La nomina di Lorenzo Balbi alla guida dei Musei Civici di Verona non appare come un semplice avvicendamento amministrativo, ma come un tassello che potrebbe modificare il baricentro culturale della città. Mentre Verona discute sempre più apertamente del progetto del “Grande Castelvecchio” e della possibilità di restituire unità al complesso museale, Palazzo Barbieri sceglie, infatti, un direttore la cui esperienza è profondamente legata all’arte contemporanea, ai nuovi linguaggi e a una concezione del museo inteso non soltanto come luogo di conservazione, ma come spazio di produzione culturale e partecipazione pubblica.

Un segnale preciso

Da mesi il tema del “Grande Castelvecchio” è tornato al centro del confronto cittadino. L’incontro di qualche settimana fa organizzato ai Magazzini Generali, promosso dalla Civica Alleanza per Castelvecchio, ha riacceso una discussione rimasta per anni sospesa, tra suggestioni culturali e prudenza politica. L’idea è nota: recuperare oltre duemila metri quadrati oggi occupati dal Circolo Ufficiali per restituire al museo una dimensione finalmente organica e contemporanea.

Dentro le mura progettate da Carlo Scarpa convivono, infatti, due anime che da tempo sembrano entrare in attrito. Da una parte il capolavoro museografico scarpiano, considerato uno degli interventi più importanti del Novecento europeo. Dall’altra, le difficoltà concrete di un sistema che oggi soffre limiti evidenti: spazi insufficienti, servizi ridotti, percorsi compressi e una frammentazione funzionale che rende il museo meno competitivo rispetto ai grandi standard internazionali.

Ma il nodo non riguarda soltanto gli spazi. Riguarda anche le persone che quei musei li tengono in piedi ogni giorno. Negli ultimi anni il tema del personale è diventato sempre più centrale nel dibattito interno ai Musei Civici. Carenze d’organico, difficoltà organizzative, necessità di nuove competenze e la crescente complessità della gestione culturale hanno mostrato la fragilità di una struttura chiamata a governare un patrimonio enorme con risorse spesso limitate. Dietro le sale affollate di visitatori esiste, infatti, un sistema composto da conservatori, tecnici, educatori, amministrativi, custodi e operatori culturali che rappresentano la vera infrastruttura invisibile del museo.

Uno sguardo diverso

Non è un caso che Balbi, nelle sue prime dichiarazioni, abbia insistito proprio su questo punto, definendo il personale dei musei veronesi una “risorsa essenziale” e parlando apertamente di lavoro collettivo, ascolto e collaborazione. Parole che acquistano ancora più peso se lette alla luce del suo percorso professionale.

Torinese, classe 1982, critico d’arte e curatore, Balbi arriva a Verona dopo quasi un decennio alla guida del MAMbo e dell’area Arte Moderna e Contemporanea dei Musei Civici di Bologna. Dal 2022 è presidente di AMACI e il suo curriculum attraversa soprattutto il mondo dell’arte contemporanea: grandi mostre internazionali, progetti interdisciplinari, residenze artistiche, collaborazioni con istituzioni europee e percorsi di produzione culturale innovativa.

Ed è qui che la scelta del Comune assume un significato interessante. Perché Verona, storicamente, non ha mai avuto una tradizione particolarmente forte sul contemporaneo. La città ha costruito la propria identità culturale soprattutto attorno al patrimonio storico: l’eredità romana, il Medioevo scaligero, la pittura antica, l’architettura storica. Il contemporaneo è rimasto quasi sempre laterale, intermittente, incapace di consolidarsi davvero dentro il sistema culturale cittadino.

Lorenzo Balbi

L’arrivo di Balbi potrebbe dunque indicare una volontà precisa: spingere Verona ad aprirsi maggiormente a quel mondo. Il che non significa certo trasformare i musei civici in spazi esclusivamente dedicati all’arte contemporanea, né mettere in discussione la centralità del patrimonio storico. Significa, però, introdurre uno sguardo diverso sul ruolo stesso dell’istituzione museale. Un museo che non si limita a custodire il passato, ma che prova anche a dialogare con il presente.

