Prima di entrare nel Niceto Club e lasciarsi attraversare da Piazzolla Electrónico, vale la pena fermarsi sulla figura di Nico Sorín. Non è un interprete che arriva a Piazzolla per aggiornare un repertorio prestigioso, ma un musicista che lo incontra dopo un percorso laterale, libero e rigoroso insieme.

Nato a Buenos Aires nel 1979 e formatosi al Berklee College of Music, Sorín ha costruito una carriera capace di attraversare cinema, jazz, rock sperimentale, musica sinfonica ed elettronica. Ha composto colonne sonore premiate, lavorato con orchestre internazionali, ricevuto nomination ai Latin Grammy e dato vita a progetti come Octafonic e Sorín Octeto, dove energia urbana, complessità musicale e spirito rock convivono senza chiedere permesso.

Per questo Piazzolla Electrónico non appare come un semplice omaggio. Sorín riconosce in Astor Piazzolla non solo il grande compositore argentino, ma l’artista che osò rompere con il proprio tempo. Riprende quella ferita e la porta nel presente, tra sintetizzatori, distorsioni e tensione rock. Non per addomesticare Piazzolla, ma per restituirgli la sua qualità più viva: il rischio.

Dentro il Niceto: quando Buenos Aires torna a sanguinare

Buenos Aires, 14 maggio 2026. Entrare al Niceto Club per ascoltare Nico Sorín con Piazzolla Electrónico non è stato semplicemente assistere a un concerto. È stato entrare dentro una Buenos Aires che respira ancora nel petto di chi è nato con il rumore dei colectivos, con l’umidità che sale dal Río de la Plata e con quella malinconia difficile da spiegare agli europei. Una malinconia che non è tristezza: è memoria che continua a camminare, anche quando uno crede di averla lasciata da qualche parte, in una casa d’infanzia, in una radio accesa, in una strada bagnata dopo la pioggia.

Il Niceto, quella sera, sembrava meno un locale e più una camera segreta della città. Fuori c’era Buenos Aires con il suo traffico, le sue ferite, la sua bellezza sempre un po’ maleducata. Dentro, invece, la città si raccoglieva in un rito elettrico. Non un rito solenne, non una cerimonia imbalsamata per turisti sentimentali, ma qualcosa di più sporco, più vivo, più vicino al battito. Come se il tango avesse deciso di togliersi il vestito buono e presentarsi con una giacca di pelle, gli occhi stanchi e il cuore ancora aperto.

Toccare Piazzolla, toccare il sacro

Quello che Sorín fa con Piazzolla è pericoloso. Perché toccare Piazzolla significa toccare qualcosa di sacro per gli argentini. E il sacro, da noi, non sta mai tranquillo: discute, si offende, fuma, piange, insulta e poi ti abbraccia. Piazzolla non è soltanto un compositore. È una ferita nazionale con partitura. È il suono di una città che non ha mai saputo scegliere tra eleganza e coltello, tra nostalgia e futuro, tra l’abbraccio e la fuga.

Eppure Sorín non lo tradisce. Non lo usa. Non lo riduce a un marchio. Lo attraversa. Lo porta dentro un presente fatto di elettronica, distorsioni, pulsazioni contemporanee, tensioni rock, architetture sonore che sembrano nascere da un laboratorio e da un vicolo allo stesso tempo. Ma, dentro tutto questo, non svuota mai Piazzolla della sua ferita originale. Anzi, la rende più visibile. La illumina con una luce nuova, quasi crudele.

La cosa più impressionante è proprio questa: la tensione drammatica rimane intatta.

Un tango che brucia ancora

Molti progetti che cercano di modernizzare Piazzolla finiscono per trasformarlo in musica elegante da aeroporto internazionale: raffinata, pulita, corretta, perfetta per accompagnare un bicchiere di vino e una conversazione senza rischio. Qui no. Qui il tango continua ad avere odore di notte, di fumo, di corpi stanchi, di desideri mai risolti. Continua ad avere qualcosa di sessuale e tragico insieme. Non chiede il permesso di essere bello. Lo è perché brucia.

