Sabato scorso i Delta V sono arrivati all’Auditorium Fonato di Thiene, in centro al paese, dentro uno spazio che sembrava pensato più per l’ascolto che per il movimento. Qualche stucco a incorniciare il palco, poltroncine rosse, pubblico seduto, suono pulito. Tutto comodo, raccolto, forse perfino troppo per una band che, anche quando rallenta e si fa più narrativa, conserva una tensione ritmica, elettronica, urbana. A tratti veniva voglia di alzarsi.

Questo dualismo ha reso l’esperienza insolita e interessante. Il teatro favoriva l’ascolto, permetteva di seguire le parole e le trame sonore, ma la musica dei Delta V continuava a chiedere anche una risposta fisica del corpo. Il tour di In Fatti Ostili nasce per i club, e lo stesso Carlo Bertotti ce lo confermerà più tardi. In teatro cambia la postura dell’ascolto, ma non si perde l’energia.

La scaletta permette di gustare bene l’ultimo lavoro e accoglie diversi brani da Heimat, a confermare la stretta relazione tra i due album. Non mancano però i brani del primo periodo, anche perché i Delta V attraversano ormai trent’anni di storia e continuano a portarsi dietro un’identità riconoscibile, fatta di elettronica, forma canzone, gusto cinematografico e voci femminili capaci di ridefinire ogni stagione.

Sul palco l’atmosfera appare distesa. Bertotti ci racconterà che la qualità dell’audio sul palco era molto buona, e questo ha sciolto le tensioni. C’è spazio per qualche aneddoto sulle registrazioni e sulla vita del gruppo, e per presentare i due musicisti che da anni accompagnano la band dal vivo: Nicola Manzan, tra chitarra e violino, e Simone Filippi alla batteria. Marti, al centro, partecipa con la voce, l’espressione, il movimento. Accompagna senza bisogno di spingere, e questa è una qualità. Il set dei Delta V oggi è adulto: l’integrazione tra parole e musica richiede coinvolgimento emotivo, non enfasi.

A fine concerto, ogni distanza teatrale si scioglie nel foyer. I musicisti escono a incontrare il pubblico, firmare dischi, scambiare qualche parola, fare fotografie. E noi parliamo con Carlo Bertotti, fondatore dei Delta V insieme a Flavio Ferri, partendo da una considerazione semplice: non è scontato che una band con una storia così lunga senta il bisogno di pubblicare materiale nuovo. Non solo tornare, non solo celebrare, ma dire qualcosa adesso.

Foto di Alessandro Morandi

Una band con la vostra storia potrebbe vivere tranquillamente del proprio repertorio. Invece avete pubblicato un disco nuovo, con una scrittura molto presente. Che cosa significa oggi, per i Delta V, fare nuovo materiale?

«Voglio far capire che quello che pubblichiamo oggi non è forma, è sostanza. Heimat e In Fatti Ostili si parlano. La scrittura del nuovo disco è iniziata già durante la lavorazione di Heimat, sette anni fa, ed è poi proseguita negli anni del Covid. Non è un lavoro nato per aggiungere semplicemente qualcosa al catalogo. È un disco che arriva da un’esigenza reale».

In Fatti Ostili, uscito nel 2025. È un disco che prova a leggere un clima: la paura del diverso, la chiusura, la diffidenza, la sensazione che il presente sia diventato più duro e meno disponibile all’ascolto. Ma lo fa restando dentro una forma accessibile, volutamente accogliente.

Nel disco le parole hanno un peso evidente. Quanto è cambiato il vostro modo di scrivere rispetto alla prima fase dei Delta V?

«Da Heimat in poi si è aperta una seconda fase. Nei primi anni eravamo più concentrati sul suono. Ora il testo ha preso più spazio. Per descrivere il presente servono parole, quindi la metrica deve adattarsi al contenuto. In questo disco ci sono più parole, più immagini. Volevamo fare un lavoro accessibile, non troppo sperimentale, perché ci interessava essere compresi».

