Buenos Aires ha un modo tutto suo di avvertirti quando qualcosa sta per accadere. Non lo fa con eleganza europea, né con quella discrezione che spesso serve solo a nascondere la paura. Buenos Aires cambia rumore. Prima ancora di vedere la gente, prima ancora di arrivare alla piazza, senti che l’aria ha un altro passo. I collettivi frenano con più rabbia, i clacson sembrano rispondere a una domanda non formulata, le saracinesche abbassate guardano la strada come vecchi testimoni, e sui marciapiedi comincia a muoversi quella creatura argentina che nessun governo è mai riuscito a comprendere fino in fondo: la folla.

In Argentina, la parola “università” non indica solo un edificio. Indica una fuga possibile. Per molti figli di operai, impiegati, immigrati, disoccupati, tassisti, parrucchiere, donne che hanno pulito case altrui e padri che hanno lavorato con la schiena piegata, l’università pubblica è stata la porta da cui entrare in un’altra vita. Non sempre migliore, non sempre più facile, ma almeno scelta. E quando un governo taglia lì, non taglia soltanto un capitolo del bilancio. Taglia una scala. Taglia il ponte. Taglia il futuro proprio nel punto in cui il futuro è ancora fragile.

Il 12 maggio, nella città dove le sconfitte hanno sempre avuto odore di caffè bruciato e giornale umido, la Marcia Federale Universitaria è tornata a occupare il centro della scena pubblica. Non era soltanto una protesta per i fondi. Non era soltanto una disputa tecnica tra bilanci, decreti, università e ministeri. Era qualcosa di più antico e più semplice: un Paese che scendeva in strada per dire che leggere, insegnare, studiare, fare ricerca, arrivare in aula con lo zaino consumato e il mate sotto il braccio, non sono lussi. Sono la parte migliore di una promessa collettiva.

I tagli arrivano prima della marcia

La marcia arrivava dopo una decisione pesante. Poche ore prima della mobilitazione, l’esecutivo argentino aveva ufficializzato un taglio di oltre 78.000 milioni di pesos in diversi programmi del Ministero dell’Istruzione. Tra le voci più colpite figuravano il Piano Nazionale di Alfabetizzazione, il Fondo di Compensazione Salariale Docente, le infrastrutture scolastiche, le politiche socioeducative, le borse di studio e trasferimenti destinati alle università nazionali. Il taglio più grande, riguardava proprio il Piano Nazionale di Alfabetizzazione, con una riduzione superiore ai 35.000 milioni di pesos.

C’è qualcosa di quasi crudele, o forse soltanto troppo argentino, nel tagliare l’alfabetizzazione alla vigilia di una marcia universitaria. È come chiudere la porta di casa e poi rimproverare i figli perché restano fuori. È come togliere la luce e accusare la stanza di essere buia. In un Paese che ha fatto della scuola pubblica una religione laica, un orgoglio di quartiere, una bandiera senza necessità di inni, la parola “alfabetizzazione” non è burocrazia. È la prima carezza dello Stato. È la maestra che insegna a scrivere il nome. È il quaderno con le righe larghe. È la possibilità di non restare prigionieri della propria nascita.

Dentro le colonne universitarie

Io ero lì, in mezzo alle colonne del movimento sindacale universitario argentino. E una marcia, vista da dentro, non assomiglia mai alla sua foto dall’alto. Dall’alto sembra un fiume, una massa, una cifra. Da dentro è fatta di facce. Una donna con gli occhiali appannati che sostiene uno striscione più grande di lei. Un docente con la barba bianca che cammina piano, come se ogni passo portasse con sé trent’anni di cattedra. Ragazzi che ridono, perché i ragazzi ridono anche quando difendono cose serissime. Non docenti con le bandiere arrotolate, lavoratori universitari che conoscono i corridoi, le porte, le caldaie rotte, le aule fredde e i bagni senza carta. La patria reale, quella che non entra mai intera nei discorsi ufficiali.

