Per decenni è rimasta nascosta nella roccia, come una creatura addormentata sotto il lago di Garda. Corridoi scavati nel Monte Moscal, porte blindate, stanze operative senza finestre, chilometri di cemento progettati per continuare a funzionare anche dopo un attacco nucleare. La ex base Nato West Star di Affi non era soltanto un’infrastruttura militare: era la materializzazione fisica della paura atomica che ha attraversato il Novecento.

Oggi quel luogo, nato nel cuore più teso della Guerra Fredda, prova a cambiare pelle. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge di conversione del decreto PNRR, sono stati ufficialmente stanziati 7 milioni di euro destinati alla bonifica e al primo recupero del bunker antiatomico. Un passaggio che segna l’avvio operativo di un progetto discusso da anni: trasformare West Star in un museo e in un centro culturale dedicato alla memoria del conflitto silenzioso tra Nato e Patto di Varsavia.

L’annuncio è arrivato direttamente dentro il bunker, nella cosiddetta “Stanza Rossa”, durante un incontro pubblico che ha riunito parlamentari, amministratori regionali e sindaci del territorio. Un dettaglio quasi cinematografico: le istituzioni che discutono del futuro di un luogo costruito per sopravvivere alla fine del mondo.

La base, conosciuta anche come “Stella d’Occidente”, fu realizzata negli anni Sessanta in uno dei punti strategicamente più sensibili del Nord Italia. Da qui transitavano comunicazioni, coordinamenti e attività operative del comando Nato del Sud Europa. Per posizione geografica e struttura tecnologica, West Star rappresentava uno dei cardini italiani del sistema difensivo atlantico durante gli anni della contrapposizione nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Operativa dal 1966 al 2007, la struttura si estende per oltre 13mila metri quadrati sotterranei ed è considerata il più grande bunker antiatomico accessibile d’Europa. Al suo interno trovavano posto sale comando, sistemi autonomi di ventilazione, aree logistiche e ambienti progettati per resistere a contaminazioni chimiche e nucleari. Una città invisibile sotto la montagna, pensata per garantire continuità militare anche nello scenario estremo di una guerra atomica.

Ma il fascino contemporaneo di West Star nasce anche dal suo valore simbolico. Per chi è cresciuto dopo il 1989, la Guerra Fredda è spesso un concetto astratto, confinato nei libri di storia o nelle immagini in bianco e nero del Muro di Berlino. Entrare in questo bunker significa invece attraversare fisicamente quell’epoca: percepire la paranoia geopolitica, la logica della deterrenza, l’ossessione per la sopravvivenza.

Non è un caso che negli ultimi anni attorno alla base sia cresciuto un interesse quasi magnetico. Nel pomeriggio dell’annuncio ufficiale, molte persone hanno atteso l’apertura dei cancelli per visitare gli spazi sotterranei. Una curiosità che racconta qualcosa di più profondo della semplice attrazione per i luoghi abbandonati: il bisogno di rileggere il Novecento attraverso le sue architetture più estreme.

Il sindaco di Affi Marco Sega ha parlato di “momento storico” per la comunità locale, ricordando il lungo percorso che ha portato allo stanziamento dei fondi. Un itinerario iniziato con l’acquisizione del sito nel 2018 e proseguito con il riconoscimento del vincolo monumentale nel 2024, elemento decisivo per aprire l’accesso ai finanziamenti nazionali ed europei. Centrale anche il lavoro sviluppato con l’Università di Firenze per costruire un progetto di musealizzazione credibile e sostenibile.

Determinante è stato inoltre il sostegno del generale Gerardino De Meo, ultimo comandante Nato della West Star, che negli anni ha continuato a promuovere il valore storico della struttura. Una figura che sembra uscita da una pagina di Tom Clancy e che invece accompagna oggi la metamorfosi di un presidio militare in spazio culturale.

Le risorse verranno distribuite in più fasi: prima la bonifica e la messa in sicurezza del bunker, poi l’ampliamento dei servizi e infine la realizzazione vera e propria del Museo della Guerra Fredda. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: arrivare fino a 100 mila visitatori all’anno.

In fondo, il paradosso di West Star è tutto qui. Un luogo concepito per isolarsi dal mondo potrebbe diventare, nei prossimi anni, uno dei punti di incontro culturale più significativi del territorio veronese. Dove un tempo si preparavano scenari di conflitto globale, presto potrebbero muoversi studenti, storici, turisti e curiosi. La montagna che custodiva il segreto della paura atomica si prepara ad aprire le proprie viscere alla memoria collettiva.

Foto di Fabio Mantovani

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