La tragedia greca incontra una delle pagine più dolorose della storia italiana recente. Succede in “Lea e le Eumenidi, donne contro la vendetta del sangue”, spettacolo teatrale scritto da Anna Rapisarda e diretto da Enzo Rapisarda, in programma mercoledì 20 maggio alle 20.45 nell’Aula Magna del Polo Zanotto dell’Università degli Studi di Verona. L’ingresso è gratuito. L’iniziativa, organizzata con il contributo di Confprofessioni, sarà dedicata al ricordo di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dalla ’ndrangheta nel 2009, e alla riflessione sul contrasto alle mafie. Il testo prende ispirazione dalle “Eumenidi” di Eschilo, trasformando il teatro classico in una lente contemporanea attraverso cui osservare la violenza mafiosa, il peso delle faide familiari e il ruolo decisivo delle istituzioni democratiche.

Sul palco, accanto ad Anna Rapisarda nei panni di Lea Garofalo, ci saranno lo stesso Enzo Rapisarda nel ruolo di Mammasantissima, Rita Vivaldi come Atena e Mario Cuccaro nei panni di Carlo Cosco. I costumi sono firmati dal giovane stilista veneto Thomas Dal Dosso, mentre le illustrazioni scenografiche portano la firma dell’artista Leonardo Stanzial. La prefazione al testo teatrale è stata curata dal prefetto di Verona Demetrio Martino, che definisce lo spettacolo “uno spazio di giustizia ritrovata e di nuova speranza“.

L’opera intreccia il mito di Oreste perseguitato dalle Erinni con la vicenda reale di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, costretta a testimoniare contro il padre e la propria famiglia per ottenere giustizia. Un racconto che attraversa il confine tra teatro civile e tragedia antica, riportando al centro una domanda che, dopo venticinque secoli, resta ancora attuale: cosa distingue la vendetta dalla giustizia? Ne abbiamo parlato con Anna Rapisarda, autrice e interprete dello spettacolo.

“Lea e le Eumenidi” nasce dall’incontro tra cronaca e tragedia greca. Quando ha capito che la storia di Lea Garofalo poteva dialogare con Eschilo?

Anna Rapisarda

«È stata quasi un’associazione immediata. Nel momento in cui ho approfondito la vicenda di Lea Garofalo, mi sono resa conto che dentro quella storia c’erano già tutti gli elementi della tragedia classica: il sangue, la famiglia, la persecuzione, il destino, il conflitto tra legge privata e giustizia pubblica. Le “Eumenidi” raccontano proprio il momento in cui una società decide di interrompere la catena infinita della vendetta. E la vicenda di Lea e Denise Cosco parla esattamente di questo. Denise rompe un meccanismo ancestrale: sceglie la giustizia contro il vincolo familiare. In questo senso è quasi un personaggio tragico contemporaneo».

Quindi non avete “adattato” Eschilo, ma usato il suo immaginario per leggere il presente.

«Esatto. Io non volevo fare una semplice riscrittura moderna delle “Eumenidi”. Anche perché la tragedia greca era un’esperienza totale, fatta di musica, danza, coralità, elementi che oggi non possiamo davvero ricostruire. Quello che mi interessava era entrare in dialogo con quel messaggio. E il fatto incredibile è che, dopo duemilacinquecento anni, continui a parlarci in maniera lucidissima. Evidentemente alcune dinamiche umane non sono cambiate così tanto».

Nel testo emerge molto chiaramente il tema della vendetta come sistema culturale prima ancora che criminale.

«Sì, ed è forse la cosa più inquietante. La mafia non è soltanto un’organizzazione criminale. È una mentalità. È un modo di concepire i rapporti umani, il potere, il controllo, persino la famiglia. Per questo io penso che il teatro, l’arte, la cultura abbiano ancora un ruolo importantissimo: perché possono lavorare su quell’aspetto profondo, quasi invisibile. La repressione giudiziaria è fondamentale, ma da sola non basta se non si cambia anche l’immaginario culturale».

Nello spettacolo c’è anche una riflessione molto forte sulla figura femminile. Lea Garofalo viene raccontata quasi come una figura “eretica” rispetto al mondo in cui viveva.

«Sì, perché il suo gesto è stato radicale. Non soltanto ha denunciato la ’ndrangheta, ma ha rifiutato il ruolo che quel sistema aveva previsto per lei. E questo è stato percepito come un tradimento imperdonabile. Per questo secondo me la sua storia si colloca anche dentro il tema del femminicidio. Alla base c’è la stessa idea di possesso, la stessa incapacità di accettare la libertà di una donna. E credo che questo renda la sua vicenda ancora più universale».

Nel suo racconto sembra esserci sempre una linea sottile tra dimensione civile e dimensione emotiva. Come si evita che il teatro sociale diventi didascalico?

