Il mio primo ricordo di un terremoto risale a 7 anni, 2 mesi, 5 giorni e 6 ore prima dell’esatto momento in cui sono nata. Non c’ero il 6 maggio 1976, non ero ancora nata in quella terra che mi ha cresciuta e che proprio quella sera conobbe una frattura profonda, sotto la terra di chi la abitava.

Erano le 21:00 e pochi secondi del 6 maggio 1976 quando la terra in Friuli tremò: una scossa di magnitudo 6.4, quasi un minuto che parve infinito. L’epicentro, tra Gemona, Venzone e Osoppo, diventò in un attimo il centro di una ferita che si allargò a tutto il Friuli. Case, edifici e paesi interi si piegarono o scomparvero, lasciando dietro di sé solo polvere e detriti, spazi vuoti dove prima c’era vita. Vite inghiottite dalla terra e sepolte sotto le macerie. Il bilancio fu di 989 morti, migliaia di feriti e circa 100.000 sfollati, a cui si aggiunsero centinaia di repliche nelle ore e nei mesi successivi.

A mezzo secolo da quella sera, il 6 maggio 1976 non è solo una data ma uno spartiacque nella memoria del Friuli. Anche per chi, come me, non era ancora nato, quel terremoto è parte integrante della narrazione di un’identità e di un’appartenenza. Sono cresciuta ascoltando i racconti di quella sera e dei giorni che seguirono, nelle parole di chi c’era e in quelle, ripetute ogni anno, che si tramandavano come a non volerle lasciare svanire.

Essere nata e cresciuta in Friuli significa portare dentro questa storia: non come un ricordo personale, ma come una memoria condivisa, eredità di storie e di leggenda, come quella dell’Orcolat, la creatura della tradizione friulana che farebbe tremare la terra. Un modo antico di dare un volto alla paura e di renderla, in qualche modo, narrabile.

In questo intreccio collettivo si legano alle storie di tutti anche quelle più intime, che hanno il suono della famiglia. La voce di mia nonna raccontava come quel rombo che squarciò la sera le fosse sembrato quello degli aerei da guerra. Un pensiero che dice molto di cosa fosse il Friuli negli anni Settanta: una terra che stava ancora rimarginando le ferite profonde lasciate da decenni di conflitti, dove il rumore della terra che crolla poteva somigliare, troppo, a quello già conosciuto. E poi c’è la storia dei miei genitori, che pochi mesi dopo avrebbero dovuto sposarsi a Nimis ma la chiesa non c’era più, e così furono costretti a cambiare luogo.

Anche questo è stato il terremoto:  non ha cambiato solo ciò che è stato distrutto, ma ha costretto a reinventare, spostare e ricominciare comunque, dentro una quotidianità che tentava di rimettersi in piedi.

La prima pagina del Messaggero Veneto del  7 maggio 1976

Il dopo, in Friuli, non è stato solo un tempo di attesa ma una scelta collettiva. La ricostruzione non ha ignorato i paesi: li ha rimessi in piedi partendo da chi li abitava. Case ricostruite dov’erano, comunità ricucite senza essere disperse, un ritorno ostinato, com’è nel carattere dei friulani, ai luoghi di sempre. Da qui nasce il “modello Friuli”, la capacità di trasformare una ferita profonda in un lavoro comune, discusso, condiviso e concreto. Un lavoro che ha restituito non solo gli edifici, ma un senso di appartenenza più forte.

Nel tempo, la ricostruzione è diventata quasi una narrazione condivisa, qualcosa che sfiora la memoria collettiva e si trasforma, per chi l’ha vissuta e per chi l’ha ereditata, in una sorta di storia fondativa. Una storia che oggi ha bisogno di ripercorrere tutti i suoi capitoli e i suoi protagonisti, anche quelli meno raccontati, come gli operai della Krivaja, arrivati dalla Bosnia e dalla Jugoslavia, che lavorarono nei cantieri del Friuli accanto alla popolazione locale. Una solidarietà fatta di fatica quotidiana e lavoro condiviso, che contribuì a rimettere in piedi ciò che il terremoto aveva spezzato (per approfondire si faccia riferimento alle note a fine articolo)

Una storia. quella del terremoto del 1976, che non può disperdersi nel mito, ma che deve affermarsi come memoria collettiva, condivisa, esperienza e testimonianza. Un anniversario, oggi,  che non chiude, ma continua a tenere insieme passato e presente. Per chi non c’era, per chi quel giorno l’ha sempre sentito raccontare, e soprattutto per chi dopo non c’è più stato, affinché nulla venga cancellato.

Consigli per approfondire:

  • Il sito  https://www.tieremotus.it/  sul museo e archivio a cura dell’Associazione Comuni Terremotati e Sindaci della Ricostruzione del Friuli.
  • Orcolat, 2026, il film documentario di  Federico Savonitto con la voce narrante di Bruno Pizzul
  • Dalle macerie la speranza. Scritti sul terremoto del Friuli” (Scholé-Morcelliana, 2026) la raccolta degli scritti del frate e poeta David Maria Turoldo sul terremoto
  • il libro di Giada Mesetti uscito a fine aprile “Quando tornano le rondini. Friuli 1976: memorie di un terremoto” (Mondadori, 2026)
  • La notte che il Friuli andò giù”  (aa.vv. Bottega Errante Edizioni, 2016) un libro che raccoglie dieci voci per raccontare il terremoto nel 1976
  • Il podcast 900 Pietre, podcast a cura di Il Bo Live – Università di Padova (https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/9000-pietre-terremoto-friuli-50-anni-dopo)
  • Per approfondire la storia degli operai della Krivaja  si consiglia il capitolo “L’orcolat e la Krivaja: a passeggio sulle macerie di una storia rimossa” di Angelo Floramo dal libro “Quel che resta di un giorno. Un calendario civile per il Friuli Venezia Giulia” a cura di Alessandro Cattunar, edito da Bottega Errante Edizioni.

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