Sorín costruisce un ponte strano e bellissimo: da una parte il bandoneón come grido ancestrale della città, dall’altra la potenza quasi cinematografica del rock elettronico contemporaneo. E in mezzo ci siamo noi argentini, sospesi. Figli di un Paese che cambia pelle senza mai guarire del tutto. Come se ogni arrangiamento dicesse: Buenos Aires non è morta, si è soltanto trasformata. Ha cambiato ritmo, ha cambiato vestiti, ha cambiato luci. Ma sotto continua a pulsare lo stesso cuore ferito.

Ci sono momenti in cui la musica sembra avanzare come una macchina enorme sotto la pioggia. Una macchina nera, notturna, piena di memoria, che attraversa Corrientes, Palermo, San Telmo, Constitución, le periferie, le stazioni, i bar dove qualcuno ha sempre perso qualcosa. Altri momenti, invece, tutto si ferma improvvisamente. Resta soltanto una nota lunga, quasi insopportabile, una specie di lama sospesa nell’aria. E quella nota ti costringe a guardarti dentro, anche se non ne avevi voglia. È lì che il concerto smette di essere spettacolo e diventa esperienza emotiva.

Per chi è cresciuto ascoltando Piazzolla nelle cassette dei genitori, o sentendolo uscire da una radio lontana in qualche cucina di periferia, l’effetto è devastante. Perché quelle melodie appartengono già alla memoria personale prima ancora che alla storia musicale argentina. Non sono soltanto brani. Sono stanze. Sono voci. Sono pomeriggi. Sono assenze. Sono tavoli apparecchiati, padri silenziosi, madri che cucinano, finestre aperte d’estate, la televisione accesa in fondo alla casa, e quella sensazione di essere sempre un po’ sul punto di partire.

Il passato rimesso in circolo

E allora succede qualcosa di raro: il passato non viene celebrato con nostalgia. Viene rimesso in circolo. Torna vivo. Non come fotografia ingiallita, ma come corrente elettrica. Sorín sembra capire che la memoria, se non la si mette in pericolo, diventa museo. E Piazzolla, più di chiunque altro, odiava il museo. Era un uomo della frattura, non della conservazione. Un artista che aveva capito che per essere fedeli a una tradizione, a volte bisogna ferirla.

Nel pubblico del Niceto si vedeva chiaramente. Ragazzi giovanissimi accanto a persone che portavano addosso decenni di democrazia, crisi economiche, partenze, ritorni, disillusioni. C’erano quelli che forse arrivavano a Piazzolla per la prima volta attraverso l’elettronica, e quelli che lo avevano già dentro come una cicatrice familiare. Eppure tutti stavano dentro la stessa corrente emotiva. Questo forse è il miracolo più grande del progetto: riuscire a fare dialogare generazioni diverse senza semplificare nulla.

Continuare la battaglia estetica

Perché Piazzolla non è mai stato comodo. Era tensione, rottura, conflitto. Era l’uomo che metteva il tango davanti allo specchio e gli diceva: guarda che puoi essere altro. Ed è proprio questo che Nico Sorín sembra aver capito profondamente: modernizzare non significa addolcire. Significa avere il coraggio di continuare quella stessa battaglia estetica oggi, con altri suoni, altre tecnologie, altre ferite.

Uscendo nella notte di Buenos Aires, dopo il concerto, rimaneva addosso una sensazione difficile da tradurre. Come se la città intera avesse parlato per due ore attraverso sintetizzatori, archi, rumori elettronici e bandoneón. Come se qualcuno avesse preso una vecchia fotografia di famiglia e l’avesse attraversata con un lampo.

E forse è proprio questo il punto. Buenos Aires non smette mai di parlare. A volte sussurra. A volte urla. A volte canta come se sapesse già di aver perso. Cambia voce, cambia ritmo, cambia pelle. Ma continua a battere il cuore nello stesso modo. E quella sera, dentro il Niceto, grazie a Nico Sorín e al fantasma vivo di Piazzolla, quel sangue aveva il suono feroce e bellissimo del presente.

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