“La Fabbrica di Plastica”: 30 anni fa il disco cult di Gianluca Grignani
Nel maggio del 1996 uscì il disco che, dopo il grande successo di "Destinazione Paradiso", ha segnato una svolta radicale dell'artista milanese.

Nel maggio del 1996 uscì il disco che, dopo il grande successo di "Destinazione Paradiso", ha segnato una svolta radicale dell'artista milanese.

L’album “La Fabbrica di Plastica” di Gianluca Grignani celebra oggi 30 anni. Un album cult nel panorama della musica italiana, caratterizzato da un rock crudo, a tratti acido e grunge, con suggestive sfumature psichedeliche. Un disco sicuramente poco compreso all’epoca, poco italiano, soprattutto rispetto agli standard degli anni Novanta.
Facciamo un passo indietro: Gianluca Grignani arriva da un biennio di grande successo, tra il 1994 e il 1995. Nel 1994 pubblica “La mia storia tra le dita” e l’anno seguente, a Sanremo, si presenta con “Destinazione Paradiso”. Brani che sono diventati autentici classici della musica italiana. L’album ha venduto nel corso degli anni oltre due milioni di copie in tutto il mondo, metà delle quali solo nel giro di poco più di un anno, un trionfo straordinario.
A Gianluca Grignani però il ruolo del cantante bello e maledetto, l’immagine del ragazzo precotto tipica di quegli anni, sta troppo stretto. Allo stesso modo, le sue canzoni dalle sonorità troppo pop risultano limitanti e non riescono a esprimere appieno la sua energia caratteriale e musicale.
Decide così di dare una svolta immediata alla sua carriera, cercando di liberarsi dall’etichetta di cantante per ragazzine e puntando dritto al nuovo album “La Fabbrica di plastica”. Agisce seguendo il proprio istinto e finisce per litigare con il produttore Massimo Luca, che aveva contribuito al successo del primo disco.
Esce un album rock, caratterizzato da sonorità acide che richiamano il grunge. Un lavoro che sorprende critica, fan e pubblico. Il produttore storico non lo supporta in questo progetto e la sua casa discografica, la Polygram, non è pronta a promuovere adeguatamente un disco così diverso. La virata decisa di Grignani lascia davvero tutti senza parole.
Il nuovo lavoro di Grignani non viene accolto immediatamente: la critica lo snobba, vedendolo come un gesto di presunzione da parte del giovane artista. Le vendite risultano deludenti e le apparizioni televisive e le rotazioni radiofoniche sono sporadiche. I brani vengono giudicati poco orecchiabili e inadatti a un pubblico mainstream. Passeranno anni, quasi due decenni, prima che la critica e poi il pubblico riconoscano la straordinaria qualità musicale dell’intero album.

Un album unico fin dalla sua veste grafica. Grignani decide di puntare esclusivamente sulla musica, abbandonando l’immagine del bel ragazzo. Il suo volto scompare dalla copertina, dominata da un giallo intenso attraversato da striature di fumo che richiamano la plastica in fiamme. La Fabbrica rappresenta l’industria musicale, mentre la plastica simboleggia i suoi prodotti “confezionati”, come li definisce lo stesso cantautore in una traccia dell’album.
All’interno un libretto contenente solo i testi delle canzoni, scritti a mano. Seguono i ringraziamenti, ma anche qui nessuna foto: l’attenzione è tutta sulla musica. Il disco sarà arrangiato dallo stesso cantautore insieme a Greg Walsh, polistrumentista britannico di grande esperienza. Alcuni brani verranno registrati presso gli Abbey Road Studios di Londra. Negli stessi studi hanno lavorato leggende come i Beatles, gli U2, i Coldplay e i Radiohead. I Pink Floyd registrarono qui l’album Wish You Were Here.
L’album si apre con il brano che dà il titolo all’intero progetto, presentato come primo singolo, “La fabbrica di plastica”. Una scelta decisamente voluta, con un’introduzione di chitarre elettriche dal sound graffiante e una prima strofa che sembra voler spiegare il senso della svolta musicale:
“Io vengo dalla fabbrica di plastica dove mi hanno ben confezionato ma non sono esattamente uscito un prodotto ben plastificato”
Gianluca Grignani
Il secondo brano, caratterizzato da chitarre potenti e sonorità aggressive e incalzanti, si intitola Più famoso di Gesù. Un titolo provocatorio e suggestivo che richiama una celebre dichiarazione di John Lennon. L’album prosegue con Solo Cielo, un inno alla laicità senza compromessi dell’artista, dove il basso domina con tutta la sua potenza. Seguono “Testa sulla Luna” con chitarre a profusione, la semplice ma intensa “Fanny”, fino a giungere a “L’allucinazione”, secondo singolo dell’album. Una canzone riproposta in un memorabile live insieme a Carmen Consoli.

