Il femminismo, in Italia, continua spesso a essere una parola da spiegare prima ancora che da discutere. C’è chi lo riduce a ideologia, chi lo vive come una minaccia, chi lo accetta solo quando resta educato, laterale, poco disturbante. Forse il punto è proprio questo: diventa interessante quando smette di chiedere permesso e comincia a interrogare le storie dentro cui siamo cresciuti. È da qui che si può guardare a Eroina – non solo stand up comedy show, lo spettacolo con cui Chiara Becchimanzi arriva a Verona il 29 maggio, al Cinema Nuovo San Michele. Un’occasione per parlare di immaginario, potere, educazione sentimentale e ruoli di genere.

Becchimanzi lavora su figure che appartengono al nostro archivio culturale più profondo: Penelope, Circe, Medea, Arianna. Donne raccontate quasi sempre da voci maschili e trasformate in simboli: l’attesa, la seduzione, la vendetta, il sacrificio, l’abbandono. La domanda è: che cosa succederebbe se quelle storie fossero state raccontate da un altro punto di vista?

La comicità, nel suo lavoro, non serve ad alleggerire il problema, ma a farlo emergere. Abbassa le difese, crea relazione, porta il pubblico dentro zone scomode senza assumere il tono della lezione. Ed è qui che la scena incontra l’attivismo: nel modo in cui una battuta può aprire una crepa, far emergere un automatismo, mostrare che certi miti non stanno solo nei libri, ma continuano a muoversi nelle relazioni, nelle famiglie, nelle scuole e nel linguaggio pubblico. Con Chiara Becchimanzi abbiamo parlato di femminismo, patriarcato, educazione affettiva, comicità e del bisogno, ancora urgente, di riscrivere le storie che ci hanno insegnato a raccontarci.

Chiara, nel suo lavoro il femminismo non sembra mai una “tesi” da dimostrare, ma un modo di guardare le storie. Quando ha capito che la comicità poteva diventare anche uno strumento femminista?

Chiara Becchinanzi – Foto di Carlo Mogiani

«Credo molto presto, già durante gli anni dell’Accademia di teatro. Per me l’arte è sempre stata anche un atto politico, uno strumento per aprire conversazioni politiche. Il femminismo è stato fin dall’inizio uno dei punti centrali di questo percorso. Il patriarcato è un sistema di potere che amplifica le disparità di genere, ma non riguarda solo le donne. Riguarda il modo in cui costruiamo le relazioni, le gerarchie, perfino il rapporto con il mondo. Attraverso lo studio, le letture e il lavoro sulla scena ho capito che la comicità poteva essere un modo molto efficace per portare questi temi davanti al pubblico.»

In Italia la parola femminismo genera ancora molte resistenze. Secondo lei che cosa fa ancora così paura?

Credo faccia paura soprattutto ciò che non si conosce. Molte resistenze derivano dall’ignoranza, ma oggi gli strumenti per informarsi ci sono. Quindi non è solo un problema di accesso alle informazioni, ma anche di attitudine. Spesso il femminismo viene interpretato come il contrario del maschilismo, come una forma di ribaltamento dello schema di potere. In realtà non vuole sostituire un abuso di potere con un altro abuso di potere. Vuole sciogliere quella logica e proporre un modo diverso di stare nella comunità, nelle relazioni, nella convivenza.»

Le sue eroine vengono dal mito, ma parlano di ruoli molto contemporanei. Quale archetipo le sembra più resistente oggi?

«Uno degli archetipi più duri da sciogliere è Medusa. Viene punita non per ciò che fa, ma per il desiderio che provoca in Poseidone. È un’immagine potentissima, perché racconta un meccanismo ancora presente: le donne vengono giudicate in rapporto allo sguardo e al desiderio degli uomini, più che per ciò che sono. Un’altra figura importante è Atena, anche nella lettura proposta da Marina Pierri in Eroine, che consiglio. Atena nasce dalla testa di Zeus, quindi dall’intelligenza del maschio. Può diventare il simbolo di quelle donne che arrivano al potere giocando secondo regole costruite dagli uomini e, così facendo, finiscono per confermare il sistema patriarcale invece di metterlo davvero in discussione.»

