Abbiamo visto nei precedenti articoli che il primo, più breve, soggiorno veronese di Dante a Verona, nei primissimi anni dell’esilio, non ha lasciato nel poeta una grande impressione sulla città e i suoi abitanti. Non si salva la parlata delle donne locali, che sembrano ruvide come quelle dei maschi. Non si salva Alboino, fratello di Cangrande, non considerato all’altezza del suo nome. Ma fin qui, stiamo parlando di due opere, De vulgari eloquentia e Convivio, incompiute e non ancora circolanti presso il pubblico.

Il problema è quel passo di Purgatorio XVIII, già analizzato, dove Dante scaglia un attacco feroce all’abate di San Zeno, Giuseppe, figlio illegittimo di Alberto della Scala, padre di Cangrande e signore di Verona. Stando agli ultimi studi (e mi riferisco, in parte, alla recentissima Vita di Dante di Giuseppe Indizio del 2025), Dante avrà piena ospitalità a Verona presso la corte di Cangrande, dal 1316 al 1319 (o inizi 1320).

Il Purgatorio è una cantica che inizia a circolare tra il 1314 e il 1315 e quindi Dante torna a Verona, ospite forse imprevisto e inatteso della corte scaligera, con una nomea non certo favorevole. Soprattutto perché, non dimentichiamolo, Dante è un ospite scomodo. Sia perché nemico dichiarato del Papa e di Firenze; sia perché intellettuale fino a quel momento scettico e fortemente critico nei confronti degli Scaligeri. Insomma, le cose non partono per il meglio.

Eppure l’ospitalità e la protezione di Cangrande si mostrano solide e sincere. Al punto tale che Dante – in una condizione di relativa tranquillità – può comporre gran parte del Paradiso (probabilmente i primi venti canti). E proprio nel Paradiso abbiamo al canto XVII l’elogio prima di Bartolomeo e poi di Cangrande, un elogio da superare ogni elogio di qualsivoglia personaggio vivente all’interno del poema.

Il cambio di opinione potrebbe sembrare troppo repentino, e infatti non sono mancati studiosi come Marco Santagata che hanno ipotizzato un Dante questuante, uomo di corte, costretto all’encomio (in sostanza una sviolinata) pur di mantenere buoni i delicati rapporti con il signore di Verona. E cortigiane (anzi “smaccato elogio da cortigiano”) a Santagata sembrano le parole dell’encomio che Cacciaguida, nel cielo di Marte, trisavolo di Dante, rivolge nei confronti di Cangrande:

Le sue magnificenze conosciute

saranno ancora, sì che ’ suoi nemici

non ne potran tener le lingue mute.

A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;

per lui fia trasmutata molta gente,

cambiando condizion ricchi e mendici…

Su questi versi torneremo.

Ma adesso, come sempre poniamo un po’ di ordine. Prima di tutto, se noi leggiamo la Commedia ci accorgiamo che spesso Dante pone lungo i diversi regni oltremondani personaggi che sono imparentati tra loro.

Il caso più emblematico è quello dei Donati, famiglia alla quale apparteneva anche la moglie Gemma. In questo caso troviamo tre fratelli: Corso Donati, capo del clan dei Guelfi Neri, responsabili della condanna a morte di Dante, al quale verrà profetizzato l’Inferno; ma poi abbiamo Forese che Dante incontra in Purgatorio e Piccarda, splendente anima beata del Paradiso.

Se Ezzelino da Romano resterà sommerso eternamente nel fiume ribollente Flegetonte, tra i tiranni violenti; la sorella Cunizza rifulge come anima paradisiaca vinta dal lume di Venere. Se Gherardo da Camino, signore di Treviso, è citato come uno dei pochi uomini meritevoli rimasti tra le terre bagnate dall’Adige; sul figlio Rizzardo il giudizio invece è feroce, mostrandolo come un despota arrogante (“va con la testa alta”), meritatamente caduto in una congiura (“ragna”) per aver attirato l’odio della nobiltà trevigiana.

Gli esempi sarebbero molti. Ma anche da questi piccoli assaggi, ci accorgiamo come Dante ragioni caso per caso, senza tener conto dei casati o delle parentele. Per Dante ogni persona è responsabile del proprio destino. Il detto, “un frutto non cade mai lontano dalla pianta” con Dante ha poco senso. Ogni vita è determinata dal libero arbitrio. Ognuno di noi è artefice della propria condizione nell’aldilà.

Quindi è del tutto in linea col pensiero dantesco che Alberto o Alboino della Scala possano essere considerati in modo negativo, e che al contrario Bartolomeo e Cangrande emergano come portatori di valori cortesi e nobiltà dello spirito.