Il settimo brano è “La vetrina del negozio di giocattoli”, un pezzo che si chiude con distorsioni psichedeliche, mettendo in risalto la maestria musicale dell’album e di Grignani stesso come artista. “Galassia di Melassa” è l’unica ballata dell’intero disco. Una canzone che sembra richiamare le sonorità del primo album, ma è solo un’illusione. Infatti, il brano seguente è “Rokstar”, ritmico, veloce, ricco di chitarre elettriche e con un testo che ironizza sul cantante al quale “tutto è concesso”. Anche qui Grignani arriva deciso con la frase finale della canzone:
“Ma tu, parli bene lo sai tu, lì dal tuo successo, sai qual è il successo, esser figlio di se stesso”
Gianluca Grignani
Una frase che ribadisce la scelta consapevole del cantautore milanese di affrancarsi dagli stereotipi, dalle regole del mercato e dal successo facile. L’ultima canzone è un brano originale, suonato solo con la chitarra acustica e accompagnato da suoni ambientali di sottofondo.
Un pezzo in cui l’autore si confronta intimamente con sé stesso, anticipando l’impatto che questa sua decisione coraggiosa avrà sulla sua carriera. Una carriera che sembrava destinata a un successo inarrestabile, ma che invece, a causa di scelte controcorrente, si è ridimensionata in termini di vendite, senza però perdere valore qualitativo. Il titolo del brano è “Il mio peggior nemico”, ovvero sé stesso.
A questo punto Grignani ci regala una vera chicca finale. Le canzoni sembrano concluse, il disco continua a girare nel silenzio, accompagnato da un lieve fruscio che dura circa sei minuti. Poi, all’improvviso, un potente stacco di chitarra dà il via all’ultimo vero brano. Una traccia nascosta, non presente nella lista ufficiale, una ghost track intitolata “Qualcosa nell’atmosfera”.
La Fabbrica di Plastica, con le sue canzoni intense, il rock graffiante, le chitarre vibranti, i suoni ricercati, talvolta oscuri, spesso potenti, e i testi a tratti poetici, è considerato uno degli album più belli, cult e raffinati della musica italiana.

Un album in cui Grignani ha portato un tocco di Inghilterra musicale in Italia. Un’Italia non ancora pronta a certe sonorità, soprattutto se interpretate in italiano da un artista italiano. Se questo album fosse stato pubblicato dai Radiohead o dai Red Hot Chili Peppers, probabilmente avrebbe riscosso un enorme successo.
Tuttavia, il pubblico e la critica italiani non erano preparati, e forse nemmeno Grignani era pronto a farsi comprendere appieno come avrebbe desiderato. Un artista completo, alla ricerca della propria strada nel mondo della musica, senza mai scendere a compromessi.
L’album “La fabbrica di plastica” in questi trent’anni se n’è andato in giro tra le gambe del diavolo della musica italiana ma possiamo dire che oggi, finalmente, è stato compreso e gli è stata riconosciuta la sua caratura artistica. Forse l’unico a rimanere davvero non compreso in tutti questi anni, rimane solo il suo autore.
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