Bakary e Moussa: vittime dello stesso razzismo
Entrambi migranti, entrambi uccisi da un sistema e da una politica che rendono la vita dei migranti ancora più complicata e alimenta odio e discriminazione verso le persone di colore.

Entrambi migranti, entrambi uccisi da un sistema e da una politica che rendono la vita dei migranti ancora più complicata e alimenta odio e discriminazione verso le persone di colore.

La storia di ogni individuo è unica e personale. Ognuno ha il proprio cammino e le proprie esperienze, ma alcune vite condividono molteplici aspetti, soprattutto nel dolore e nella disperazione. La vicenda di Bakary Sako, l’uomo di 32 anni brutalmente ucciso pochi giorni fa da un gruppo di ragazzi razzisti a Taranto, non è così distante da quella di Moussa Diarra. Un filo invisibile lega le loro vite e le loro tragiche morti.
Tra di loro, uniti dallo stesso filo, si intreccia la storia di molte persone migranti che, come loro, hanno rischiato la vita nel deserto e in mare, per poi affrontare il razzismo istituzionale che si manifesta nelle città e nelle istituzioni di questo Paese.
I ragazzi che hanno ucciso Bakary Sako non sono nati razzisti, ma lo sono diventati. Sono diventati tali perché il razzismo è stato loro somministrato dalla politica e da certi media. Da quella politica che alimenta l’odio verso chi è diverso, soprattutto se africano o di pelle nera. Persone rappresentate unicamente come un problema.
Quella politica che oggi ha introdotto un termine sempre più diffuso, ma che molti di coloro che lo usano probabilmente ignorano nel suo vero significato. Quel termine è remigrazione e si riferisce a:
espulsione o deportazione di persone immigrate, inclusi i loro discendenti, verso i Paesi di origine etnica o geografica.
Una parola che rappresenta il fondamento del nuovo partito di Vannacci. Una parola che esprime la volontà politica di rimpatriare tutte le persone straniere o di origine straniera nei loro paesi d’origine. Questo senza distinzione tra persone regolari o irregolari, lavoratori o lavoratrici, onesti o meno.
Ma sia chiaro, anche se non lo fossero, nulla giustificherebbe una deportazione di massa che richiama gli orrori della Shoah, la Nakba per i Palestinesi o altre deportazioni forzate. Un razzismo urlato anche da altri politici, come la politica dei porti chiusi della Lega di Salvini, che non è affatto distante dalla remigrazione, anzi, ne rappresenta l’anticamera. Lo stesso vale per il progetto di Giorgia Meloni di istituire i CPR in Albania, destinati a deportare persone migranti. I CPR in generale rappresentano forme di razzismo istituzionalizzato.
Tutte politiche basate sulla discriminazione del diverso, in particolare contro le persone di colore e di origine africana. Una politica che già negli anni Novanta diffondeva odio e razzismo contro le persone di origine slava, e ancor prima contro quelle meridionali. Una politica che non potrebbe esistere senza l’odio verso l’altro.
Quella politica che ha il compito di trovare soluzioni per le persone e per i problemi. Nessuno nega le difficoltà legate a un processo di migrazione, qualunque esso sia. Le sfide si amplificano quando esistono profonde differenze culturali e religiose, ma il ruolo della politica è affrontarle e risolverle nell’interesse di tutti, senza danneggiare nessuno.
La parte più a sinistra fatica a promuovere politiche efficaci e responsabili per la gestione dei flussi migratori, temendo di perdere consensi elettorali. D’altronde, le persone migranti non votano, e il Memorandum con la Libia è stato sottoscritto proprio da un governo di centrosinistra.
Mentre la destra storicamente erige barricate e muri contro i migranti, alimentando e diffondendo razzismo e odio, quell’odio sfocia spesso in azioni violente, come quella che ha causato la morte di Bakary Sako.

Era l’alba di sabato 9 maggio. Mentre alcuni ragazzi tornano a casa dopo una notte di divertimenti, Bakary Sako si è appena svegliato per andare a lavorare nei campi, dove svolge il lavoro di bracciante. Prende la bicicletta e pedala, come ogni mattina, attraversando il centro di Taranto fino alla stazione. Da lì prende il treno per Massafra, a 20 chilometri da Taranto.
Quel 9 maggio Bakary non arriverà in stazione. Nelle strette vie della città vecchia viene avvistato e fermato dai cinque ragazzi. Gli stessi avevano inseguito un’altra persona, anche lei di colore e in bicicletta, che però riesce fortunatamente a fuggire tra i vicoli. Bakary, invece, si ferma in un bar con l’intenzione di fare colazione, ma il negozio è ancora chiuso.
In quel momento i ragazzi si avvicinano a Bakary, lo accerchiano e iniziano a riempirlo di botte e ad insultarlo per il colore della sua pelle e per la sua provenienza. Bakary riesce a divincolarsi, cerca aiuto in un bar ma il proprietario lo manda via e non chiede aiuto né soccorsi per l’uomo maliano. Uscito dal bar Bakary continua ad essere inseguito, viene raggiunto, accerchiato dai ragazzi che riprendono a picchiarlo, lui cade a terra e viene preso a calci. A quel punto uno dei ragazzi tira fuori una lama e lo infilza mortalmente.
Prima di morire, agonizzante a terra, Bakary riceve un altro calcio, questa volta non dai ragazzi, ma da un uomo estraneo ai fatti fino a quel momento. Seduto al tavolino di un bar, l’uomo si alza improvvisamente e colpisce Bakary ormai in fin di vita. I responsabili fuggono, viene finalmente chiamato il 118, ma purtroppo per Bakary è troppo tardi. Muore poco dopo.
È una storia terribile, segnata da una violenza e una crudeltà senza precedenti. Una vicenda permeata da razzismo e odio in ogni sua sfaccettatura. Un razzismo che la politica non solo ignora, ma anzi alimenta, sfruttandolo a fini elettorali per colpire la pancia della gente con messaggi semplicistici che garantiscono voti facili.
Un razzismo profondamente radicato nella nostra società, poiché il caso di Bakary non è un episodio isolato, ma rappresenta una continuità nelle molteplici forme di razzismo sistematicamente applicate dalle istituzioni. Ne è prova quanto accaduto recentemente a Diala Kante, di origine senegalese, avvenuto in un ristorante di Milano. L’uomo si trovava nel locale insieme a sua moglie e ai suoi due figli di 13 e 10 anni.
Al suo arrivo la polizia è già presente nel locale Baobab, un punto di ritrovo molto frequentato dalle comunità africane a Milano. Diala Kante si avvicina agli agenti e chiede il motivo dei continui controlli in quel luogo. Un poliziotto le chiede i documenti; Diala li consegna e afferma con forza “ce l’avete con i neri”. In quel momento, un agente la ammanetta e, insieme ad altri cinque colleghi, la circonda, la spinge a terra e la blocca.

