I cantautori cantavano contro il Potere. Pochi di loro hanno però dato la vita nella battaglia contro i misteri, le ingiustizie e i maneggi dei potenti in Italia. Fra chi ha dato la vita all’Italia libera e repubblicana, che compie 80 splendidi anni, c’è Rino Gaetano. Proprio lui, il cantautore che pareva scanzonato; ed era il più intonato di tutti.

Festa della Repubblica. Roma, 2 giugno 1981. Sono circa le 3.30 di notte. La Volvo di Rino Gaetano percorre via Nomentana. A un certo punto, si scontra con un camion guidato da Antonio Torres, commerciante di frutta.

Rino Gaetano, trent’anni, perde i sensi. Muore alle sei del mattino, dopo aver transitato da sei ospedali senza che nessuno lo operi. Quello che il libro di Bruno Mautone, Chi ha ucciso Rino Gaetano?, ricostruisce con pazienza certosina non è una storia di complotti. È una storia di domande senza risposta, di stranezze accumulate, di silenzi che pesano.

Il servizio del Tg2 della Rai, trasmesso la sera del 2 giugno 1981, descrive uno scontro frontale tra la Volvo di Gaetano e il camion. Mentre lo speaker parla, sullo schermo scorrono le immagini dei due veicoli incidentati.

I danni non sono però sul frontale dei due mezzi. Sono sul lato destro anteriore di entrambi. Un urto di due angoli, non due fronti. E c’è di più: il tronco di un platano sul bordo di via Nomentana riporta tracce dell’impatto. C’è così un albero scalfito, adottato per anni dai fan che portavano fiori, eppure ignorato da tutte le ricostruzioni ufficiali.

Le mancate cure al cantautore ferito

Alle 4.15 del mattino, Rino Gaetano arriva al Policlinico Umberto I. Ha una frattura alla base cranica, una vasta ferita sulla fronte, una frattura molare destra e una sospetta frattura dello sterno. Ha bisogno di un intervento neurochirurgico. Il Policlinico non ha un reparto di neurochirurgia.

Vengono chiamati nell’ordine gli ospedali San Giovanni, San Camillo, CTO della Garbatella, San Filippo Neri, Policlinico Gemelli. Cinque ospedali. Nessuno risponde con un letto disponibile. Nessuno interviene. Alle 6 del mattino, Rino Gaetano muore.

Non si sa chi ha chiamato i soccorsi quella notte. Non si sa a che ora è partita la chiamata. Non risulta spiegato perché è intervenuta un’ambulanza dei Vigili del Fuoco, anziché una delle ambulanze ospedaliere. Non sono stati resi noti i nomi dei medici che visitarono Rino Gaetano quella notte.

Si può morire di incidente stradale, purtroppo. Tuttavia, chi ha fatto il mio mestiere di giornalista sa che dietro un incidente stradale può nascondersi altro: un suicidio, oppure un omicidio. Nel caso di Rino Gaetano, l’ipotesi del suicidio non ha alcun fondamento. L’ipotesi dell’omicidio non può essere provata, ma fa pensare.

Ha dell’incredibile anche il fatto che Rino Gaetano abbia scritto una canzone che rappresenta quanto poi gli sarebbe capitato: un uomo ferito in un incidente stradale che non viene accettato dagli ospedali. E per questo muore, all’alba, per negligenza. Lo stesso calvario che ha dovuto subire il cantautore calabrese.

La canzone, composta nel 1970, si intitola Quando Renzo morì.

Le canzoni, gli scandali e le trame oscure

Rino Gaetano non era un cantante demenziale, come un ascolto superficiale delle sue canzoni potrebbe far credere. L’immagine del buffone, che canta versi strampalati e senza senso, è una vulgata che il tempo ha sgretolato. Basta leggere con attenzione i testi delle sue canzoni, per capire i riferimenti alla massoneria, alle trame dei servizi segreti e agli scandali italiani più importanti.

II cantautore sembrava conoscere a fondo la composizione dell’orchestra massonica italiana. Sebbene la sorella Anna abbia sempre negato un’affiliazione dell’artista, i riferimenti nei testi sono innegabili. In Sfiorivano le viole, Gaetano cita il marchese de Lafayette, esponente supremo della massoneria settecentesca, e Michele Novaro, autore dell’inno “Fratelli d’Italia”, termine che nel gergo delle logge assume un significato specifico.

Nella canzone Berta filava del 1976, Rino Gaetano nasconde tra le rime i protagonisti dello scandalo internazionale Lockheed, con politici e militari corrotti per vendere aerei. Mario e Gino, che “filano” con Berta, sono identificabili con i politici democristiani Mario Tanassi e Gino Gui. Gaetano canta che “il bambino non era di Mario e non era di Gino”, suggerendo che i due fossero semplici capri espiatori per proteggere i veri vertici del potere, come Giulio Andreotti e Mariano Rumor. L’artista anticipò di un anno il rinvio a giudizio dei due politici Tanassi e Gui, avvenuto solo nel marzo 1977.

In Standard, pubblicata lo stesso anno, Gaetano elenca i notabili della Democrazia Cristiana usando un linguaggio maccheronico (Halde Moore per Aldo Moro, Julien Andreotten per Giulio Andreotti) e prevede che per loro non ci saranno “traumatiche decisioni”. La storia gli diede ragione: la DC uscì quasi pulita dallo scandalo.