«È una domanda che mi pongo continuamente. Per me il rischio più grande è usare il teatro come una specie di megafono ideologico. Quando succede, il pubblico si allontana. Soprattutto i ragazzi percepiscono immediatamente quando qualcuno sta cercando di “insegnare” qualcosa. Io credo invece che il teatro debba creare esperienza, non impartire lezioni. Se uno spettatore si emoziona davvero, allora la riflessione nasce spontaneamente. È un processo molto più autentico».

Da questo punto di vista il teatro riesce forse ad arrivare dove il linguaggio pubblico tradizionale fatica ad arrivare.

«Secondo me sì. Oggi siamo sommersi da informazioni continue, da immagini, da dichiarazioni, da contenuti velocissimi. Ma tutto questo spesso produce assuefazione. Il teatro invece ha ancora una forza fisica, concreta. Sei lì, nello stesso spazio degli attori, condividi un tempo e un respiro. È una forma di attenzione che ormai è diventata quasi rara. E forse proprio per questo riesce ancora a incidere».

A proposito di attenzione. Anche il mondo culturale sembra però vivere una crisi profonda di ascolto e concentrazione.

«Sì, assolutamente. Lo vediamo tutti. Oggi tutto sembra dover essere immediato, breve, consumabile in pochi secondi. Vale per i social, per l’informazione, per la televisione. E inevitabilmente questa trasformazione cambia anche il modo in cui le persone si rapportano al teatro o alla letteratura. Però io credo che non si possa rispondere abbassando continuamente il livello o semplificando tutto. Bisogna trovare forme nuove per coinvolgere, ma senza rinunciare alla complessità».

Anche perché la tragedia greca, da questo punto di vista, è l’opposto della semplificazione.

«Esatto. Le tragedie greche non consolano mai davvero. Non ti danno una soluzione facile. Ti mettono davanti alle contraddizioni dell’essere umano. E forse è proprio questo che continua a renderle vive. Noi siamo abituati a narrazioni molto nette, molto polarizzate, mentre nella tragedia classica convivono sempre più livelli. Anche il concetto stesso di colpa è ambiguo, stratificato».

Rita Vivaldi

Nel suo lavoro c’è stata una lunga fase di documentazione sulla vicenda Garofalo. Che tipo di materiale ha consultato?

«Praticamente tutto quello che riuscivo a trovare. Interviste, atti processuali, articoli, libri, testimonianze, documentari. Ho cercato di ricostruire non soltanto i fatti, ma anche il clima umano attorno a quella vicenda. E poi mi interessava molto capire il punto di vista di Denise Cosco, perché è una figura di una forza incredibile. Una ragazza giovanissima che decide di rompere completamente con il proprio mondo per dare giustizia alla madre».

C’è stato un momento in cui ha percepito il peso emotivo di questo materiale?

«Sì, più volte. Perché a un certo punto smetti di leggere semplicemente una storia criminale e inizi a vedere le persone. E lì cambia tutto. Diventa impossibile restare freddi. Anche per questo sentivo la responsabilità di evitare ogni forma di spettacolarizzazione del dolore».

In questo senso quali sono state le scelte del regista Enzo Rapisarda?

«Mio padre ha scelto una regia molto rispettosa della parola e del ritmo emotivo del testo. Non voleva sovraccaricare lo spettacolo. Si è lavorato molto sulle luci, sulle atmosfere, sui silenzi. E poi c’è stata grande attenzione anche alla parte estetica, ai costumi, alle scenografie. A volte nel teatro civile si pensa che la cura visiva sia secondaria, quasi superflua. Noi invece volevamo che anche l’impatto estetico contribuisse a creare un’esperienza immersiva».

Anche la scelta di coinvolgere giovani artisti veneti sembra significativa.

«Sì, ci tenevamo molto. Thomas Dal Dosso e Leonardo Stanzial (autore dell’immagine della locandina, ispirata alla statua di Atena Promachos che si trova a Reggio Calabria, ndr) sono due artisti giovanissimi e molto talentuosi. Ci piaceva l’idea che questo progetto diventasse anche uno spazio di collaborazione tra linguaggi diversi e tra generazioni diverse. Il teatro, secondo me, funziona anche così: quando riesce a diventare un luogo di incontro».

Nel testo della prefazione il prefetto Demetrio Martino parla di “riscatto”. È una parola che sente vicina?

«Molto. Credo che chi viene da territori segnati dalla presenza mafiosa si porti dentro questa esigenza di riscatto quasi inevitabilmente. Anche perché la mafia soffoca non solo l’economia o la politica, ma persino l’immaginazione delle persone. Ti abitua all’idea che certe cose siano inevitabili. E invece il teatro, la cultura, l’arte servono anche a questo: a immaginare un’alternativa».

Nel vostro lavoro emerge anche una riflessione più ampia sullo stato della cultura oggi. Che impressione avete del momento che sta vivendo il teatro?