C’è il rischio, parlando di femminismo a teatro, di essere ascoltate solo da chi è già d’accordo?

È un rischio reale, ed è anche uno dei grandi problemi della sinistra italiana: parlare spesso a persone che sono già convinte. All’inizio della mia carriera avevo un pubblico molto eterogeneo; ho girato tanto la provincia italiana e mi sono trovata davanti anche persone che non erano d’accordo con me. Oggi ho un mio pubblico, quindi è normale che la percentuale di persone già vicine a certi temi sia più alta. Però capita ancora di incontrare dubbi, resistenze, anche fastidio. E il feedback è spesso buono, perché lo spettacolo non si limita a dichiarare una posizione: prova a parlare alle persone, a ragionare con loro. A volte alcuni uomini si imbarazzano, ma anche quell’imbarazzo può diventare un punto di partenza.»«È un rischio reale, ed è anche uno dei grandi problemi della sinistra italiana: parlare spesso a persone che sono già convinte. All’inizio della mia carriera avevo un pubblico molto eterogeneo; ho girato tanto la provincia italiana e mi sono trovata davanti anche persone che non erano d’accordo con me. Oggi ho un mio pubblico, quindi è normale che la percentuale di persone già vicine a certi temi sia più alta. Però capita ancora di incontrare dubbi, resistenze, anche fastidio. E il feedback è spesso buono, perché lo spettacolo non si limita a dichiarare una posizione: prova a parlare alle persone, a ragionare con loro. A volte alcuni uomini si imbarazzano, ma anche quell’imbarazzo può diventare un punto di partenza.»

Lei lavora anche nelle scuole con percorsi sull’educazione sessuo-affettiva. Che cosa le restituiscono ragazze e ragazzi?

«Il percorso prevede lo spettacolo, un incontro con una psicoterapeuta e un momento di dibattito. Questo permette di esplorare direttamente le domande, le opinioni e i dubbi dei ragazzi e delle ragazze, che hanno una fortissima esigenza di sapere, di confrontarsi, ma anche di essere ascoltati e ascoltate. La prima cosa che rilevo è proprio questa sete di condivisione. Le risate aprono porte inaspettate sui mondi interiori delle persone partecipanti, e la fiducia che ci viene data è un privilegio e un onore. Allo stesso tempo, purtroppo, gli stereotipi di genere sono ancora molto presenti, anche nelle nuove generazioni. Emergono idee come: agli appuntamenti deve pagare il maschio; se una ragazza si veste in un certo modo allora significa qualcosa; se nasce un figlio gay bisogna “curarlo”. Sono frasi che fanno capire quanto lavoro ci sia ancora da fare. Parallelamente emerge anche il bisogno di sapere come riconoscere e gestire molestie, relazioni tossiche, abusi. L’educazione sessuo-affettiva serve eccome! C’è poi una disabitudine profonda allo spettacolo dal vivo e anche alla lettura. Spesso la formazione dei ragazzi e delle ragazze passa attraverso materiali rapidi, frammentati, non sempre complessi.»

Chiara Becchinanzi – Foto di Alessandra Notaro

Dopo anni di dibattito pubblico su violenza di genere, patriarcato, consenso, educazione affettiva, ha l’impressione che qualcosa stia cambiando davvero?

«Non so se posso dire che stia cambiando davvero. L’algoritmo ci fa vivere dentro una bolla in cui sembra che tutti la pensino come noi. Poi esci da quella bolla e guardi alla società, alla narrazione politica sulla violenza contro le donne, alla manosfera, ma anche alle donne che continuano a riprodurre meccanismi patriarcali, e il quadro diventa molto più complesso. Alcuni uomini oggi sono più consapevoli dell’esistenza di un sistema di potere da mettere in discussione. Però è difficile capire quanto il cambiamento sia reale. Quello che possiamo fare è continuare a parlare anche con chi non la pensa come noi.»

