Dopo anni di apparente calma piatta, North London si è riassestata sulle vette del football britannico. La vittoria dell’Europa League da parte degli Spurs nella passata stagione e il titolo di campioni d’Inghilterra ottenuto dall’Arsenal in questa annata 2025/26 certificano un ritorno alle origini per il calcio londinese.

I Gunners quest’anno festeggiano il 14esimo titolo nazionale della loro storia. Il primo con Mikel Arteta sulla panchina. Il primo dopo l’addio di Arsene Wenger nel 2018, colui che per ultimo riuscì a portare la Premier League all’Emirates Stadium nel lontano 2004.

La scelta di Arteta

Da eterni secondi a campioni indiscussi, l’Arsenal di Arteta ha coronato un sogno cominciato nel dicembre 2019. Dopo l’addio de Le Professour Arsene Wenger nel 2018, per la panchina dei Gunners viene scelto Unai Emery, che dopo tre Europa League consecutive vinte a Siviglia cercava conferme che l’esperienza parigina al PSG tra il 2016 e il 2018 non gli aveva dato.

Il “Re dell’EL”, però, chiude la stagione al quinto posto e perdendo la finale tutta londinese di Coppa UEFA contro il Chelsea di Sarri per 4-1. Confermato anche per l’annata seguente, verrà poi esonerato a fine 2019 dopo la peggior serie di risultati consecutivi ottenuti dal club dal 1992.

Si arriva al 15 dicembre 2019 e all’Emirates si gioca Arsenal – Manchester City. A fine primo tempo, gli ospiti conducono con un passivo di tre reti a zero ai danni dei Gunners. Emery guarda il tabellone, consapevole dell’esonero. Seduto sulla panchina del City, vicino a Pep Guardiola, è seduto un uomo. Si chiama Mikel Arteta, ha quarantadue anni, è vice allenatore del Manchester City ed è stato capitano dell’Arsenal per cinque stagioni, dal 2011 al 2016.

Né lui, né il suo superiore, né tantomeno la dirigenza citizens sono a conoscenza che solamente cinque giorni più tardi, il 20 dicembre 2019, Mikel Arteta diventerà il nuovo allenatore dell’Arsenal.

Progettualità

Quando Arteta fa ritorno a North London, l’aria rarefatta respirata all’Arsenal Training Center non era certamente quella densa e carica di propositi di Manchester. Emery non aveva fatto breccia, e i tifosi rimpiangevano quella gestione da baluardo unidirezionale che Wenger incarnava all’interno dell’ambiente Arsenal.

Arteta, quindi, viene inserito nel centro gravitazionale e decisionale della società. L’obiettivo non è vincere nel breve, ma costruire in lungo. “The Club knows my plan” dirà Arteta in un’intervista a Sky Sport durante l’estate 2020, la prima da allenatore dell’Arsenal, confermando inoltre il proprio diritto di veto, nonché di ultima parola, in termini di modifiche alla rosa durante il calciomercato.

Da lì, lo smantellamento del vecchio spogliatoio e quindi di “scomodi senatori”, a discapito di un ringiovanimento del roster con innesti rivoluzionari, è stato questione di pochi anni. L’unico giocatore presente in rosa sia al momento della firma di Arteta che in questa stagione è infatti Bukayo Saka, al tempo wonderkid 19enne in uscita dal settore giovanile, oggi idolo dei Gunners e giocatore simbolo della squadra.

Arteta non è dunque “solo” allenatore, ma primo e ultimo costruttore della filosofia Arsenal. Nella scorsa sessione di mercato estivo, quella in cui l’Arsenal si è confermata la squadra più spendacciona del mondo, il mister ha commentato così :”I primi cinque anni avevamo scopi differenti perché il ricambio di giocatori e gli obiettivi erano diversi. Ora vogliamo migliorare la profondità della rosa e portarci al livello successivo.”

Investimenti intelligenti

C’è un dettaglio che i critici dell’Arsenal tendono a sorvolare quando parlano dei soldi spesi da Arteta: il contesto. Perché costruire una squadra campione d’Inghilterra non avviene nel vuoto, ma in un campionato che tra il 2019 e il 2025 ha visto due delle squadre più forti della storia del calcio moderno dominare in modo quasi assoluto.

Prendendo in considerazione solamente le cifre sembrerà impossibile pensare di non conseguire risultati concreti. Il net spend dell’Arsenal in questi cinque anni, infatti, secondo transfermarkt, è di 632 milioni di euro. Il che significa che i milioni spesi in uscita sono nettamente più alti rispetto a quelli in entrata. Chelsea e Man United, però, sono sopra ai Gunners in questa classifica.

E se è vero che i Blues la scorsa stagione hanno vinto Conference League e mondiale per club, Enzo Maresca, ex-allenatore, ha rescisso il proprio contratto con il Chelsea a febbraio proprio perché la proprietà non ha mai aperto ad un dialogo in materia calciomercato. Da quel momento il Chelsea è in caduta libera.

Ad Old Trafford non se la passano ugualmente bene. L’ultima apparizione in champions risale al 2024 con un ultimo posto nel girone, mentre l’anno scorso sono arrivate una quindicesima posizione in campionato ed una finale di Europa League persa.

Quando Arteta arrivò a dicembre 2019, il Manchester City stava per completare uno dei cicli di dominio più straordinari mai visti in Premier League: quattro titoli in cinque anni. Una striscia che nessuno aveva mai realizzato prima, costruita su un progetto finanziario mastodontico e su un allenatore, Guardiola, che molti considerano semplicemente il migliore di tutti i tempi.

Contemporaneamente, il Liverpool di Klopp tornava a ruggire dopo trent’anni di digiuno: campioni d’Europa nel 2019, campioni d’Inghilterra nel 2020, e stabilmente tra le due o tre squadre più forti del pianeta. Pensare di spodestare queste due potenze in pochi anni, senza investire, non sarebbe stato non ambizioso. Sarebbe stato ingenuo.

Arteta ha completato la sua ricostruzione dell’Arsenal partendo da una posizione di debolezza assoluta: un club che era scivolato all’ottavo posto e si era ritrovato al centro di proteste dei tifosi. In sei anni, con rischi calcolati e una perseveranza straordinaria, ha posto fine alla dinastia del suo ex mentore Guardiola

Costruire sulle e dalle ceneri

Il dato più interessante non è che l’Arsenal abbia vinto. È che lo abbia fatto nel momento in cui le due rivali storiche mostrano i primi segnali seri di cedimento. Il City negli ultimi anni ha vissuto un declino evidente in Champions League, lontano dai fasti delle finali e dalle notti da protagonista assoluto in Europa. Il Liverpool, dopo la stagione trionfante con Slot nel 2024-25, ha risposto spendendo cifre vicine al mezzo miliardo di euro, consegnando una stagione deludente, a conferma che il denaro, da solo, non basta a mantenere un ciclo vincente.

L’Arsenal invece si presenta alla sua prima finale di Champions League della storia moderna con una rosa giovane, contratti lunghi, un allenatore nel pieno della sua maturità e una proprietà finalmente capace di sostenere un progetto senza svendere l’identità del club. La traiettoria è quella di chi non ha ancora raggiunto il proprio apice. E questo, forse, è il dato più spaventoso per le avversarie.

La Premier League e la finale di Champions non sono l’ultimo mattoncino della gestione Arteta, sono le finestre attraverso cui osservare il futuro dei Gunners nei prossimi anni.

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