Le colonne avanzavano verso Plaza de Mayo con quella coreografia disordinata che in Argentina diventa subito linguaggio. Gremi, federazioni studentesche, sindacati docenti, centri universitari, ricercatori, lavoratori non docenti, militanti e gente senza appartenenza visibile ma con una ragione in mano. Infobae ha ricordato che la convocazione era sostenuta dal Consejo Interuniversitario Nacional, dalla Federación Universitaria Argentina e dal Frente Sindical de las Universidades Nacionales. Abbiamo vissuto una mobilitazione replicata in varie province, con epicentro nella Plaza de Mayo e proteste in almeno quindici distretti del Paese.

Plaza de Mayo, tribunale della memoria

La piazza argentina ha una memoria che nessun archivio può sostituire. Plaza de Mayo non è soltanto un luogo. È un tribunale all’aperto. Ogni volta che qualcuno la attraversa con una bandiera, cammina sopra strati di storia: madri, lavoratori, studenti, militari, presidenti, folle innamorate e folle tradite. La Casa Rosada, vista da una marcia, sembra sempre più piccola di quanto appaia in televisione. Forse perché da vicino il potere perde scenografia. Forse perché quando la gente è molta, nessun balcone basta.

Il reclamo centrale era chiaro: l’applicazione della Legge di Finanziamento Universitario e la ricomposizione salariale di docenti e non docenti. La Nación ha riportato che nel documento letto durante la movilización si denunciava una caduta reale accumulata del 45,6% nelle transferencias alle università nazionali tra il 2023 e il 2026, insieme a una situazione salariale descritta come tra le peggiori del settore pubblico nazionale e dell’America Latina. Anche El País ha registrato il reclamo per il finanziamento congelato, la perdita del potere d’acquisto e il rifiuto del governo di applicare pienamente la norma approvata dal Congresso.

Quando le cifre diventano vita quotidiana

Ma le cifre, da sole, non sanguinano. Bisogna avvicinarle alla vita. Dire 45,6% può sembrare una percentuale da economisti. Ma dentro quel numero c’è un docente che prende più ore per pagare l’affitto. C’è una ricercatrice che guarda offerte all’estero con un senso di colpa che nessuno dovrebbe imporle. C’è uno studente che lascia una materia perché deve lavorare il doppio. C’è una biblioteca che compra meno libri. Un laboratorio che posterga una reparación. Un ascensore che non funziona. Una beca che non arriva. Un futuro che comincia a sembrare un lusso importato.

Il CEPA, citato nel dibattito pubblico di questi giorni, ha stimato un deterioramento rilevante del budget universitario in termini reali durante la gestione di Javier Milei. In uno dei suoi informes, il centro ha indicato una caduta reale del 28,7% tra 2023 e 2025 nel programma “Desarrollo de la Educación Superior”, e una riduzione che, proiettata al 2026, arriverebbe al 45,6% rispetto al 2023. Questi dati sono stati ripresi anche da media e fact-checker argentini nel contesto della marcia.

La discussione, naturalmente, non è solo economica. Il governo sostiene che la disciplina fiscale è indispensabile, che il superávit non può essere messo in discussione e che il sistema universitario deve rendere conto in modo più efficiente delle proprie risorse. È una posizione che parla il linguaggio dell’austerità come virtù. Ma la strada, il 12 maggio, rispondeva con un’altra grammatica. Non negava la necessità di amministrare bene. Negava che l’istruzione possa essere trattata come una spesa qualunque. Perché una cosa è chiedere trasparenza, un’altra è prosciugare lentamente il pozzo e poi accusare chi ha sete.

La strada contro la grammatica dell’austerità

A Buenos Aires, quel pomeriggio, la politica aveva il volto concreto della stanchezza. Non la stanchezza che porta a casa, ma quella che porta in piazza. Una ragazza teneva un cartello scritto a mano, con lettere irregolari. Un uomo più anziano, forse professore, forse padre di una studentessa, camminava senza gridare. Ogni tanto guardava verso la Casa Rosada con l’espressione di chi ha già visto troppi esperimenti fatti sulla pelle della gente. In Argentina, ogni generazione ha conosciuto il proprio laboratorio economico. Cambiano i nomi, i grafici, le promesse televisive. Ma il corpo sociale riconosce subito quando il prezzo finale viene presentato a chi ha meno possibilità di rifiutare.