La comicità permette di dire cose dure senza assumere il tono della predica. Ma c’è qualcosa su cui, oggi, sente che non si riesce ancora a ridere?

«Penso ai disturbi alimentari, all’aborto, al tumore. Sono temi su cui non sempre si riesce a ridere, ma non necessariamente perché sono stati vissuti in prima persona: il punto è se siano stati attraversati, elaborati, e se si sia voluto davvero farlo. La comicità può dare uno schiaffo, può scuotere, ma solo se prima ha costruito empatia. Se manca quella relazione, si rischia di mettersi nella posizione di chi pontifica. Per me il punto è proprio questo: non usare la comicità per giudicare, ma per accompagnare il pubblico in una zona scomoda, dove magari una risata può aprire qualcosa.»

Nel suo spettacolo le figure femminili del mito non vengono solo celebrate: vengono interrogate, smontate, forse liberate. Che differenza c’è tra idealizzare una donna e darle davvero voce?

«La differenza è l’ascolto. Idealizzare una figura femminile significa spesso metterla su un piedistallo, ma senza chiedersi davvero chi sia stata, cosa abbia vissuto, quale fosse il suo punto di vista. Penso a Maria di Nazareth: è stata idealizzata moltissimo, ma raramente ci si è chiesti che cosa potesse significare la sua vita guardata dalla sua prospettiva. Dare voce a una donna significa partire dal basso, dalla sua esperienza, dalla sua complessità. L’eroina attraversa il proprio destino, non necessariamente vince. L’idealizzazione, invece, cala dall’alto e spesso immobilizza.»

In molte narrazioni pubbliche la donna “forte” è diventata quasi un nuovo obbligo. Quanto è femminista rivendicare anche fragilità, contraddizione, fallimento?

«È molto femminista. Credo sia importante riconoscere che può esserci forza nella fragilità. Non dobbiamo associare la forza soltanto a un immaginario maschile; anche gli uomini possono essere forti in modo fragile. Il problema è che noi occidentali siamo abituati a ragionare per categorie duali: forte o debole, razionale o emotivo, maschile o femminile. Ma queste categorie non descrivono davvero la complessità delle persone. Una donna intelligente, per esempio, non è necessariamente “rompipalle”: è semplicemente una donna intelligente. È il modo in cui la società interpreta quella intelligenza a dipendere ancora da stereotipi molto radicati.»

Se dovesse scegliere una figura femminile del mito greco per raccontare l’Italia di oggi, quale sceglierebbe?

«Sceglierei Antigone. Viviamo in un contesto che per certi aspetti ha qualcosa di medievale: una canalizzazione a senso unico delle informazioni, un po’ come accadeva con le rappresentazioni sacre. Oggi ci beviamo contenuti unidirezionali, spesso sotto forma di reel, senza un vero spazio critico. In questo scenario Antigone è una figura necessaria, perché si oppone al potere quando il potere pretende di stabilire da solo ciò che è giusto. Antigone serve contro tutti i Creonte che governano il mondo.»

Che rapporto c’è, per lei, tra attivismo e arte? Uno spettacolo può essere politico senza trasformarsi in messaggio?

«Sì, certo. Uno spettacolo può essere politico senza diventare un comizio o una predica. Per me c’è sempre un messaggio, ma non nel senso di una legge universale da imporre agli altri. È il mio punto di vista, il mio modo di stare nel mondo e di portarlo sulla scena. Bisogna uscire dalla trappola retorica secondo cui la comicità dovrebbe soltanto far ridere. Si può far ridere e allo stesso tempo comunicare qualcosa. L’importante è non trasformare tutto in una predica, non perdere la relazione con il pubblico.»

Alla fine, riscrivere le eroine significa cambiare la narrazione o i condizionamenti sul presente?

«A questa domanda risponderò durante lo spettacolo. Ci vediamo lì!»

Chiara Becchinanzi – Foto di Alessandra Notaro

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