Mondiale 2026: giovedì al via il più grande “carrozzone” della storia del calcio
Alla vigilia della Coppa del Mondo 2026, un viaggio tra emozioni, nazionali esordienti e l’ultimo Mondiale di Messi, Cristiano Ronaldo e Neymar.

Alla vigilia della Coppa del Mondo 2026, un viaggio tra emozioni, nazionali esordienti e l’ultimo Mondiale di Messi, Cristiano Ronaldo e Neymar.

Ormai siamo agli sgoccioli: giovedì 11 giugno al via le danze della 23esima edizione della Coppa del Mondo, con l'”Estadio Azteca” di Città del Messico che farà da cornice al primo match d’apertura fra Messico e Sudafrica. 48 squadre, 104 partite, 12 gironi: un Grand Tour calcistico dal sapore di solstizio estivo che concluderà il proprio itinerario il 19 di luglio al MetLife Stadium nel New Jersey.
Il Mondiale ha da sempre un sapore differente rispetto ai campionati nazionali. Sarà il palcoscenico globale, l’unione fra tifoserie avverse o semplicemente la cadenza quadriennale, ma quando le rispettive selezioni varcano il rettangolo di gioco è automatico tornare a respirare quell’abbandonata genuinità di uno sport ormai allo sbaraglio mediatico e organizzativo. Gli stadi si colorano, i popoli si ravvivano. Al resto ci pensa la palla.
Con il formato a 48 partecipanti – prima volta nella storia – sono diverse le nazionali esordienti: Uzbekistan, Capo Verde, Curaçao e Giordania. Immaginare, nel 1930 e quando la Coppa del Mondo prevedeva solamente 13 formazioni, che a distanza di neanche un secolo un arcipelago vulcanico al largo della costa nord-occidentale africana avrebbe presenziato al Mondiale sarebbe stato esilarante.
E la magia sta proprio qui: analizzare tatticamente un match calcistico è sicuramente stimolante, analitico e trasversale. Per merito (o per colpa) delle PayTV e della “spezzatinità” delle singole giornate delle massime serie nazionali, ricavare informazioni, sia visive che scientifiche è diventato alla portata di tutti. Specialmente calcolando la frequenza media della partite disputate di settimana in settimana.
Giornali, Blog, Podcast, Canali YT, profili social: Media inondati di informazioni, aneddoti e approfondimenti legati alla fruizione quasi spasmodica del contenuto offerto dalle partite calcistiche ogni singolo weekend – e quasi sempre anche durante la settimana.
La performance, e conseguente analisi, è diventata un topic di discussione televisva. Le dichiarazioni post-partita un processo giuridico. Lo schieramento dell’undici titolare un rito previdenziale e provvidenziale.
Al mondiale, invece, tutto ciò si dissolve al partire della prima nota dell’inno nazionale. Cadono gli schemi per far spazio all’ardore. La tattica si fa da parte in favore della travolgente ed insostenibile frenesia passionale. L’analisi rinuncia ai propri capisaldi analitici per abbracciare lo sport del popolo, a sostengo del popolo e in regalo al popolo.
E quindi fischio d’inizio. Ogni partita, una storia a sé. Le nazionali, spinte da uno spirito di sano patriottismo, performeranno con la stessa fame dei milioni di connazionali seduti sul divano. Il calcio manifestato incarnerà quindi le tradizioni centenarie e quotidiane di chi osserva da casa. L’allenatore si farà portavoce del ronzio da bar del paese. Il pubblico sugli spalti guiderà la nave verso la vittoria.
Il mondiale sta per iniziare. L’augurio è che porti con sé quella spensieratezza che, nostro malgrado, nessuna domenica delle 15 è più capace di offrirci.
Stati Uniti, Messico, Canada. E il Mondiale più grande della storia. Eppure, al netto dei numeri e della retorica, questa edizione 2026 ha già il suo tema dominante, scritto non nei tabelloni o nei gironi, ma sui volti di tre uomini: Lionel Messi, Cristiano Ronaldo, Neymar jr.
Vent’anni dopo il loro debutto da predestinati sul palcoscenico iridato, i due più grandi rivali della storia del calcio moderno si apprestano a disputare la loro sesta – e ultima – Coppa del Mondo. Con loro, per l’ultimo ballo, anche O’Ney. È il congedo di una generazione intera. Non solo di calciatori, di un’epoca. È il ciclo della vita che bussa alla porta. Questa volta, però, porterà con sé la trepidazione per il torneo più spettacolare di sempre.
Ogni loro partita avrà il sapore dell’addio, e questo renderà il cammino delle rispettive nazionali ancora più carico di emozione. È la nostalgia che si mescola allo sport, il privato che irrompe nel collettivo. Perché un Mondiale non è mai solo calcio: è la colonna sonora di una fase della vita, e quando i suoi protagonisti escono di scena, qualcosa – dentro chi li ha amati – svanisce inesorabilmente con loro. Questa volta, purtroppo, per sempre.
Gli Azzurri non presenzieranno a questa edizione della Coppa del Mondo vista l’eliminazione contro la Bosnia dello scorso 31 marzo. Nonostante ciò, qualche sprazzo di verde, bianco e rosso è facilmente scovabile anche in Stati Uniti, Canada e Messico 2026.
Sulle 48 partecipanti totali, infatti, tre formazioni saranno guidate da CT italiani: Il Brasile da Carlo Ancelotti, la Turchia da Vincenzo Montella, e infine il novellino Uzbekistan da Fabio Cannavaro.
Il Brasile è, come ogni edizione, fra i papabili vincitori. Non a caso, la Seleçao detiene due record: non è soltanto la nazionale con più Coppe del Mondo da spolverare in bacheca, ma è anche l’unica ad aver preso parte a tutte le edizioni dal 1930 ad oggi.
La Turchia si appresta ad affrontare un Mondiale da potenziale underdog, visto il girone a loro favorevole con USA, Paraguay e Australia. Una mina vagante che potrebbe dare nuova linfa alla credibilità sulla panchina dell’ex attaccante di Roma, Empoli, Genoa e Samp.
E infine l’Uzbekistan, al quale basterebbe segnare letteralmente un solo goal per entrare nei manuali della storia del calcio uzbeko, essendo il numero di partecipazioni totali zero.
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