Lo scrittore Roberto Saviano, su Repubblica, l’ha definita “profondamente oscena”. L’editorialista del Corriere della Sera, Antonio Politi, ha richiamato l’inclinazione italiana per l’incompetenza, l’insofferenza per la professionalità e addirittura il “populismo”. Su Repubblica, l’editorialista Concita De Gregorio arriva a definirla una forma di “distrazione dal disastro collettivo”. Cos’è tutto questo di cui ci dobbiamo vergognare? È la passione per il true crime, quello che da mesi ha al centro il caso di Garlasco, località della provincia di Pavia, dove il 13 agosto 2007 venne uccisa Chiara Poggi, 26 anni, laureata in economia e impiegata in un’azienda.

Per il delitto – dopo due assoluzioni e un ordine dalla Cassazione di rifare il processo d’appello – fu condannato, nel dicembre del 2014, Alberto Stasi, allora 24enne, laureando alla Università Bocconi. Stasi si è sempre professato innocente, durante i processi e anche durante la condanna a 16 anni di carcere. Ora è in regime di semilibertà; e di giorno lavora.

Nel marzo 2025 sono venute alla luce le indagini alternative, contrarie alla sentenza del 2014: un caso più unico che raro, con la Procura della Repubblica, a Pavia, che ha un sospettato peraltro già entrato in passato nell’indagine, Andrea Sempio, 19 anni all’epoca del delitto, per il quale sarà di sicuro richiesto il rinvio a giudizio. C’è un sospetto colpevole, insomma, in libertà; e c’è un sospetto innocente in carcere. Il sospetto colpevole, oltretutto, è uno stretto amico del fratello della vittima, Marco Poggi, anche lui 19enne all’epoca dell’omicidio a Garlasco.

I meccanismi della giustizia

È difficile ricordare a memoria la revisione della sentenza di un grande processo penale per un orrendo delitto. Mi viene in mente il caso di Carlo Corbisiero, assolto dopo una condanna passata in giudicato: eravamo negli Anni Cinquanta. È di sicuro qualcosa di unico che una Procura della Repubblica, quella di Pavia, si schieri contro il lavoro di un’altra Procura, quella di Vigevano (ora non più in funzione). Ed è qualcosa di unico che i famigliari della vittima insistano per la condanna dell’unico colpevole, Alberto Stasi e difendano a spada tratta il nuovo indagato, Andrea Sempio, che oggi ha 38 anni.

È difficile – vista la situazione attuale a livello giudiziario – distinguere l’interesse per quanto sta accadendo nelle stanze della Procura di Pavia, e quindi nella macchina della giustizia in Italia, dall’interesse per il fatto criminale in sé. Stiamo assistendo a un ribaltamento delle certezze di un tempo, quelle che ci hanno fatto credere che “le sentenze si rispettano”. Molti si chiedono chi osi mettere in dubbio un verdetto passato in giudicato da una dozzina di anni.

L’interesse dei media per il caso di Garlasco fa il paio con quello per la strage di Erba (11 dicembre 2006), per il delitto di Avetrana (26 agosto 2010), per l’uccisione di Yara Gambirasio (26 novembre 2010) e per la vicenda di Cogne (30 gennaio 2002). Se andiamo all’inizio degli Anni Settanta, a livello mediatico abbiamo un grande caso giudiziario che ho studiato a fondo e che continuo ad approfondire: Milena Sutter e il biondino della spider rossa. Per Milena Sutter, 13 anni, si mobilitarono anche Papa Paolo VI e il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat. E se ne occuparono le più grandi penne del giornalismo italiano: Montanelli, Biagi, Costanzo, Tortora e Forcella, solo per citare i nomi noti.

Ottenere la revisione del processo, in Italia, è una missione impossibile. Trovare una Procura della Repubblica che si presti ad avallarla, avviando proprie indagini in un’altra direzione, ha dell’incredibile. Tanto che più di qualcuno paventa che questo metta a rischio la reputazione del sistema giudiziario italiano.