Una reazione eccessiva e violenta nei confronti di un uomo che stava semplicemente discutendo con i poliziotti senza alcun cenno di violenza né di resistenza al pubblico ufficiale. Cosa di cui è stato accusato. Tutto questo davanti ai figli minorenni e alla moglie. Questa è profilazione razziale, a questo si riferiva l’uomo quando chiedeva il motivo per cui facessero continuamente controllo in quel locale.
Al fatto che gli abbiano chiesto i documenti senza un motivo chiaro, e al comportamento eccessivamente veemente dei poliziotti. Una veemenza che, molto probabilmente, non avrebbero mostrato nei confronti di una persona bianca.
È evidente che anche le istituzioni, comprese le forze dell’ordine, adottano comportamenti differenti a seconda che si trovino di fronte a una persona di colore o a una persona bianca.
Basta frequentare qualsiasi luogo pubblico o osservare le file davanti alle questure, dove si vedono quasi esclusivamente persone migranti. Persone costrette a mettersi in coda dall’alba, attendendo per ore senza ottenere un appuntamento. Si mettono in fila per richiedere documenti o presentare domande di asilo, spesso senza essere nemmeno ricevuti.
Nelle stesse questure in cui le persone non migranti ritirano i propri passaporti, dopo aver ricevuto un appuntamento con giorno, ora e minuto precisi per la presentazione.
Anche questa è una forma di razzismo, un razzismo invisibile per molti, ma reale e presente. È nascosto per chi non ne è vittima, ma violento e devastante per chi lo affronta ogni giorno sulla propria pelle. È un comportamento inaccettabile, che troppo spesso sfocia in aggressioni fisiche e persino mortali, come nei tragici casi di Bakary Sako e Moussa Diarra.
Bakary e Moussa condividono molte esperienze, tra cui l’essere stati vittime di razzismo, anche di natura istituzionale. Entrambi provengono dal Mali, un paese da cui sono stati costretti a fuggire attraversando il deserto e il mare, luoghi in cui molti dei loro compagni di viaggio hanno perso la vita.
Una volta arrivati in Italia, si sono trovati di fronte a un sistema di accoglienza figlio di una politica razzista di cui abbiamo già parlato. Vittime di un razzismo diffuso nella società, tra i cittadini e nelle istituzioni, che rende la vita difficile e spesso insopportabile. Un’esistenza segnata da umiliazioni, sfruttamento lavorativo e altre forme di mortificazione che lasciano cicatrici profonde nell’animo.
Quel razzismo che un giorno ti conduce alla morte, per mano di un gruppo di ragazzi che, guidati dall’odio, aggrediscono un uomo di colore e lo uccidono per il solo motivo della sua pelle. Nel caso di Moussa, esplode in una notte di dolore straziante, un urlo disperato per una vita segnata dall’ingiustizia, una richiesta d’aiuto lanciata prima di oltrepassare un confine invalicabile. Un aiuto che la società, le istituzioni e la politica hanno tristemente negato.
Una richiesta di aiuto ignorata, come quella di Bakary in quel bar quella mattina presto, e chissà quante altre volte nella sua vita. Richieste di aiuto che, se ascoltate, avrebbero potuto salvare la sua vita e quella di tutte le persone che muoiono a causa di scelte politiche razziste.

Proprio in questi giorni il corpo di Moussa Diarra farà finalmente ritorno in Mali, per riunirsi con la sua famiglia. Sono previsti due momenti in cui la città di Verona potrà rendere omaggio al giovane ragazzo ucciso da un agente della Polfer il 20 ottobre 2024.
Il primo appuntamento è fissato per domenica 17 maggio, dalle 10 alle 14, davanti alla stazione di Porta Nuova, a pochi passi dal luogo dove Diarra ha perso la vita. Il secondo momento, più intimo e raccolto, si svolgerà martedì 19 maggio, dalle 10:30 alle 11:30, presso la Moschea di Verona in via Bencivenga Biondani 18.
Poi Moussa saluterà per sempre l’Italia, quel paese dove lui e Bakary avevano riposto la speranza di costruire un futuro, un futuro che è stato negato a entrambi.
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