C’è una parola siciliana, “muntruzzania”, che nel nuovo cortometraggio di Alessia Bottone diventa il simbolo di un’intera riflessione sulla società contemporanea. Una parola che racchiude testardaggine, orgoglio, ostinazione, ma anche un modo di stare al mondo. Attorno a questa suggestione nasce La banda muta, cortometraggio scritto e diretto dalla regista veneta di origini siciliane, liberamente ispirato all’omonimo racconto di Gaetano Savatteri.

Prodotto da Stefania Balduini per Pistacchio Film e realizzato con il contributo del Nuovo IMAIE – Bando Cortometraggi 2025, il film è ambientato in Sicilia ma girato a Roma, e prende spunto da una tradizione ormai quasi dimenticata: quella della “banda muta”, le bande musicali chiamate ai funerali che però accompagnavano il corteo senza suonare, nel rispetto assoluto del dolore e del silenzio.

Al centro della storia c’è Manfredi, interpretato da Piero Nicosia, che si reca al funerale dell’amico Elio, noto scrittore siciliano morto investito dopo anni di ostinata ribellione al tempo e alla vecchiaia. Ma quello che dovrebbe essere un momento di raccoglimento si trasforma presto in altro: conversazioni superficiali, persone che approfittano dell’evento per mettersi in mostra, ex conoscenti che distribuiscono libri e aneddoti personali, amici mai presenti in vita che improvvisamente popolano i social con fotografie e ricordi del defunto.

È proprio qui che Bottone inserisce il cuore della sua riflessione. Il funerale non come luogo del commiato, ma come palcoscenico contemporaneo.

“Abbiamo bisogno di andare sempre in scena”

La regista ci spiega come il film nasca dalla volontà di raccontare “l’ipocrisia dell’uomo contemporaneo” e il bisogno costante di apparire: «Tutte le mie opere parlano della solitudine dell’uomo contemporaneo, dell’ipocrisia che vive nella nostra società e della maschera continua che indossiamo».

Secondo Bottone, i funerali moderni hanno perso il loro significato originario. Oggi, dice, anche il dolore sembra dover essere esibito. Un concetto già espresso nelle note di regia del film, dove il corto viene definito “una denuncia sociale” capace di mettere a confronto “il silenzio di ieri e il rumore dei funerali contemporanei”.

La regista collega direttamente questa riflessione al modo in cui i social network hanno modificato il rapporto con la morte: «Appena muore qualcuno, magari un personaggio famoso o importante, tutti pubblicano una foto insieme, magari un selfie fatto anni prima, per dimostrare una vicinanza». Un fenomeno che viene associato apertamente ai funerali-show delle celebrità e persino alle tragedie nazionali trasformate in occasioni per scattare selfie o ottenere visibilità online.

Tra Pirandello, Sorrentino e Fellini

L’universo cinematografico di La banda muta si nutre anche di riferimenti importanti. Nel corso dell’intervista Bottone ammette la forte influenza di La grande bellezza di Paolo Sorrentino, soprattutto sul piano visivo. «Mi sono ispirata molto a La grande bellezza per alcune inquadrature di La banda muta. Mi interessava quell’idea di estraniarsi dal mondo mentre tutto continua a parlare».

La regista cita in particolare i momenti in cui il protagonista sembra isolarsi dal rumore del mondo, sopraffatto da gossip e superficialità. Ma accanto a Sorrentino emerge anche un’altra figura fondamentale: Federico Fellini.

Il finale del corto, costruito attorno al ritorno simbolico della banda muta e all’invito collettivo al silenzio, richiama volutamente l’atmosfera sospesa di e La voce della luna. Una suggestione confermata dalla stessa Bottone: «Volevo ricreare quell’atmosfera sospesa. La banda muta in realtà non è lì davvero, ma io faccio sentire quei passi e tutti si voltano come se il protagonista fosse in grado di evocarla». Ma il cinema non è l’unica fonte d’ispirazione. Nelle sue parole tornano continuamente Pirandello ed Eduardo De Filippo, riferimenti esplicitati anche nelle note di regia. L’idea stessa della banda muta richiama il paradosso pirandelliano del “così è se vi pare”, mentre il rapporto con la morte e il rito funebre rimanda direttamente a Gli esami non finiscono mai di Eduardo.

Un cinema che parla di solitudine

La solitudine è il filo rosso che attraversa tutta la filmografia di Alessia Bottone. Già nei lavori precedenti — La Napoli di mio padre e Sette minuti — la regista aveva affrontato temi legati all’identità, alla memoria e all’isolamento emotivo. Nel caso de La banda muta, però, questa solitudine assume una dimensione ancora più contemporanea e collettiva. «Una solitudine valoriale che ci porta ad affogare nell’egocentrismo, fino al punto da non rispettare nemmeno la morte».

Il personaggio di Manfredi diventa così l’unico testimone autentico del dolore. Mentre attorno a lui tutti sembrano occupati a recitare un ruolo, lui prova disperatamente a restituire senso al silenzio. Nel film il funerale diventa allora un luogo simbolico dove si confrontano due mondi: da una parte la Sicilia di ieri, fatta di rituali, pudore e rispetto; dall’altra il presente dominato dalla continua esposizione di sé.

L’uso dell’archivio e la memoria collettiva

Un altro elemento centrale del cinema di Bottone è il lavoro sulle immagini d’archivio. La regista racconta di essersi avvicinata quasi per caso a questo linguaggio durante un progetto legato al riuso creativo del cinema d’archivio. «Lavorare con l’archivio significa praticamente scrivere un film partendo da immagini già esistenti: è un modo completamente diverso di costruire il montaggio».

In La banda muta le immagini d’archivio vengono utilizzate per aprire una riflessione collettiva sul modo in cui la società contemporanea vive il lutto. Il film infatti si apre con immagini reali di funerali mediatici italiani e internazionali, trasformati in eventi da immortalare e condividere online. La regista parla addirittura della volontà di creare in futuro una forma di “archivio moderno”, capace di dialogare con le nuove generazioni e con il linguaggio dei social.

Un progetto che guarda al futuro

Mentre La banda muta si prepara al circuito festivaliero, Bottone è già al lavoro su due nuovi lungometraggi. Uno di questi continuerà a esplorare il tema della solitudine contemporanea, ma con una protagonista femminile per la prima volta al centro del racconto. «Credo che sarà l’opera più importante che abbia fatto finora, sia per il tema sia per la cura che ci sto mettendo».

Intanto La banda muta si presenta come un’opera capace di parlare del presente attraverso un rito antico. Un corto che usa il funerale per interrogarsi sulla società dello spettacolo permanente, sulla perdita del silenzio e sul bisogno quasi patologico di essere sempre visibili.

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