La scrittura resta principalmente di Bertotti, ma non è un gesto isolato. Marti rivede i pezzi, li lima, li accorcia, li porta verso la propria voce. Con Flavio Ferri, invece, il rapporto arriva da lontano, dai tempi della scuola. I contenuti nascono dentro un clima comune, da opinioni condivise, dal vissuto del gruppo.

Foto di Giuseppe Noventa

Marti sembra molto adatta a questa nuova definizione del suono: meno enfatica, più narrativa, a tratti quasi recitata. Quanto ha inciso sulla forma attuale dei Delta V?

«Radicalmente. Marti non era prevista. Ci stava aiutando a cercare una voce per Heimat, registrando alcuni provini. Ma è piaciuta a tutti e non l’abbiamo più lasciata andare. È perfetta per questo suono e per questi testi. Avevo bisogno di dilatare lo spazio per le parole, senza perdere cinematicità. Lei riesce a stare dentro questa cosa. I Delta V, oggi, suonano così: ibridi, elettronici ma suonati, con due anime che convivono nella stessa materia».

I Delta V nascono artisticamente negli anni Novanta, un periodo in cui la musica sembrava avere ancora un ruolo sociale molto forte. Che rapporto ha oggi con quel decennio?

«Gli anni Novanta, dal punto di vista artistico, sono stati facili e ricchi di possibilità. Venivamo dagli anni Ottanta, con tutta la varietà che avevano portato. I Novanta l’hanno ereditata e in parte semplificata. Le etichette discografiche erano ricettive, disposte ad accogliere le novità. E quell’attenzione diventava poi attenzione delle persone, perché gli stimoli venivano trasmessi e divulgati. Attualmente il sistema è molto più uniforme. Le radio sembrano spesso trasmettere tutte la stessa cosa, con poche eccezioni. L’ascolto è frammentato, spesso di sottofondo. Non perché un tempo non esistesse musica mediocre: quella c’è sempre stata. Il punto è che oggi le cose innovative esistono ancora, ma si scoprono soprattutto per passaparola. Non vengono più diffuse dai grandi canali. È cambiato il ruolo sociale della musica».

Milano entra spesso nel vostro immaginario. Nel nuovo disco sembra essere più di uno scenario. È così?

«Milano per me è un luogo della mente più che un luogo geografico. Vivo a Chinatown, dove in momenti diversi hanno vissuto anche altri del gruppo. È un quartiere vivace, stimolante, vicino a tutto. Milano è la città dell’aspirazione, ma anche dei rifiuti e dei contrasti forti».

Dentro questa geografia personale riaffiora anche una memoria politica. Bertotti è figlio di un partigiano ed è cresciuto in un ambiente fortemente antifascista. Non lo racconta come un’etichetta, ma come qualcosa che resta sotto la pelle. Ricorda gli anni Settanta, quando perfino il modo di vestirsi poteva collocarti da una parte o dall’altra. Oggi quei temi tornano perché il presente li richiama. Il discorso, però, non si chiude in una contrapposizione semplice: c’è anche la consapevolezza che ogni ambiente culturale può diventare chiuso, impermeabile, incapace di accogliere ciò che non gli somiglia.

Il tour era pensato per i club. Che effetto vi ha fatto suonare in un auditorium, con il pubblico seduto?

«Era strano, perché il concerto era stato pensato per i club. Forse, se avessimo ragionato fin dall’inizio su un teatro, avremmo fatto arrangiamenti diversi. Però ci siamo adattati. Si sentiva bene, e quando si sente bene ci si rilassa. Alla fine ci siamo divertiti molto».

Forse è proprio questo spostamento a raccontare bene i Delta V di oggi. Una band nata dentro l’immaginario elettronico degli anni Novanta, che ora possiamo trovare anche in un teatro, ma capace di far venire voglia di muoversi. Non la replica di ciò che è stato, non un ritorno di maniera. Piuttosto una forma nuova, riconoscibile e adulta, che prova a stare dentro un presente più ostile senza rinunciare alla possibilità di essere compresa.

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