Ascoltare una conferenza di Carlo Rovelli è un’esperienza che insieme affascina e stordisce. Con straordinaria semplicità e leggerezza, ci introduce in un mondo dove la razionalità newtoniana non è più di casa. La fisica, nell’ultimo secolo, ci ha sorpreso con scoperte rivoluzionarie sulla natura dello spazio e del tempo, aprendo nuovi modi di pensare che dialogano profondamente con la filosofia.

Non è quindi un caso che l’incontro dell’8 maggio, svoltosi nell’Aula Magna del Silos di Ponente dell’Università di Verona, sia stato organizzato da due dipartimenti umanistici: Culture e Civiltà e Scienze Umane.

Ciò che ci appare vero e ovvio sulla terra non lo è nell’universo

Rovelli ha paragonato il cammino dell’umanità e della scienza a quello di un bambino nato in un piccolo villaggio. Il bambino impara la lingua locale, gli usi, i costumi e un modo di comportarsi che gli appare ovvio e universale. Solo crescendo e viaggiando scopre che esistono altri linguaggi, altri modi di vivere e che ciò che riteneva assoluto non lo è più. Il nostro pianeta Terra è quel villaggio. L’errore più comune è credere che le leggi fisiche e matematiche che funzionano così bene qui siano universali e valide per l’intero cosmo.

Viviamo sulla crosta terrestre e siamo abituati a un mondo fatto di “oggetti” ben definiti e di punti di riferimento stabili. Ma se la vita si fosse sviluppata su pianeti come Giove o Saturno, privi di una superficie solida e costituiti essenzialmente da gas e liquidi, il concetto stesso di “oggetto” e di riferimento spaziale perderebbe di senso.

Allo stesso modo, sulla Terra abbiamo l’impressione di vivere in un “tempo comune”. Comunichiamo istantaneamente con chiunque sul pianeta e crediamo che il tempo scorra allo stesso modo per tutti. Ma cosa accadrebbe se avessimo un amico su Andromeda, la galassia più vicina a noi, distante 2,5 milioni di anni luce? La comunicazione non sarebbe certo istantanea. In un universo fatto di distanze enormi, un tempo universale semplicemente non esiste: esiste solo localmente, dove le distanze sono irrilevanti rispetto alla velocità della luce.

Nel cosmo non esiste un tempo comune

Carlo Rovelli

Allo stesso modo, due orologi che segnano lo stesso tempo sulla Terra, una volta separati, non torneranno necessariamente sincronizzati se sottoposti a campi gravitazionali diversi o a velocità relativistiche. Il tempo rallenta vicino a un buco nero o per un astronauta in orbita attorno al Sole. Per un gruppo di amici sparsi nell’universo, darsi appuntamento per esempio “nel 2035 alle 17:30” sarebbe quindi privo di senso.

La scienza ci sorprende: gli oggetti non esistono come li pensiamo, il tempo comune non esiste, lo spazio vuoto non esiste. Rovelli ci invita a diffidare di ciò che ci sembra naturale e ovvio. Essere “fermi” o “in movimento” ha senso solo rispetto a un riferimento.

Seduti su una sedia siamo fermi? E se siamo su un treno? A scuola abbiamo imparato che la terra gira su se stessa, ma anche intorno al sole, e sole e galassia pure si muovono. In realtà essere fermi o in movimento è sempre riferito a qualcosa, lo si dà per scontato senza dirlo: è una trappola del nostro linguaggio. In realtà, dice Rovelli, questa domanda nell’universo non vuole dire niente, è priva di senso. Nel cosmo non esiste un riferimento assoluto: tutto è relativo.

Non siamo osservatori esterni ma parte del sistema che misuriamo

Nella fisica quantistica questa relatività diventa ancora più radicale: l’osservatore interferisce con il sistema osservato. Le proprietà che misuriamo non sono intrinseche all’oggetto, ma relative all’interazione tra osservatore e sistema.

Di fronte a queste rivoluzioni, cosa possiamo ancora considerare certo? Cosa sappiamo veramente? Come ha detto Rovelli con un gioco di parole: «Dire che non sappiamo niente con certezza non significa che non sappiamo niente. Sappiamo invece tantissime cose». Dobbiamo ricordarci però che partire da ciò che appare ovvio non è garanzia di verità. La ricerca della certezza assoluta è illusoria e inutile. Ciò che conta è avere descrizioni del mondo che funzionino efficacemente.

La scienza non procede per superamenti definitivi: Newton aveva ragione nel suo contesto e le sue leggi sono valide tutt’ora, l’errore è pensare che siano la descrizione finale del mondo. Analogamente per la relatività speciale di Einstein e la meccanica quantistica. Nessuna teoria è la descrizione definitiva della realtà.

Siamo parte della natura, non osservatori esterni. La nostra mente, la nostra coscienza, i nostri pensieri sono essi stessi espressione della natura. Questa consapevolezza, conclude Rovelli, è rasserenante: siamo dentro la natura, siamo parte della natura, siamo a casa.

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