Cosa hanno in comune un piccolo paese della Pianura Padana, uno chalet di montagna, la notte, una donna di sessant’anni, un bimbo di un anno e un dentista? La risposta prende forma nel racconto di una donna di circa cinquantacinque anni che, qualche tempo fa, ha condiviso un sogno abitato da queste immagini. Dopo averne parlato insieme, mi ha dato il permesso di condividere alcune preziose associazioni, amplificazioni e immagini simboliche germogliate dalle coordinate di questo viaggio onirico.

Con l’attenzione e la sacralità richieste dai contenuti di un sogno, proviamo ad avventurarci in qualche aspetto della geografia e della grammatica di questo racconto; non per cercarne un significato univoco, cosa improbabile vista la complessità delle dinamiche psichiche che si muovono all’interno dell’inconscio personale e collettivo, ma per intravedere, dentro una cornice di senso e di valore per la sognatrice, la traccia di un percorso che, in alcuni suoi aspetti, tocca una trama archetipica di cui tutti facciamo parte.

«Devo andare in un paesino della profonda Pianura Padana, credo Luzzara. Non ricordo perché. Arrivo tardi, ormai è buio. Entro in una casa carina, piccola, molto accogliente. È una casa con un certo calore emotivo. Gli arredi sono scuri, tipo uno chalet di montagna, con qualche tappeto e dei cuscini sui divani. Le luci sono soffuse. C’è anche un soppalco e una terrazza si affaccia sulla strada. Capisco che sono in casa di Clelia, che non vedo da molti anni. Ma non è la sua casa reale.

A un certo punto compare Clelia con in braccio un bambino di circa un anno. Le dico che so che si chiama Lorenzo e che però, ormai, dovrebbe avere almeno quattordici o quindici anni. Clelia mi dice di no, che Lorenzo è nato un anno fa e che quell’altro bambino che ricordavo non era suo, anche se aveva fatto credere che lo fosse. Intuisco che fosse il figlio di un suo compagno di allora… mentre questo è proprio suo.

Realizzo che Clelia, avendo qualche anno più di me, quindi circa sessant’anni, ha avuto Lorenzo tardi. Mi chiedo come faccia a reggere la fatica di un bambino piccolo alla sua età. Clelia è molto bella ed è vestita in modo casual e creativo, curata; è morbida nei modi, dolce, simpatica e un po’ sbarazzina, proprio come nella realtà. È anche una persona che si preoccupa sinceramente degli altri.

Poi parliamo di un dentista lì della zona e lei mi dice che è molto bravo e che ci va da anni. Io penso: “Mamma mia, fino a Luzzara!”. Ma in fondo Clelia segue ciò che sente essere giusto per lei e per i suoi figli…»

Le dimensioni del tempo e dello spazio onirici danzano a un ritmo diverso rispetto alla nostra percezione abituale. Nelle medesime immagini possiamo trovare frammenti di passato, presente, futuro e dinamiche che propongono contenuti teleologici e finalistici.

Pensandoci, siamo abituati a misurare tutto attraverso il tempo cronologico: ci sono età considerate giuste per amare, per cambiare lavoro, per diventare genitori, per reinventarsi, perfino per soffrire. Superata una certa soglia, molte possibilità sembrano chiudersi silenziosamente. Ma Psiche non funziona così.

Alcune parti di noi restano a lungo lontane, isolate e silenziose e solamente “tardi, in un’età fuori tempo”, trovano finalmente la possibilità di far nascere qualcosa di nuovo e inatteso. Qualcosa che magari ha poco a che vedere con ciò a cui ci eravamo ormai rassegnati per abitudine, convenzione o timore, ma che non era nostro: “quell’altro bambino che ricordavo non era suo, anche se aveva fatto credere che lo fosse”.