«È un momento complicato, inutile negarlo. E non riguarda solo il teatro. Credo sia cambiato profondamente il modo in cui le persone consumano contenuti culturali. Tutto oggi sembra dover essere immediato, rapido, facilmente digeribile. Vale per l’informazione, per i social, per la televisione. Anche i giornali, giustamente per sopravvivere, spesso riducono sempre di più gli spazi e le lunghezze degli articoli perché si pensa che il lettore non abbia più il tempo o la concentrazione per soffermarsi. È una trasformazione generale che inevitabilmente investe anche il teatro».

Eppure il teatro continua a chiedere esattamente il contrario: tempo, attenzione, presenza.

Enzo Rapisarda

«Sì, ed è quasi una forma di resistenza culturale. Il teatro ti obbliga a fermarti, ad ascoltare, a restare dentro un’emozione senza poterla “scrollare via” dopo pochi secondi. E penso che oggi questa cosa abbia ancora più valore. A volte ho l’impressione che gli algoritmi ci stiano abituando a ragionare sempre meno con la nostra testa e sempre più attraverso automatismi, bolle, contenuti suggeriti. Il teatro invece mantiene qualcosa di profondamente umano e irripetibile. È vivo, accade lì, davanti a te».

Da qui nasce forse anche la vostra idea di un teatro che non rinunci alla complessità.

«Sì, perché io credo che semplificare continuamente sia pericoloso. Non significa che il teatro debba diventare elitario o incomprensibile, però non può nemmeno inseguire per forza la logica della velocità. Anche per questo apprezzo molto chi continua a fare approfondimento culturale vero, chi scrive articoli lunghi, chi si prende il tempo di sviluppare un ragionamento. Oggi sembra quasi un gesto controcorrente».

Nel vostro caso c’è anche un’altra questione importante: quella delle condizioni materiali in cui si fa cultura.

«Sì, ed è un tema di cui si parla troppo poco. Quando la nostra compagnia era amatoriale, ovviamente tutto funzionava in modo diverso. Poi però nel momento in cui scegli di fare un percorso professionale, entrano in gioco costi enormi: personale, sicurezza sul lavoro, contratti, contributi. E io ci tengo molto a dirlo perché spesso nel mondo dello spettacolo dal vivo esiste ancora tantissimo lavoro nero. Noi però, parlando di legalità, non possiamo permetterci incoerenze. Se porti in scena spettacoli contro le mafie e contro la cultura dell’illegalità, devi essere il primo a rispettare le regole nel tuo lavoro quotidiano».

Una scelta etica che però rende tutto più difficile.

«Molto più difficile. Perché la legalità costa. La sicurezza costa. Pagare correttamente le persone costa. E quindi spesso non sei “competitivo” rispetto a chi organizza eventi spendendo pochissimo o risparmiando proprio sul lavoro. È una contraddizione enorme del nostro settore. Per questo ogni tanto quando incontri realtà, enti o persone che decidono davvero di sostenere un progetto culturale, quasi ti sembrano dei mecenati illuminati».

Lea e le Eumenidi” si inserisce dentro un percorso più ampio della vostra compagnia dedicato ai temi civili e sociali. State già lavorando ad altri spettacoli?

«Sì, noi da anni portiamo avanti un percorso legato al teatro civile e alla legalità. È una linea che attraversa molti dei nostri lavori. Ci interessa raccontare storie che abbiano una forza umana e sociale, ma sempre cercando di mantenerle dentro una dimensione autenticamente teatrale, senza trasformarle in conferenze o manifesti politici travestiti da spettacolo».

Quindi il vostro obiettivo non è “spiegare” un tema, ma costruire un’esperienza artistica attorno a quel tema.

Mario Cuccaro

«Esatto. È una differenza fondamentale. Io non voglio che il pubblico esca dicendo “mi hanno fatto la lezione”. Vorrei piuttosto che uscisse con una ferita aperta, con una domanda, con un’emozione che continua a lavorare anche dopo lo spettacolo. Perché secondo me è lì che il teatro riesce davvero a incidere».

E Verona come risponde a questo tipo di proposta culturale?

«Verona è una città particolare. Ha un pubblico molto attento, molto curioso, però allo stesso tempo non è semplice costruire percorsi culturali indipendenti e continuativi. Serve tantissima energia. Però devo dire che negli ultimi anni abbiamo incontrato anche molte persone disponibili ad ascoltare, a sostenere, a collaborare. E questo ti dà la forza di andare avanti».

C’è una battuta o un’immagine dello spettacolo che sente particolarmente sua?

«Più che una battuta, direi l’idea finale. Atena che invita gli spettatori a diventare loro stessi “Eumenidi”. Cioè custodi della giustizia e della convivenza civile. Mi piace perché rompe la distanza tra palco e pubblico. A quel punto non stai più semplicemente assistendo a una storia: sei chiamato in causa».

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