E se questo non fosse chiaro a chi legge (e ai dantisti), consiglio di leggere il discorso che Carlo Martello, in Paradiso VIII, tiene sulle sfere celesti che inviano i loro influssi astrali, predisponendo ogni persona ai propri talenti o virtù, senza tener conto del sangue e del casato, al punto tale che nello stesso grembo si scontrano Esaù e Giacobbe, diversissimi tra loro.

In merito all’elogio di Cangrande come gesto smaccatamente cortigiano, dobbiamo porre attenzione ad alcuni aspetti. Prima di tutto, sicuramente Dante non ha mai tessuto delle lodi così esorbitanti nei confronti di un signore locale.

Se riprendiamo le terzine che prima ho citato, vediamo che Dante scomoda per Cangrande un linguaggio addirittura messianico. Nei versi sentiamo l’eco di Luca 1, 52-53 (“Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles, esurientes implevit bonis ed divites dimisit inanes”).

Appunto, i “mendici” / “humiles” verranno esaltati e cambieranno condizione con i “ricchi” / “divites”. Dante si pone come profeta e Cangrande è il nuovo Veltro in grado di ripristinare un periodo di pace e giustizia. E come il Veltro che si nutriva solo di “sapienza, amore e virtute”, lo stesso Cangrande si pone senza brama e cupidigia “in non curar d’argento né d’affanni”.

Su Cangrande riverberano gli influssi del cielo di Marte (“colui che ‘mpresso fue,/ nascendo da questa stella forte”), novello Romolo, novello restauratore dell’Impero. Ora, queste possono essere considerate blandizie di un cortigiano, ma è anche vero che nella vita Dante ha mostrato sempre di porsi a schiena dritta, di accettare compromessi fino a un certo punto, di fare “parte per stesso” se la situazione lo costringeva a venir meno dei suoi valori morali.

Di contro, Dante è stato ospitato da altri signori, che certo hanno ricevuto nel poema menzione di riconoscenza, ma mai in maniera così esorbitante. Sappiamo anche che poi Dante lascerà Verona e andrà a stare a Ravenna, ospite di un mecenate, Guido da Polenta, forse anche più sensibile di Cangrande, più uomo d’armi che di lettere.

A Ravenna, Dante ultimerà il Paradiso. Eppure non troviamo da nessuna parte un elogio al signore locale. Non solo, sappiamo che poi uno dei figli, Pietro, si trasferirà a Verona e lì porrà la sua discendenza, che ancora oggi è viva nella famiglia Serego-Alighieri, a conferma degli ottimi rapporti tra gli Alighieri e la città di Verona.

Rapporti che forse possono essere stati complessi, come emerge da certi aneddoti o da Petrarca stesso, forse non sempre idilliaci, ma che non possiamo considerare conflittuali. Altrimenti Cangrande non avrebbe tenuto con sé per tutti quegli anni un ospite tanto sprezzante, quanto “pericoloso” per le ragioni di cui sopra.

Certo, come scrive Indizio, siamo in “un clima politico gravido di censure ecclesiastiche”, con un Dante che si pone sempre più “indocile, forse inviso”, e non è da escludere un “crescente disagio dal poeta all’interno della corte scaligera, che progressivamente lo emargina al punto da mettere forse a repentaglio i sussidi somministrati per il sostentamento suo e dei figli”.

Da parte mia, credo che le aspettative riversate da Dante su Cangrande/Veltro fossero anche troppo alte, e in fondo al signore di Verona non era interesse ricostituire un nuovo impero romano, ma forse stabilire un dominio nell’Italia settentrionale. Il che a Dante non poteva bastare.

Ma noi sappiamo anche, fossero vere le parole di Boccaccio, che anche da Ravenna, era solito inviare i canti del Paradiso “prima che alcuno altri li vedesse (…) il quale egli oltre, ad ogni altro uomo, avea in reverenza”.

Da ultimo, dopo la morte di Dante, il veneziano Giovanni Quirini invierà un sonetto a Cangrande, Segnor ch’avete di pregio corona, con la richiesta di “pubblicare” (dal punto di vista economico) l’intera cantica del Paradiso. Il che non avrebbe senso se il rapporto tra poeta e signore fossero terminati in modo traumatico:

io sono un vostro fedel servidore

bramoso di veder la gloria santa

del Paradiso che ’l poeta canta;

onde vi prego che di cotal pianta

mostrar vi piaza i be’ fioretti fore,

ché e’ d‹i›an frutto degno al suo fatore,

lo qual intese, e so ch’intende ancore,

che di voi prima per lo mondo spanta

agli altri fosse questa ovra cotanta.

Questa carrellata selvaggia della presenza di Dante a Verona, potrebbe anche concludersi qui, ma restano in sospese alcune questioni collaterali, prima tra tutte, la presenza di Dante il 20 gennaio del 2020, presso la chiesa di Sant’Elena, che sarà argomento del prossimo scritto.

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