Ci sono artisti che immaginano il futuro come se fosse una linea retta, pulita, quasi igienica: città trasparenti, astronavi bianche, superfici senza impronte. E poi ci sono quelli, più pericolosi e più necessari, che sanno che il futuro non nasce mai dal nulla. Nasce da una stazione abbandonata, da un ferro ossidato, da una locomotiva lasciata in un paese dell’interno, da un bambino che gioca tra i relitti senza sapere che, molti anni dopo, quelle carcasse diventeranno visioni.

Oscar Chichoni appartiene a questa seconda famiglia. Famiglia sudamericana, argentina, fatta di migrazioni, mestieri imparati con le mani, malinconie industriali e una capacità quasi insolente di guardare oltre il presente senza smettere di toccare la materia concreta del passato. Chichoni non ha immaginato il domani come un tecnico della NASA, ma come un ragazzo di Corral de Bustos, Córdoba, che ha visto la modernità arrivare già ferita: promettere una cosa e lasciarne un’altra, più ruvida, più vera.

Verona apre l’oblò di Urania

Dal 5 giugno al 4 luglio 2026, la Sala Protomoteca della Biblioteca Civica di Verona ospita “Oscar Chichoni. Visioni di Urania”, prima mostra personale veronese dell’illustratore argentino. L’inaugurazione è prevista venerdì 5 giugno, dalle 18 alle 20, in via Cappello 43. L’esposizione nasce dalla collaborazione tra Biblioteca Civica, associazione culturale Anarres, EXTRA sci-fi festival Verona e Galleria Faraci Arte, e porta per la prima volta in città le tavole originali delle copertine Urania firmate da Chichoni.

Non è un dettaglio secondario che queste immagini entrino proprio in una biblioteca. Chichoni è stato, prima di tutto, un costruttore di soglie: tra libro e immagine, tra pittura e fumetto, tra fantascienza e memoria, tra Argentina ed Europa. La copertina, nelle sue mani, non è una semplice illustrazione: è una porta laterale. Prima ancora di leggere, il lettore viene guardato dall’altra parte.

Record, Fierro e la patria delle historietas

Nato nel 1957, Chichoni pubblica giovanissimo per la casa editrice argentina Record, entrando in un paesaggio grafico dove il fumetto non era un genere minore, ma una forma di pensiero. Intorno circolavano maestri come Alberto Breccia, Hugo Pratt, Quino e Juan Giménez. Poi arrivarono le copertine per Minotauro e soprattutto per Fierro, la rivista argentina che negli anni Ottanta divenne un laboratorio estetico e politico della historieta adulta.

Fierro nacque nel 1984 con un sottotitolo che oggi sembra scritto sopra tutta una generazione: “Historietas para sobrevivientes”. Non era solo una frase editoriale; era quasi un programma esistenziale, in un Paese che usciva dalla dittatura cercando nuove immagini per raccontarsi. La prima copertina della rivista fu affidata proprio a Chichoni: una congiunzione di erotismo e tecnologia, corpo e macchina. Lì, prima ancora di Urania, era già presente il suo territorio: il desiderio e il metallo, la pelle e la corazza, la bellezza e la ferita.

Se vogliamo immaginare un legame con Milo Manara non va cercato in una collaborazione diretta, ma in una stessa costellazione culturale: il fumetto adulto europeo, le riviste internazionali come Heavy Metal, l’idea dell’immagine come racconto autonomo. Dove Manara esplora il desiderio e il corpo erotico, Chichoni porta quel corpo verso la macchina, la ruggine e la fantascienza.

La fantascienza come memoria tattile

La mostra veronese permette di vedere quanto la fantascienza di Chichoni venga da cose vissute. L’artista lo dice con una chiarezza che vale più di molte definizioni critiche:

«Nel paese dove sono cresciuto sono rimaste dieci, undici locomotive ad arrugginirsi per anni e anni. Ci andavo lì a giocare. Molti anni dopo mi è venuta la voglia di ricreare quell’universo – non perché conoscessi lo steampunk, ma perché mi riferivo a qualcosa che avevo vissuto davvero.»

Questa frase è decisiva. Chichoni non arriva allo steampunk come a una moda, ma come a una memoria delle mani. La sua ruggine non è decorazione: è autobiografia. I suoi ocra, i marroni terra, i grigi acciaio e i rossi ferrosi non sono palette cromatiche alla moda, ma residui di un’infanzia materiale. In un’epoca in cui il futuro viene venduto come algoritmo invisibile, pulito, senza odore, Chichoni ci ricorda che ogni futuro ha un corpo. E ogni corpo, prima o poi, arrugginisce.

Urania: l’immagine prima del libro

Tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta, dopo Kurt Caesar, Karel Thole e Vicente Segrelles, Chichoni diventa uno dei volti visivi più potenti di Urania, la collana Mondadori nata nel 1952 e ancora oggi punto di riferimento della fantascienza italiana. Le sue immagini accompagnano Ballard, Heinlein, Asimov, Sturgeon, Silverberg, Le Guin, Dick, Douglas Adams, Lansdale, Sterling, Octavia Butler, Valerio Evangelisti.