Scrive Antonio Politi, sul Corriere della Sera dell’11 maggio 2026: “È infine un fenomeno tragico per la credibilità delle istituzioni: nel caso specifico, la credibilità del sistema giudiziario. Se Alberto Stasi è innocente, la Giustizia gli ha rovinato la vita; se l’innocente è Andrea Sempio, la sta rovinando a lui. E noi tutti, voyeur come le tricoteuses che assistevano allo spettacolo della ghigliottina nella Rivoluzione francese, ne siamo in quota parte responsabili”.

Ad Accordi & Disaccordi, sul Canale 9, il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio sentenzia: “Per dichiarare innocente Alberto Stasi ci vogliono degli elementi formidabili, non dei dubbi. I dubbi sono finiti nel momento in cui è finito il processo. Adesso non bastano i dubbi. Di dubbi ce ne sono sempre nei processi indiziari. E infatti i processi indiziari, di solito, in vari gradi di giudizio finiscono in modo diverso”.

Il ruolo dei media nel raccontare il crimine

Uno scrittore come Saviano e giornalisti del calibro di Travaglio, Politi e De Gregorio denunciano come la cronaca nera sia stata trasformata in una forma di intrattenimento morboso, dove il pubblico partecipa a processi mediatici simili a tifoserie calcistiche, Ci si divide tra i sostenitori di Alberto Stasi e quelli di Andrea Sempio. Questa ossessione collettiva per i delitti domestici viene descritta come un pericoloso populismo culturale, che favorisce l’ignoranza e la distrazione dai gravi problemi sociali e dei maneggi del potere.

Viene sottolineato il contrasto tra l’enorme risonanza data a queste vicende delittuose private e il silenzio mediatico che circonda tragedie collettive e processi di rilievo pubblico, come quello relativo alla strage di migranti a Cutro, il 26 febbraio 2023. In definitiva, autorevoli giornalisti vedono in questo voyeurismo una degradazione del giornalismo e una minaccia alla credibilità del sistema giudiziario, ridotto a spettacolo per l’audience digitale.

Si parla spesso di circo mediatico, quando si criticano i media impegnati a raccontare delitti come quello di Garlasco. Si ignora, così, che il circo è una professione molto seria: richiede impegno, dedizione e tanti sacrifici. Il sospetto è che le critiche all’interesse degli italiani per il true crime nascondano una profonda irritazione per il fatto che le persone non si interessano di quanto scrivono e dicono i critici del true crime. Basti pensare a Roberto Saviano: il suo Gomorra è anche una serie tv, quindi un prodotto commerciale che attira il pubblico.

La letteratura sul tema crimine, giustizia e media ci dice che l’interesse per il crimine si è evoluto da curiosità storica a industria multimilionaria, trasformando figure criminali in vere e proprie icone pop. Il fenomeno pone di sicuro alcune questioni delicate. Ad esempio, il legame morboso tra pubblico e cronaca nera è alimentato da diverse dinamiche profonde. Il genere true crime risponde a bisogni di evasione e voyeurismo, offrendo una forma di catarsi. Permette di esplorare paure collettive e ansie in un contesto protetto.

Il consumo di queste storie criminali funge da “palestra etica”, dove lo spettatore testa i propri confini morali e vive un’esperienza emotiva di sofferenza a distanza. La narrazione del “mostro”, poi, permette alla società di tracciare una linea netta tra bene e male. Attraverso la demonizzazione del criminale (othering), il pubblico riafferma la propria normalità e innocenza, ci dicono gli studiosi dei media.

Per massimizzare il profitto, i mass media operano una mercificazione del crimine basata sulla formula delle “tre S” (Sangue, Sesso, Soldi). Questo approccio privilegia reati rari e violenti, ignorando crimini meno spettacolari (come quelli finanziari, della corruzione o dello sfruttamento dei migranti) e trasformando l’informazione in puro intrattenimento (infotainment).

Questa sovraesposizione comporta derive pericolose, rilevano giornalisti ed esperti di diritto penale. Si parla ad esempio di processi mediatici: la partecipazione emotiva alimenta il giustizialismo, portando a “tribunali popolari” che ignorano la presunzione di innocenza. Gli indagati vengono condannati a livello mediatico prima ancora dei verdetti ufficiali. Ne è una dimostrazione un caso che studio da molti anni: quello di Lorenzo Bozano (Genova, maggio 1971). Si crea, infine, un senso di insicurezza ingiustificato, poiché il pubblico percepisce la criminalità come dilagante nonostante il calo statistico dei reati reali.

