È uscito l’ennesimo LP di Paul James McCartney. “The Boys of Dungeon Lane” è un labirinto di specchi senza uscita. Quattordici specchi, nello specifico, come il numero dei brani, in cui l’immagine di Paul talvolta è chiara e mostra la sua senilità, altre volte è offuscata, con riflessi del tempo passato che si fanno spazio tra ossidi e aloni.

È un album di una bellezza ferita, maestosa eppure drammatica, asimmetrica. Perché se l’infaticabile artigiano delle dodici note è ancora capace di miracoli, il narciso pieno di sé incorre in errori consueti. Suona tutto, butta dentro di tutto, continua a rievocare aneddoti di cui troppi hanno narrato. Dungeon Lane è la strada di Speke che portava il piccolo Paul verso i canneti di Oglet Shore; oggi, è il vicolo cieco in cui un vecchio miliardario si siede sui gradini, a respirare lo smog di una Liverpool che non esiste più, se non nella sua testa.

Tutti aspettavamo di capire come l’uomo, il genio, il santone, che ha disegnato la geometria del pop mondiale, avrebbe risolto la sfida principale: la dipartita della sua voce.  Beh, ennesimo miracolo da mettere nella lista per la beatificazione. L’innesto del co-produttore Andrew Watt (fresco di miracoli rigenerativi con Rolling Stones e Iggy Pop) evita l’effetto “museo” e rende accettabile la prova vocale senza ricorrere alle magie della tecnologia che oggi fa fare carriera da cantanti a chiunque si trovi con un microfono in mano, anche per sbaglio. Spesso le linee melodiche si poggiano sul consueto e abusato falsetto, il marchio di fabbrica del Macca, con raddoppi su toni più bassi, magistralmente mixati, a dare corpo. 

Accanto a vette liriche da togliere il fiato, il disco soffre di una bulimia senile: quattordici tracce sono troppe, decisamente troppe per un uomo la cui leggenda non ha bisogno di fare massa. C’è una pigrizia dorata che infesta la parte centrale del lavoro; sarebbe poco urbano elencare i brani dimenticabili, almeno quattro, a nostro modesto parere, da non inserire nemmeno nei vecchi Lati B, come riempitivi.  Giocare a fare il mestierante del pop in pezzi minori è un peccato di superbia. 

Oppure, forse, è paura del silenzio.

Più facile parlare di pezzi come “Life can be hard“, sofisticata e bucolica, “First star of the night“, una piccola perla, semplice ed equilibrata, con passaggi armonici di spessore, sulla falsariga di “Momma Gets By“. Che classe, ragazzi. Che classe. 

Quando lo schermo della sufficienza si rompe, “Days We Left Behind” ti afferra alla gola e ti costringe a guardare nell’abisso di quella che appare come una solitudine monumentale. Il brano si regge su una chitarra che sembra suonata con le dita pesanti di chi è piegato dal tempo e dalla fatica. La melodia è di una purezza agghiacciante, una di quelle linee che si stampano nel petto al primo ascolto e non se ne vanno più. Ma è la voce di Paul a spezzare il cuore. È fragile, scorticata dal tempo, si assottiglia fino a farsi trasparente. Quando canta di “smoky bars and cheap guitars”, McCartney non sta evocando una cartolina per i turisti del Cavern. Sta facendo i conti con l’essere rimasto l’ultimo testimone. L’ultimo uomo sulla terra a sapere che odore avesse la gelatina di John Lennon nell’inverno del 1956, o come ridesse George Harrison prima che il mondo trasformasse 4 ragazzi di Liverpool in dèi di marmo.

Paul canta da solo dentro una cattedrale vuota, le sue armonie stratificate cercano un’eco che non può più tornare, e la sua fragilità vocale diventa il monumento più onesto e devastante mai eretto alla fine dell’era del pop. Nel singolo che ha lanciato l’album c’è il pianto di una generazione, l’addio definitivo a un’innocenza che abbiamo perduto tutti.

In Home to Us, lo strazio si scioglie nella carne della storia: lo sgabello della batteria è occupato da Ringo Starr. Non è una trovata commerciale; è un battito cardiaco. 

Il tocco claudicante, meravigliosamente imperfetto e legnoso di Ringo, e la sua voce, che non è mai stata bella, nemmeno un pò, entrano a puntellare la casa che crolla. 

The Boys of Dungeon Lane è un’opera imperfetta, irritante per come si perde in rivoli inutili, eppure immensa per l’arte che contiene. Paul McCartney, nudo davanti a 14 specchi, ci consegna le sue canzoni peggiori degli ultimi anni e, contemporaneamente, i suoi (ultimi?) capolavori, quelli che fanno più male.

Un disco che sanguina e splende, talvolta annoia, che fa arrabbiare e fa piangere di gioia, costringendoci a ricordare che dietro il mito intramontabile c’è ancora un uomo, per molti un semidio, che quando si spengono le luci cammina da solo lungo Dungeon Lane, e che da lì sa ancora arrivare in cima alle vette.

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