Le dune che cambiano forma, la neve che scompare, i boschi divorati dai parassiti, le immagini dei migranti dissolte dall’acqua salata. In FUTURO PRESENTE, la doppia personale di Laura Pugno e Filippo Tommasoli ospitata da Habitat 83 – Casa Contemporanea, il paesaggio non è semplice sfondo della narrazione, ma il luogo in cui diventano visibili le fratture prodotte dal rapporto tra esseri umani, natura ed economia.

La mostra, che sarà inaugurata il 16 maggio e sarà visitabile fino al 1° novembre, è curata da Annalisa Ferraro con la direzione artistica di Zeno Massignan, in collaborazione con Simondi Gallery. Il percorso espositivo prende forma attorno a un’idea precisa: il futuro non come orizzonte distante, ma come condizione già inscritta nel presente, nelle trasformazioni lente e progressive che stanno alterando gli equilibri naturali e sociali.

L’allestimento procede per accumulo di segnali, evitando la retorica della catastrofe improvvisa. Le opere costruiscono piuttosto una sequenza di slittamenti quasi impercettibili, piccoli scarti che conducono gradualmente oltre il limite del reversibile.

La prima parte della mostra è affidata al lavoro di Laura Pugno e al suo sguardo sui processi di erosione ambientale. In Autopoiesi emerge la figura dell’Ammophila arenaria, pianta capace di consolidare naturalmente le dune costiere e proteggerle dall’azione del mare. Un equilibrio delicato che l’intervento umano modifica progressivamente, adattando il paesaggio a logiche artificiali di utilizzo e consumo.

Con Prove d’identità l’artista fotografa il litorale adriatico nei mesi invernali, quando le mareggiate e l’erosione rendono visibile il substrato argilloso nascosto sotto la sabbia. Su quella superficie rimangono impressi i segni lasciati dalle draghe impiegate nel ripascimento delle spiagge: tracce meccaniche che finiscono per alterare la morfologia naturale della costa. Stampate su carta abrasiva composta di sabbia, le immagini mantengono un’ambiguità visiva interessante: a una prima lettura sembrano evocare un paesaggio rarefatto e quasi lirico, ma osservandole più attentamente rivelano l’impatto dell’azione antropica sul territorio.

Il lavoro di Filippo Tommasoli entra nel percorso come un elemento di tensione crescente. In 14 minuti prima del buio il tempo diventa misura della fragilità delle infrastrutture costruite dall’uomo. L’opera prende spunto dalla leggenda legata alla Diga del Salto: se dovesse cedere, la città di Rieti verrebbe sommersa nel giro di quattordici minuti, lasciando emergere soltanto la punta del campanile. Una narrazione sospesa tra immaginario collettivo e timore reale, dove il controllo esercitato dall’essere umano sulla natura appare improvvisamente instabile.

Da qui il percorso si sposta verso i meccanismi economici che ridefiniscono il valore del lavoro, del tempo e delle vite umane. In The Nike Strike il sistema capitalistico emerge come forza capace di produrre disuguaglianza e ridefinire le relazioni sociali. In Mare Nostrum il mare perde invece qualsiasi dimensione salvifica: le immagini dei corpi migranti immerse nell’acqua salata si dissolvono lentamente, consumate fino quasi a scomparire. La memoria stessa sembra diventare precaria.

Con Last Image Laura Pugno utilizza la tecnica del foro stenopeico per rivolgere lo sguardo all’interno della materia. Al centro dell’opera c’è il bosco nel momento della sua vulnerabilità estrema: foreste indebolite dai cambiamenti climatici e incapaci di difendersi dal bostrico tipografo, il parassita responsabile della moria degli abeti rossi.

NikeStrike – Filippo Tommasoli

La neve attraversa i lavori successivi come una presenza residuale, destinata a rarefarsi sempre di più. In Omaggio a Wilson Bentley e nei calchi di A futura memoria, Pugno raccoglie impronte e tracce di un elemento che progressivamente scompare dal paesaggio alpino. Rimangono frammenti, superfici, residui che assumono il valore di un archivio della perdita.

Con Disallineamenti la frattura tra sistemi naturali e artificiali appare ormai definitiva. I fiori crescono immersi in sostanze dai colori seducenti ma incapaci di nutrire realmente ciò che ospitano. L’immagine conserva una dimensione estetica forte, ma sotto quella bellezza si percepisce un processo di progressivo deterioramento.

Tommasoli accompagna infine il percorso verso un esito apertamente distopico. In Capitalocene il corpo umano si modifica adattandosi alle logiche del mercato, fino a perdere autonomia e identità. L’evoluzione non dipende più dall’ecosistema naturale, ma dalle dinamiche economiche che regolano il valore di ogni cosa. In I’m not a robot questa trasformazione arriva al limite: l’essere umano si riduce a dispositivo, funzione operativa di un sistema che trova in sé stesso il proprio unico riferimento.

La chiusura della mostra è affidata a Diluvium, installazione che richiama l’atmosfera di un luogo sacro sommerso. Gli oggetti esposti sembrano reperti recuperati dopo un cataclisma, resti corrosi appartenenti a una civiltà ormai estinta. Non c’è enfasi apocalittica, però, né compiacimento spettacolare. Il lavoro insiste piuttosto sulla persistenza delle tracce, su ciò che rimane dopo l’alterazione irreversibile del mondo conosciuto.

Più che immaginare il futuro, FUTURO PRESENTE prova dunque a riconoscerlo nelle forme del presente. Nei dettagli apparentemente marginali, nelle superfici erose, nelle anomalie ormai diventate quotidiane. Ed è forse proprio questa gradualità a rendere il racconto della mostra particolarmente inquieto: il collasso, qui, non arriva all’improvviso. Sta già accadendo.

A futura memoria – Laura Pugno

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