A Vallecas ci sono ancora i pirati
Un quartiere di Madrid che arriva a giocarsi una finale europea. Il Rayo Vallecano e la sua gente sono una contraddizione rumorosa nel panorama del calcio contemporaneo.

Un quartiere di Madrid che arriva a giocarsi una finale europea. Il Rayo Vallecano e la sua gente sono una contraddizione rumorosa nel panorama del calcio contemporaneo.

Un galeone pirata incendia il continente del calcio. Porta le insegne del Rayo Vallecano. La squadra di un quartiere di Madrid con lo stadio che cade a pezzi e che, contro ogni pronostico, arriva a giocarsi una finale europea.
Non c’è sito, quotidiano o rubrica social dedicata al pallone che, in queste ultime due settimane, non abbia parlato del Rayo. I toni e le parole sono più o meno sempre le stesse: la “Cenerentola biancorossa” e via dicendo. Tutto giusto, per carità, ma anche tutto terribilmente uguale a tante altre “favole” già viste e riviste.
Eppure la parabola franjiroja qualcosa di unico ce l’ha per davvero. E prima di vedere Trejo e compagni sfidare, da grandi sfavoriti, il Crystal Palace in finale di Conference League, è doveroso provare un tuffo più profondo. Oltre i facili titoli. Avvicinandoci a una storia che non può prescindere dal luogo in cui viene scritta, e dall’identità che ne scaturisce.
A Vallecas non ci arrivi per sbaglio. Devi volerci andare davvero. Bisogna lasciarsi alle spalle la Madrid da cartolina, le vetrine eleganti della Gran Vía e i turisti col telefono alzato davanti al Palacio Real. Devi prendere la metro azzurra e scendere a Portazgo, dove la città cambia improvvisamente pelle.

La stazione, oggi dedicata alla storia del Rayo, ti sputa fuori praticamente sotto le tribune in cemento del vecchio Teresa Rivero, oggi Campo de Fútbol de Vallecas. Lo stadio non domina il quartiere: ci respira dentro. Incastrato tra i condomini popolari, schiacciato tra balconi e serrande abbassate dei bar. Quasi che Madrid abbia provato a dimenticarselo, questo posto.
Parliamoci chiaro, Vallecas non è bella. Non ci sono i boulevard eleganti, i palazzi storici e nemmeno le luci perfette per Instagram. C’è edilizia popolare, ci sono i condomini-alveare e strade che raccontano decenni di immigrazione interna. Di precarietà e resistenza. Eppure è uno di quei luoghi che possiedono un’anima immediatamente riconoscibile.
Entità autonoma per secoli, nel 1950 Vallecas è ufficialmente annessa a Madrid. A partire dagli anni Sessanta e Settanta, il quartiere cambia rapidamente. Arrivano ondate di lavoratori da Andalusia, Extremadura e Castilla rurale. Vallecas diventa un enorme contenitore operaio, dove la dittatura franchista prova a relegare il disagio sociale della capitale.
La squadra assorbe l’identità del quartiere. Se ne fa bandiera e cuore pulsante. Racconta le sue storie. Come ci ricorda Quique Peinado, giornalista e scrittore che Vallecas l’ha raccontata da dentro, “Il Rayo non è una squadra di calcio. È il quartiere che gioca a calcio”.

La scritta bianca su sfondo rosso campeggia sul muro di cinta dello stadio. Proprio alle spalle di una delle porte. Il destino in una parola.
Fondato nel 1924, il Rayo Vallecano non ha la bacheca straripante del Real, né la mistica sofferta dell’Atlético. È semplicemente la terza squadra della capitale, storicamente in altalena tra Segunda Division e sprazzi di luce in Liga. Ecco quindi che il suo orgoglio più sincero non è un trofeo, ma il soprannome guadagnato negli anni ’70: Matagigantes. Quella capacità quasi mitologica di abbattere i titani del calcio spagnolo. Un’identità fondata più sulla resistenza che sulla vittoria.
La finale di Conference è, ad oggi, il punto più alto mai raggiunto dal Rayo nei suoi 102 anni di storia. Un cammino senza allori, ma con singoli momenti che, nell’immaginario rayista, valgono come vittorie rivoluzionarie. La prima promozione in Liga nel 1977, la prima vittoria col Real al Bernabéu nel ‘96 o la cavalcata europea in Coppa Uefa nel 2000-01, quando l’avventura si ferma ai quarti di finale, dopo aver eliminato Lokomotiv Mosca e Bordeaux.
Il resto sono salvezze improbabili, fallimenti economici e rinascite continue. Una di quelle storie piccole, sbagliate, eppure tremendamente umane. Come quella di Wilfred Agbonavbare. Portiere nigeriano arrivato a Vallecas nel 1990, quando il Rayo è in Segunda División. Istintivo e spettacolare, coraggioso fino all’incoscienza, “Willy” conquista immediatamente il pubblico. Contribuisce alla promozione in Primera e diventa uno dei simboli della squadra.