Dal “circo mediatico” al dibattito in tv e sui social

I rischi di una deriva giustizialista, di pregiudizi paralizzanti e di una errata rappresentazione della realtà non appartengono tuttavia solo al mondo del crimine raccontato dai media. Lo stesso possiamo dire della politica ridotta a guerra tra tifoserie sui social, oppure a gossip che occupa pagine intere dei giornali. Sulle guerre – dall’Ucraina alla Palestina, all’Africa – si gioca la partita della propaganda. Voci isolate, e spesso silenziate, si ergono a denunciare come l’economia delle élite condanni miliardi di persone all’indigenza, l’ambiente all’inquinamento e tante persone allo sfruttamento. I giornali, in compenso, ne parlano poco.

La preoccupazione di Saviano – secondo cui interessarsi al true crime distrae dalle stragi di migranti, dalla corruzione a Milano e dalle mafie – è poi passibile di un’osservazione critica fondata. Non è il pubblico a farsi distrarre dal true crime: sono i giornali che non danno spazio abbastanza a raccontare lo sfruttamento, la corruzione e le implicazioni legate alle mafie. E a raccontare la criminalità organizzata intrecciata con l’economia “pulita” e onesta.

La critica di Politi e Travaglio al “processo mediatico” dimentica che interessarsi del caso di Garlasco ha portato molti italiani a comprendere come funziona la giustizia penale. Il pubblico è preoccupato di magistrati che fanno condannare gli innocenti – con consulenti dalla dubbia imparzialità scientifica – più che essere attratto dal gossip sulla scena del crimine.

La vicenda di Garlasco – al di là quello che sarà l’esito di questa fase di inchiesta – dimostra che i processi indiziari sono spesso finiti con il violare la regola fondamentale che nel dubbio si assolve. E ha sollevato pesanti interrogativi sull’indipendenza, l’autonomia e l’onestà di qualche giudice. Non si tratta, quindi, di interesse pornografico per il macabro; ma di preoccupazione per certi pubblici ministeri forcaioli; e per certe giurie che condannano senza domandarsi come sono state svolte le indagini.

Proprio i dubbi sul caso di Chiara Poggi ci ricordano che si arriva al giusto processo, fissato dalla Costituzione, se vi sono state giuste indagini. E che la presunzione di innocenza significa anche indagare sulle piste e gli elementi che scagionano la persona sospettata; non solo su quelli che la “incastrano”.

Quanto al dibattito sui media, con il racconto inesauribile e di grande successo su Garlasco, chi segue canali YouTube di qualità – penso a DarkSideItalia e Oltre La Tempesta – ha potuto notare il grande apporto che il pubblico ha dato ad approfondire, analizzare e raccontare le indagini. Si chiama dibattito democratico, sia che si svolga parlando di politica, sia che si svolga parlando di giustizia. In entrambi i campi – per tacere dell’economia e del calcio – vi sono esagerazioni, abusi, atteggiamenti censurabili.

Il fatto che vi siano errori e degenerazioni, non toglie che si possa abolire il diritto di discutere di politica, di economia e di sport. Perché la giustizia dovrebbe essere sottratta al discorso pubblico e popolare? Solo le élite degli intellettuali, degli addetti ai lavori e di chi studia un certo settore del crimine hanno diritto di parola? Se così fosse, saremmo in pieno elitismo, con l’esclusione dei cittadini e delle cittadine dai diritti democratici.

Se un richiamo va fatto, allora, quello deve avere come destinatari giornalisti e comunicatori (giornaliste e comunicatrici) che prestano poca attenzione al crimine organizzato, che non denunciano la corruzione, che non puntano i fari sulle omissioni che portano alle stragi di migranti. Si tratta, anche qui, di ampliare una strada che è peraltro già aperta da esponenti del giornalismo e dei social media. Se poi Garlasco vince come audience, così come il calcio vince nell’audience rispetto ad altri sport, resterà comunque nel pubblico la passione per la logica, la discussione e la critica al mondo giudiziario. Ovvero, il sale della democrazia.

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