Giorgio Tauber parla come se stesse ancora preparando l’inaugurazione di un’attrazione. Non si limita a ricordare: progetta, immagina e costruisce scenari anche mentre racconta il passato. Sabato scorso, al Liston 12, davanti a ex collaboratori, amici e curiosi, l’ex direttore generale di Gardaland ha presentato Verona Elsewhere Ritorno – Il viaggio di una vita attraverso i parchi a tema, il suo ultimo libro, il decimo, che ripercorre oltre mezzo secolo di lavoro nel mondo dell’intrattenimento. Dai rifugi antiaerei ai grandi parchi europei, il filo conduttore resta sempre lo stesso: trasformare le idee in realtà.

Tauber, perché ha deciso di raccontare la sua vita in un libro?

Giorgio Tauber

«Prima di tutto perché credo sia giusto mettere nero su bianco certe esperienze. E poi perché volevo chiudere un cerchio qui, in Piazza Bra. Sono nato a due chilometri dall’Arena, in via Lastre. Verona è la mia città e ci tenevo che questa presentazione avvenisse qui».

Che infanzia è stata la sua?

«Sono nato nel periodo della guerra. Eravamo sfollati a Roverbella e ogni volta che arrivavano i caccia bombardieri americani correvamo nel rifugio. Mio nonno Angelo mi portava in braccio e io battevo sempre la testa contro l’entrata del bunker. Sono ricordi che restano dentro».

A quindici anni ha dovuto lasciare gli studi.

«Sì, ho smesso con la scuola e sono andato a lavorare alla Mondadori. Dovevo aiutare la famiglia e pagare le medicine a mia madre, che aveva problemi al cuore. Non è stato semplice, ma lì ho imparato una cosa fondamentale: l’organizzazione. Me la sono portata dietro per tutta la vita».

Poi arriva l’incontro che cambia tutto: Gardaland.

«Conobbi Livio Furini quando lavoravo al campeggio La Rocca di Bardolino. Era diventato un mio fornitore e col tempo nacque un’amicizia. Un giorno mi portò a vedere i disegni del progetto e mi disse: “Voglio fare il primo parco a tema d’Italia”. Mi chiese se volevo diventare direttore generale. Dopo dodici secondi avevo già detto sì».

Non tutti, però, capivano quella scelta.

«Assolutamente no. Molti pensavano fossi matto. Dicevano: “Vai a lavorare con i giostrai?”. Ma Gardaland non era quello. Era un’altra visione del divertimento».

Che atmosfera si respirava nei primi anni?

«Di lavoro continuo. Il giorno dell’inaugurazione, il 19 luglio 1975, l’ultimo camion uscì dal parco alle dieci e cinque del mattino. Io ero lì tutta la notte con cinquanta uomini per sistemare tutto. Erano anni in cui si costruiva davvero».

Lei ha definito Gardaland il suo “terzo figlio”…

«Perché è stato così. Ho un figlio, Andrea, una figlia, Bruna, e poi c’è stato Gardaland. Ci ho dedicato ventidue anni di vita. I primi dieci abbiamo seminato, dall’undicesimo in poi abbiamo raccolto».

Qual è stato il segreto di quella crescita?

«Cinque cose: creatività, personale motivato, organizzazione, concretezza e rispetto. Io credo nel fare, non nel promettere. E poi bisogna saper lavorare in squadra».

Negli anni Ottanta Gardaland arriva ai vertici europei.

«Nel 1988 con la “Valle dei Re” arrivò, per presenze, al quarto parco d’Europa. Poi nel 1992 arrivarono “I Corsari” e consolidammo quella posizione. Però dietro c’erano tanti sacrifici e tanti debiti pagati fino all’ultimo».

L’uscita da Gardaland resta ancora una ferita?

Giorgio Tauber mostra il suo ultimo libro al Liston 12 davanti al suo ritratto realizzato dal pittore Claudio Malacarne

«All’inizio sì. Ho sofferto molto. La gelosia e l’invidia di qualcuno hanno creato situazioni pesanti. A un certo punto, insieme alla mia famiglia, abbiamo deciso che era meglio andarsene. Lasciare una creatura che senti tua non è facile».

Dopo Gardaland, però, non si è fermato.

«No, perché la creatività non si spegne. Ho fondato il Giorgio Tauber Group, che si occupa di ideazione, progettazione e gestione di parchi a tema nel mondo. Abbiamo lavorato su progetti internazionali e continuiamo ancora oggi».

Oggi i parchi devono fare i conti con il virtuale e l’intelligenza artificiale. È una minaccia?

«No, perché il divertimento vero è quello che puoi toccare. La gente vuole vivere esperienze reali. Puoi usare tutta la tecnologia che vuoi, ma le persone hanno ancora bisogno di emozionarsi dal vivo».

Da dove nasce tutta questa energia, ancora oggi?

«Dalla creatività. È sempre stata la mia forza. Se hai la salute, la famiglia e la voglia di fare, allora continui ad andare avanti. Io ho ancora idee, progetti e persone valide attorno a me. E finché sarà così, continuerò».

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