Il punto, però, è che ogni scelta culturale comporta inevitabilmente anche una scelta economica e politica. E qui il dibattito si fa più delicato. La sensazione è che Verona, almeno nel breve periodo, stia decidendo di concentrare energie, risorse economiche e capitale politico proprio sul contemporaneo. Una direzione che potrebbe entrare in tensione con il progetto del “Grande Castelvecchio”, operazione enorme non soltanto dal punto di vista simbolico, ma anche e soprattutto finanziario. Recuperare il Circolo Ufficiali significherebbe investire decine di milioni di euro, affrontare restauri complessi, ridefinire funzioni e sostenere per anni un cantiere culturale gigantesco. E la coperta, inevitabilmente, resta corta.

Da qui nasce una domanda: Verona può davvero permettersi contemporaneamente un grande investimento sul contemporaneo e il rilancio monumentale di Castelvecchio?

Molti osservatori leggono nella nomina di Balbi un indizio abbastanza chiaro. L’idea sarebbe quella di rafforzare progressivamente il comparto contemporaneo cittadino, anche attraverso nuovi spazi espositivi e progettualità ancora in fase embrionale, legate ad alcune realtà private e fondazioni culturali del territorio. Sullo sfondo viene evocata sempre più spesso anche una possibile evoluzione futura verso una struttura autonoma dedicata specificamente al contemporaneo, magari sostenuta da partnership pubblico-private e da soggetti come Fondazione Cariverona.

D’altronde il profilo stesso di Balbi sembra difficile da leggere senza immaginare una forte spinta in quella direzione. Lasciare una realtà dinamica e consolidata come Bologna per entrare nella macchina complessa dei musei veronesi avrebbe poco senso senza la prospettiva di un progetto culturale ampio, capace di incidere realmente sull’identità futura della città. Ed è qui che il “Grande Castelvecchio” rischia di diventare il convitato di pietra della discussione.

Perché se davvero Verona decidesse di investire prioritariamente sul contemporaneo, inevitabilmente altri settori potrebbero finire in secondo piano. Archeologia, arte medievale, arte moderna e lo stesso ampliamento di Castelvecchio rischierebbero di subire rallentamenti non tanto nelle dichiarazioni pubbliche, quanto nei fatti concreti: tempi, finanziamenti, personale, capacità progettuale.

Una ridefinizione culturale della città

Anche perché un grande sistema museale non si costruisce soltanto attorno a un direttore prestigioso. Servono squadre, competenze diffuse, tecnici, curatori, educatori, restauratori, amministrativi. Serve, in sostanza, un esercito culturale stabile. E oggi Verona si trova davanti a una domanda che molte città italiane conoscono bene: su cosa vale la pena concentrare davvero le proprie energie nei prossimi dieci anni?

In questo senso, la nomina di Balbi sembra indicare almeno una direzione per il prossimo triennio: fare del contemporaneo il terreno principale su cui tentare una ridefinizione culturale della città. Resta da capire se sarà una scelta capace di allargare davvero l’identità culturale veronese oppure se finirà per indebolire proprio quegli attrattori storici che, fino a oggi, hanno costituito la forza principale del sistema museale cittadino.

Paradossalmente, però, proprio Carlo Scarpa dimostra quanto il contemporaneo possa convivere con la storia senza distruggerla. Quando intervenne a Castelvecchio, il suo progetto fu considerato radicale, modernissimo, persino divisivo. Oggi è diventato esso stesso patrimonio.

La vera partita, allora, sarà capire se Verona possieda davvero le risorse economiche, politiche e umane per evitare che una visione culturale finisca inevitabilmente per cannibalizzare l’altra.

Una veduta di Castelvecchio, foto da Unsplash di Raimond Klavins.

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