Ma sarebbe riduttivo dire che Chichoni “illustrava” quei libri. Più esatto sarebbe dire che li contaminava. Se Karel Thole aveva portato in Urania una dimensione onirica e metafisica, Chichoni introduce una materia più densa, carnale, biomeccanica. Corpi umani ibridati con elementi meccanici, armature pesanti, macchine decadenti, vapori industriali: un’umanità che non può più distinguersi dai propri strumenti. Non una liberazione dal corpo, ma una sua complicazione.

Una sola immagine, una storia intera

Chichoni ha definito alcune sue opere in un modo bellissimo:

«Chiamo le mie opere a volte “un fumetto di una sola vignetta”. Significa raccontare una storia, suggerirla, in una sola immagine – un misto di pittura e fumetto.»

La definizione spiega la forza narrativa delle sue tavole. Ogni immagine contiene un prima e un dopo. Non vediamo solo una macchina, ma la civiltà che l’ha costruita. Non vediamo solo un’armatura, ma il corpo che vi è intrappolato. Non vediamo solo un paesaggio futuribile, ma il ricordo di una catastrofe o di un desiderio. Qui Chichoni incontra, senza imitarlo, qualcosa che appartiene anche a Julio Cortázar: la capacità argentina di spostare la realtà di pochi centimetri e renderla improvvisamente instabile.

Cortázar, le macchine e l’inclinazione del reale

Cortázar poteva trasformare una casa, una scala, un’autostrada, una sala da concerto in un luogo dove il reale perde le buone maniere. Chichoni fa qualcosa di simile con la materia visiva. Prende una macchina, un volto, una corazza, un corpo, e li porta appena oltre il limite del riconoscibile. Non li rompe del tutto. Li inclina. E in quell’inclinazione nasce il fantastico.

È questo, forse, che un argentino riconosce subito nelle sue opere: la bellezza di ciò che non è mai completamente nuovo, la malinconia di ciò che sopravvive alla propria funzione, la certezza che il futuro non arriva vestito di bianco, ma con addosso la polvere dei luoghi da cui veniamo.

Dal fumetto al cinema: ossessioni di perfezione

Nel corso di una carriera cinquantennale, Chichoni si è mosso dal fumetto all’illustrazione, fino al cinema, ai videogiochi e al concept design. Ha lavorato alla grafica di Starship Titanic di Douglas Adams, a Broken Sword 3, a Restoration di Michael Hoffman, e più recentemente come artista concettuale per Megalopolis di Francis Ford Coppola e Frankenstein di Guillermo del Toro. Non è un passaggio casuale: le sue immagini avevano già una regia interna. Ogni fondale sembrava aspettare una macchina da presa.

Lui stesso ha dato una chiave del proprio metodo:

«Le proprie ossessioni, se le si reindirizza verso l’arte, diventano uno strumento potentissimo.»

In Chichoni l’ossessione non chiude: apre. La precisione quasi ingegneristica delle macchine decadenti convive con una saturazione cromatica intensa, con l’uso di pastello a olio, inchiostri e acrilico. È una pittura che vuole essere anche fumetto, e un fumetto che non rinuncia alla densità della pittura.

EXTRA sci-fi festival e una città che guarda altrove

La presenza di EXTRA sci-fi festival Verona è importante perché colloca la mostra dentro un progetto culturale più ampio: portare in città la fantascienza non come semplice genere d’intrattenimento, ma come strumento per pensare il presente, il corpo, la tecnologia, la politica, l’immaginario. EXTRA, promosso dall’associazione Anarres, ha costruito negli anni un percorso fatto di cinema, letteratura, fumetto, mostre, incontri e giornate di studio.

Con Chichoni, questo percorso trova una figura perfetta: un artista capace di far dialogare cultura popolare e alta precisione pittorica, copertina editoriale e visione museale.

Un argentino nella Protomoteca

Esporre Chichoni nella Sala Protomoteca significa creare un cortocircuito felice. Da una parte il Pantheon civico, i busti, la pietra, la memoria ordinata della città. Dall’altra, le visioni di un argentino che ha disegnato futuri corrosi, creature ibride, macchine impossibili. Eppure il dialogo funziona, perché anche Chichoni costruisce effigi: non di eroi cittadini, ma di un’umanità futura e antica insieme, fragile, armata, magnifica e perduta.

Forse il suo segreto è proprio questo: aver guardato il mondo futuro senza dimenticare il Sud da cui veniva. Le sue astronavi hanno memoria di treni fermi nella pampa. Le sue armature portano addosso il peso di officine, province, migrazioni. E le sue immagini, come certi racconti di Cortázar, non finiscono quando smettiamo di guardarle. Restano lì, leggermente spostate rispetto al mondo, a chiederci da dove vengono davvero le immagini del domani.

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