Uno dei brani più ermetici e inquietanti è Ok papà. Qui Gaetano nomina esplicitamente la Cia e un “Maggiore” in divisa. L’esortazione «Usa il pugnale» è un richiamo diretto a Gladio (dal nome della spada corta dei gladiatori), l’organizzazione paramilitare segreta legata ai servizi segreti americani e attiva in Italia per contrastare l’influenza sovietica.

In Mio fratello è figlio unico, il riferimento al treno Taranto-Ancona non è casuale. Indagini giudiziarie hanno accertato che proprio su quel tratto ferroviario operavano uomini dei servizi segreti iscritti alla P2, come Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. I due furono condannati per aver piazzato esplosivo a bordo del treno Taranto-Ancona nel gennaio 1981 per depistare le indagini sulle stragi. Ancora una volta, Gaetano aveva scritto il testo anni prima della cronaca giudiziaria.

Nella stesso pezzo, del 1976, Rino Gaetano canta: “Mio fratello è figlio unico / Perché è convinto che Chinaglia / Non può passare al Frosinone”. Ebbene, il giornalista Mino Pecorelli – assassinato nel marzo del 1979 – aveva scritto che a Frosinone si erano incontrati tre potentissimi della politica e della finanza: Giulio Andreotti, monsignor Paul Marcinkus e Michele Sindona.

A proposito di loggia massonica P2 – organizzazione criminale con a capo Licio Gelli – nella canzone La zappa, il tridente, il rastrello Rino Gaetano canta di “una mansarda in via Condotti / Moquette, plafond, cassettoni / Giovani artisti e vecchie tardone / Si realizzano nel nobile bridge”. Il pezzo è del 1976, nell’album Mio fratello è figlio unico. Ebbene, gli elenchi della P2 saranno scoperti solo nel 1981, mentre un rapporto dei servizi segreti sulla loggia è del 1978. Si scoprirà, con il tempo, che in via Condotti a Roma, in una mansarda, vi era una delle sedi più importanti della Loggia P2.

Le fonti delle rivelazioni nascoste nei testi

Come poteva Rino Gaetano sapere tutto questo? Aveva di sicuro due fonti: una era amica sua, figlia del medico personale di Licio Gelli, capo della P2; l’altro era l’amico fraterno del cantante, Enrico Carnevali che lavorava a Roma negli uffici diplomatici degli Stati Uniti. Questo incarico gli permetteva di accedere a informazioni riservate sui visti, sugli spostamenti e sulle dinamiche di intelligence americane in Italia.

È del tutto plausibile che Carnevali sia stato la fonte che ha passato al cantautore i dettagli sugli scandali Lockheed, Gladio e la Rosa dei Venti. La sorte di Carnevali ricalca tragicamente quella di Gaetano: morì a soli 39 anni poco tempo dopo l’amico. Prima del decesso, ebbe un grave incidente stradale.

In AD 4000 DC, Rino Gaetano traccia il profilo di un “vecchio che gioca con le carte e fa saltare il banco”. È la descrizione della scalata e del successivo crollo di Michele Sindona, il banchiere siciliano legato alla mafia, al Vaticano e alla massoneria. Sindona fu definito “Uomo dell’anno” negli Usa nel 1973, prima che il crac della Franklin National Bank ne segnasse la fine. Gaetano descrive anche un “topo murato”: Sindona morirà in carcere nel 1986, dopo aver bevuto un caffè al cianuro, una fine che lo vide letteralmente “chiuso tra quattro mura”.

Rino Gaetano è stato, insomma, un grande cantautore che sotto versi all’apparenza senza senso faceva critica politica. A differenza degli altri cantautori del suo tempo – da Fabrizio De André a Guccini, da Vecchioni a Claudio Lolli – il musicista morto la notte della Festa della Repubblica indicava nomi e cognomi. La sua critica al potere corrotto, ai servizi segreti impegnati a depistare le stragi, alle ruberie e alle trame massoniche era tale da renderlo un bersaglio.

Altro aspetto che non si sottolinea abbastanza è la denuncia sociale che Rino Gaetano urlava. Basti pensare all’attualità del brano che ancora oggi tutti cantiamo: Ma il cielo è sempre più blu. Nei suoi pezzi, troviamo il lavoro pagato male, lo sfruttamento, la crisi degli alloggi, il razzismo (contro i “meridionali” ieri, contro gli “stranieri” oggi). La sua denuncia sociale si accompagna con i riferimenti ai maneggioni, agli intrallazzatori e ai criminali che hanno tirato le fila della parte più scandalosa della Storia repubblicana.

Fu ucciso, quella notte del 2 giugno 1981, oppure Rino Gaetano ebbe solo un tragico incidente e una sfortunata situazione di malasanità? Il libro Chi ha ucciso Rino Gaetano, di Bruno Mautone, non ha dubbi. A noi può restare soltanto una cosa da fare: ascoltare con attenzione quei versi all’apparenza casuali, ma di fatto studiati con cura, per coglierne tutte le sfumature. Sono il dono che Rino Gaetano lascia a noi e all’Italia.

Aida. La canzone di Rino Gaetano per l’Italia

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