Poi la carriera finisce, la luce dei riflettori si allontana e di Wilfred si perdono le tracce. Certe storie sembrano fatte apposta per restare ai margini, finché il mondo non si dimentica di te. Anni dopo si scopre che Willy vive ancora a Madrid, lavora come facchino all’aeroporto di Barajas. Ha il cancro e le sue condizioni economiche sono disperate. La moglie è morta, i figli sono rimasti in Nigeria.
Nello stesso periodo un’altra storia attraversa il quartiere. Quella di Carmen Martínez, tifosa 85enne sfrattata dalla casa in cui viveva da cinquant’anni. Il Rayo, i giocatori, i tifosi raccolgono soldi per aiutarla. Ci riescono, ma quando Carmen scopre la situazione di Wilfred decide di donare parte di quel denaro ai suoi figli, affinché possano raggiungere il padre prima della morte.
Non faranno in tempo. Wilfred muore il 27 gennaio 2015. A Vallecas, però, il suo volto è ancora dipinto sui muri. “Eterno Willy”, recita il murale fuori dallo stadio. Perché da queste parti non conta vincere. Conta appartenere.
Visceralmente legato alle radici e all’anima del suo quartiere, il Rayo non si è mai identificato col potere. Rappresenta, al contrario, chi quello stesso potere decide di non subirlo passivamente. Chi non resta in silenzio e si organizza. Combatte, dentro e fuori dal campo. Come i suoi tifosi.
I Bukaneros nascono ufficialmente nel 1992. Antifascisti, antirazzisti e anticapitalisti. Un gruppo di ragazzi che, dalla gradinata, diventa uno dei gruppi ultras più riconoscibili di Spagna. Profondamente connessi allo spirito di Vallecas. Bandiere che raccontano più il quartiere che la squadra.
Molto più di un semplice gruppo ultras, i Bukaneros negli anni hanno organizzato manifestazioni contro gli sfratti, sostenuto campagne per i migranti, appoggiato lotte femministe e movimenti sociali. Animano bar, botteghe e sono il vero e proprio tessuto connettivo di un angolo di Madrid che, senza alcune di queste iniziative, correrebbe il rischio di trasformarsi in uno dei tanti non-luoghi delle metropoli odierne.

La loro capacità di rimanere coerenti è spesso andata anche a discapito dei possibili risultati sul campo. Come quando nel 2017 il Rayo stava per tesserare Roman Zozulya, attaccante ucraino accusato di vicinanza ad ambienti neonazisti. La risposta dei Bukaneros e di tutta Vallecas è immediata. Contestazioni e pressione continua, finché non costringono il presidente a rinunciare al trasferimento.
Proprio quella col proprietario del club è la battaglia più importante che il tifo biancorosso sta combattendo in questi anni. Martin Presa è arrivato nel 2011, salva economicamente il club e sotto la sua gestione garantisce uno dei periodi sportivamente più stabili della storia del Rayo. Eppure gran parte della tifoseria non lo ha mai riconosciuto.
I Bukaneros accusano Presa di voler slegare il club dalla propria identità popolare. Contestano il suo rapporto ambiguo con le istituzioni madrilene, l’eccessiva commercializzazione dell’immagine del Rayo e il tentativo di usare le battaglie sociali del quartiere come operazione di marketing. E poi c’è la questione dello stadio.
Presa da anni ribadisce che solo un impianto più moderno e funzionale può garantire il futuro del club. Uno stadio, nella sua idea, da costruire fuori dalle porte di Vallecas. Inutile dire che i tifosi hanno alzato le barricate. Più il presidente si rifiuta di manutenere stadio e strutture di allenamento (con situazioni al limite del grottesco pure in questa stagione), più loro colorano le gradinate.
Lontani dalle pose puramente intellettuali e dalla patina glamour del St. Pauli, i Bukaneros sono testimoni vividi di un militanza che non è solo folklore, ma identità. Radicata nello spirito stesso del quartiere.
“Non è lo spazio in sé – dice Jenny Holzer, ma dare alla gente la possibilità di unirsi. Fare le cose insieme, unirci, questo ci definisce”. A Vallecas l’hanno capito e, per questo, il loro calcio gli appartiene davvero.

In questi giorni il quartiere è animato da mostre, visite guidate, momenti di incontro e celebrazioni aperte a tutti. Sono i Dìas del Rayismo e in strada ci trovate bambini, ultras, famiglie, immigrati e anziani.
Un modello diverso. Che non pretende di piacere, ma accoglie chiunque ne abbracci con sincerità gli ideali. Il Rayo Vallecano, il suo popolo e tutta Vallecas sono una contraddizione rumorosa e imperfetta nel panorama sempre più piatto del calcio contemporaneo. E ora sono pronti a raggiungere Lipsia per la loro prima finale continentale.
Una Repubblica pirata. Il faro di un’utopia possibile, come portare una nave al di là di una collina nel cuore della giungla. Una bandiera perennemente contro vento. Pequeño en lo deportivo, grande en sus valores. Que viva el Rayo de la clase obrera!
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