Le colonne sindacali universitarie avevano una densità particolare. Non erano semplicemente parte della marcia: erano una memoria organizzata. Portavano le sigle, le bandiere, i tamburi, la capacità di trasformare la protesta in presenza. In un tempo in cui il discorso dominante spesso riduce il sindacato a una caricatura, vederli camminare accanto agli studenti ricordava qualcosa di elementare: nessuna università esiste senza lavoro. Senza chi insegna, senza chi apre le porte, senza chi pulisce, senza chi amministra, senza chi ricerca, senza chi sostiene invisibilmente la vita quotidiana di una istituzione.

La marcia federale non era fatta solo dai figli dell’università. Era fatta anche dai padri e dalle madri dell’università. Da quelli che magari non hanno studiato, ma hanno sempre detto ai propri figli: “vos estudiá”. Quella frase, in Argentina, ha retto più case di quanto dicano le statistiche. “Tu studia” è stato il programma politico minimo di milioni di famiglie. Non prometteva ricchezza. Prometteva dignità. Prometteva una sedia davanti a una cattedra. Prometteva che il destino non fosse scritto solo dal cognome, dal barrio, dal salario o dalla fortuna.

Borse, stipendi e territori colpiti

Per questo il taglio alle borse di studio ha un valore simbolico feroce. Nel quadro della riduzione segnalata da Infobae, le politiche socioeducative e le becas studentesche hanno subito una contrazione significativa. Può sembrare una voce minore dentro un bilancio nazionale. Ma per uno studente, una borsa può essere la differenza tra restare e andarsene. Tra prendere il treno o abbandonare. Tra comprare fotocopie o rimandare un esame. La politica, quando diventa cifra, dimentica spesso che le cifre camminano con scarpe consumate.

Anche le università nazionali colpite nei trasferimenti raccontano una geografia del danno. Secondo i dati diffusi, la Universidad Nacional de La Plata figurava tra le più penalizzate, con una riduzione di oltre 1.000 milioni di pesos; seguivano, tra le altre, la Universidad Nacional de General San Martín e la Universidad Nacional de Avellaneda, con 700 milioni ciascuna, Río Cuarto ed Entre Ríos con tagli rilevanti. Non sono soltanto nomi amministrativi. Sono territori. Sono studenti che non sempre vivono a pochi minuti da Recoleta o Palermo. Sono periferie, province, città universitarie, prime generazioni di laureati.

A un certo punto, in mezzo alla marcia, mi è sembrato che Buenos Aires tornasse a parlare con una voce dimenticata. Non una voce pura, perché l’Argentina non è mai pura. È contraddittoria, teatrale, generosa, vanitosa, dolente. Ma quella voce diceva: abbiamo litigato su tutto, continueremo a litigare su tutto, però l’università pubblica non si tocca senza che la strada risponda. E la strada ha risposto.

Una protesta raccontata da tutto il Paese

Clarín ha raccontato la mobilitazione come un reclamo ampio, con presenza di gremi, studenti, docenti e anche settori politici e sociali che hanno accompagnato la protesta. Da una prospettiva più apertamente favorevole alla mobilitazione, il carattere masivo della giornata e la richiesta al governo di rispettare la legge di finanziamento. I media hanno seguito in diretta l’arrivo delle colonne a Plaza de Mayo e il documento delle autorità universitarie. Pur con differenze editoriali evidenti, i grandi media coincidono su un punto: la questione universitaria è tornata al cuore del conflitto politico argentino.

