualcosa di ancora più sfuggente: la capacità di raccontare la tragedia attraverso il sorriso. Dietro ogni sua canzone ancor oggi vive un’umanità dolente. L’operaio di “Vincenzina e la fabbrica“, il protagonista di “El portava i scarp del tennis“, il surreale universo di “Vengo anch’io. No, tu no“, i fatti “disorientati” che popolano “Giovanni il telegrafista“. Figure che sembrano uscite da una periferia dell’esistenza prima ancora che dalle periferie urbane che spesso erano cornice “teatrale” delle sue storie in musica.
La grandezza di Jannacci consiste ancor oggi nell’aver capito che la dignità umana si nasconde spesso nei luoghi che la società considera irrilevanti. Per questo le sue canzoni non invecchiano, sono tristemente attuali. Perché parlano di chi resta indietro. Parlano degli esclusi. Parlano della solitudine. Parlano dell’indifferenza. Durante la serata Enzo Gentile evidenzia più volte su questo aspetto: Enzo Jannacci non osservava gli ultimi dall’esterno, ne condivideva il destino emotivo, si avvicinava a loro nella ricerca di una vita semplice, una vita che avrebbe potuto essere consumata con tenore frenetico ma che invece ha ricercato i tempi misurati della condivisione dei valori con le persone che gli erano care ma anche con chi incontrava per caso.

Da medico, prima ancora che da artista, aveva imparato a guardare le persone senza sovrastrutture ideologiche. Visitava i poveri, gli immigrati, gli emarginati. Li incontrava davvero. I suoi pazienti erano quelli dell’attività di medico di famiglia ma anche quella di cardiologo e di cardiochirurgo infantile: orizzonti decisamente differenti rispetto all’apparente jazzista scanzonato che appariva con i suoi meravigliosi occhiali con la montatura nera davanti a milioni di persone in televisione.
E forse è proprio qui che si trova il segreto della sua poetica? Nella capacità di trasformare la compassione in arte senza scadere mai nella retorica. Le sue canzoni sembrano leggere, persino buffe. In realtà sono costruzioni letterarie sofisticatissime. Il nonsense, che tanti hanno interpretato come semplice comicità, è invece uno strumento poetico che serve a spostare lo sguardo, a creare una crepa nella normalità, a permettere alla realtà di mostrarsi sotto una luce diversa.
Come accade nei testi di Samuel Beckett – di cui con Gaber interpretò un ruolo in “Aspettando Godot” o nelle invenzioni teatrali di Dario Fo, l’assurdo diventa una lente di ingrandimento sulla condizione umana. E allora quel sorriso si trasforma lentamente in malinconia. Una malinconia che Paolo Jannacci restituisce magnificamente al pianoforte e che è necessaria, e quasi piacevole, per lasciarsi commuovere dalle storie cantate. Ogni canzone eseguita durante la serata sembra liberarsi dalla patina del ricordo per tornare contemporanea.
Le note essenziali, i silenzi, le sfumature armoniche fanno emergere tutta la modernità di un repertorio che continua a parlare al presente. Perché il mondo raccontato da Jannacci non è scomparso. Sono ancora tra noi gli ultimi. Sono ancora tra noi gli esclusi. Sono ancora tra noi coloro che non trovano voce. E forse è proprio questa la ragione per cui il pubblico ascolta in silenzio, quasi con gratitudine e applaude in silenzio quando l’ultima corda del pianoforte inizia a vibrare… un po’ come nei concerti di musica classica. Non si tratta di nostalgia. La nostalgia riguarda ciò che non può tornare. Jannacci invece continua a tornare ogni volta che qualcuno sceglie di guardare il mondo dalla parte degli esseri umani e non delle statistiche.
Alla fine della serata resta una sensazione rara, la consapevolezza di avere incontrato un artista che ha saputo essere contemporaneamente musicista, poeta, medico, comico, filosofo e testimone del suo tempo. Uno di quelli che non hanno semplicemente scritto canzoni ma hanno insegnato a guardare. E in un’epoca in cui spesso la musica accompagna distrattamente il rumore di fondo delle nostre giornate ricordare Enzo Jannacci significa ricordare che una canzone può ancora essere molto di più: una domanda, una ferita, una carezza, un atto di ribellione.
O, semplicemente, un modo per restare umani.

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