I sogni cercano di farci vedere come stanno le cose dentro di noi attraverso immagini simboliche, ovvero attraverso la miglior rappresentazione possibile di qualcosa non del tutto afferrabile ma carica di significato. I personaggi, i luoghi e gli avvenimenti possono essere legati a quanto viviamo nel quotidiano, ma inevitabilmente richiamano il nostro mondo interiore, intrecciandosi così con una dimensione personale ma anche con quella archetipica collettiva che abbraccia tutte le culture nelle varie dimensioni del tempo.

In definitiva, raccontano di noi.

Di fronte a un sogno potremmo allora porci alcune domande: cosa mi fa venire in mente questa immagine? Che cosa ha a che fare con me? Se fosse una parte di me, quale sarebbe?

Così il paesino della Pianura Padana, “una zona lontana, che percepisco poco vitale; una zona depressa con le nebbie e un po’ isolata nel silenzio”, nel buio della tarda notte, diventa un luogo centrale nel quale la sognatrice deve andare per poter incontrare alcuni aspetti di sé e creare quei collegamenti tra ciò che era e ciò che ha da divenire.

Entra in un ambiente accogliente, “vivo, non performativo ma spontaneo e creativo”. E proprio qui incontra Clelia che, oggettivamente, è un’amica di vecchia data ma che, nel sogno, è soggettivamente la rappresentazione di un femminile in linea con il luogo in cui vive: dolce, ironico e capace di abitare la propria esistenza senza irrigidirsi in un ruolo legato all’efficienza e al tempo.

Ha un’età matura. “Clelia ha cinque anni più di me, ha sessant’anni”. È tardi per avere un figlio così piccolo. Eppure nulla appare strano. Anzi, tutto sembra naturale.

Psiche, infatti, non segue il calendario e genera novità interiori, un bambino, quando è il momento. “So che si chiama Lorenzo”: è come se una parte della sognatrice ne avesse intuito la potenziale esistenza e in qualche modo sapesse già di lui.

Questo bambino è nato tardi, ma in tempo con il tempo della sognatrice, ovvero con il tempo del processo individuativo che, in questo caso, riguarda il principio del femminile e di un nuovo maschile da lei stessa generato: “qualcosa di nuovo, piccolo, fragile, ma finalmente veramente mio”.

Certe parti di noi restano in attesa per anni. A volte per decenni. Non morte, non perdute. In attesa. Aspettano il momento in cui potranno finalmente nascere davvero.

E il dentista?

“Fa un lavoro sui denti, sul mordere, trattenere, assimilare, sostenere. Clelia va fino a Luzzara perché segue ciò che sente giusto. Inoltre credo che l’etimologia di Luzzara sia ‘Luciaia’, la terra del luccio. Questo mi fa pensare ad acque pescose e abbondanti. Come a dire che, nonostante le nebbie, la lontananza, la solitudine, ci sono acque generose di possibilità.”

Il dentista si prende cura dei denti che, in questo caso, in chiave simbolica, rappresentano la capacità di aggredire la realtà in modo sano. Per far nascere e custodire una parte autentica di sé non basta l’intuizione: serve anche la determinazione vitale per integrarla, difendendola dalle vecchie abitudini, seguendo ciò che si sente giusto e non solo ciò che è comodo.

Dentro di sé, la sognatrice confronta la sua parte razionale e logica, “Mamma mia, fino a Luzzara!”, con un’altra più spontanea e intuitiva che riconosce il valore di ciò che nutre davvero.

“Non tutto ciò di cui abbiamo davvero bisogno segue la comodità o l’efficienza.”

Anche Psiche lo sa: non sceglie sempre ciò che è più vicino o più rapido, ma piuttosto ciò che, misteriosamente, la fa sentire viva, nel tempo e nel luogo giusti per sé.

E forse stare nel processo individuativo significa anche questo: accettare che dentro di noi possano sempre nascere cose inattese e profondamente autentiche.

Anche tardi.

Anche al buio.

Anche in una piccola casa di Psiche, in uno sperduto paesino della Pianura Padana.

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