La parola “federale” è importante. In Argentina si usa spesso, a volte troppo, ma qui non era decorativa. Non si trattava soltanto di Buenos Aires parlando a nome del Paese. Le marce e concentraciones si replicavano in diverse province. È una differenza sostanziale. Perché l’università pubblica argentina non è solo la UBA, anche se la UBA pesa nella storia come una nave immensa. È anche Córdoba, La Plata, Rosario, Cuyo, Tucumán, Comahue, Litoral, San Martín, Avellaneda, Entre Ríos, Río Cuarto, Patagonia, Nordeste, Quilmes, Lanús, e tante altre. Ogni università nazionale è una piccola capitale della speranza in un territorio concreto.

La tenerezza dura di chi difende un’aula

Mentre camminavo, pensavo che la marcia non aveva soltanto rabbia. Aveva qualcosa di tenero. Una tenerezza dura, se si può dire così. La tenerezza di chi difende un’aula como si difende una casa. Di chi sa che un laboratorio pubblico può valere più di cento discorsi patriottici. Di chi ha visto professori correggere esami nei bar, studenti dormire in biblioteca, ricercatori fare miracoli con budget ridicoli, non docentes sostenere una institución con una mezcla de oficio, paciencia y resignación.

La politica ufficiale parla spesso di modernizzazione, merito, efficienza. Sono parole che possono servire, se non vengono usate come coltelli. Ma il merito senza condizioni minime è una trappola elegante. Dire a un giovane “competí” mentre gli si toglie la beca, mentre il docente pierde salario, mentre l’edificio se cae, mentre il transporte aumenta, non è meritocrazia. È cinismo con giacca nuova. La vera meritocrazia comincia quando tutti possono almeno arrivare alla linea di partenza. Il resto è propaganda per chi è nato già qualche metro avanti.

La marcia del 12 maggio diceva proprio questo. Che l’università pubblica non è una nostalgia. Non è un museo del welfare argentino. Non è un privilegio corporativo di professori e studenti politicizzati. È una macchina democratica imperfetta, piena di problemi, lentezze, burocracias, discusiones eternas, ma capace di produrre una cosa che il mercato da solo non produce: appartenenza al futuro.

Il giorno dopo resta la domanda

Naturalmente, nessuna marcia risolve tutto. Il giorno dopo restano i conti, gli stipendi, le aule, le cause giudiziarie, le conferenze stampa, le accuse del governo, i comunicati, la fatica. Resta anche la domanda più scomoda: quanto può resistere una comunità educativa quando il conflitto diventa permanente? Quanto può sopportare una università prima che il deterioramento smetta di essere temporaneo e diventi struttura? Sono domande che non si rispondono con un cántico. Ma senza quel cántico, forse, nessuno le ascolterebbe.

Quando la sera ha cominciato a cadere sul centro di Buenos Aires, la folla non sembrava voler diventare ricordo. Le bandiere continuavano a muoversi. I tamburi avevano perso precisione, ma non ostinazione. C’era una stanchezza bella, quella che resta dopo aver fatto qualcosa di necessario. Guardando quelle colonne, ho pensato che l’Argentina è spesso un Paese che arriva tardi a salvarsi, ma raramente rinuncia a fare rumore mentre prova.

Un rumore contro la rassegnazione

Forse la marcia federale universitaria è stata questo: un rumore contro la rassegnazione. Un modo di dire che il bilancio non può essere l’unica autobiografia di una nazione. Un Paese non è soltanto ciò che risparmia. È anche ciò che decide di non perdere. E l’Argentina, almeno quel 12 maggio, sembrava ricordare che tra le cose da non perdere c’è quella vecchia, testarda, splendida idea secondo cui un figlio del popolo può entrare in un’aula pubblica e uscire, anni dopo, con una voce propria.

A volte la storia non entra dai palazzi. Arriva camminando, sudata, stonata, piena di cartelli, con un tamburo fuori tempo e una bandiera che copre mezza strada. Il 12 maggio del 2026, a Buenos Aires, la storia è passata ancora una volta da Plaza de Mayo. E questa volta portava libri, grembiuli invisibili, stipendi in caduta, borse tagliate, università ferite e migliaia di persone dicendo, senza bisogno di molte metafore, che il futuro non si chiude per decreto.

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