Irene Ranaldi è oggi una delle sociologhe più attive nello studio dei fenomeni urbani contemporanei e delle trasformazioni legate ai flussi di massa. La incontriamo in occasione della sua presenza a Verona per presentare il suo ultimo libro, “Geografie della gentrification. Viaggio nell’Italia dell’iperturismo”, un lavoro che attraversa città e quartieri per raccontare come il turismo stia ridefinendo spazi, economie e relazioni sociali. Dalle prime ricerche condotte quando il termine “gentrificazione” era ancora poco diffuso, fino alle riflessioni più recenti sulla turistificazione, Ranaldi offre uno sguardo lucido su un cambiamento che riguarda da vicino la vita quotidiana di milioni di persone. In questa intervista approfondiamo con lei cosa sta accadendo alle nostre città e cosa rischiamo di perdere.

Quando ha iniziato a studiare la gentrificazione il termine era poco usato. Quando è diventato necessario e cosa ci ha permesso di vedere?

«Quando ho iniziato a occuparmene, nel 2008, durante il mio dottorato di ricerca in metodologia qualitativa, in Italia non esisteva ancora una vera bibliografia sul tema se non sporadici articoli accademici. Alcuni docenti mi scoraggiarono, ma io decisi di proseguire, anche grazie a un periodo di ricerca a New York, dove ho osservato quartieri come Astoria, nel Queens, mettendoli in relazione con Testaccio a Roma nel centro storico. La gentrificazione diventa una parola necessaria quando globalizzazione e neoliberismo trasformano la città in una merce. Non è più solo uno spazio da abitare, ma un valore da mettere a reddito.

Le piattaforme di affitti brevi hanno accelerato questo passaggio: prima le seconde case, poi anche quelle di residenza. Abbiamo così iniziato a vedere ciò che prima non sapevamo nominare: la riduzione degli affitti a lungo termine, la sostituzione degli abitanti con flussi temporanei, e una trasformazione profonda del commercio urbano. Il banco di verdure diventa street food, il parrucchiere un deposito bagagli, le lavanderie lavorano per i b&b. È un cambiamento che investe la vita quotidiana prima ancora dell’economia.»

Quando ha capito che il suo quartiere di residenza non era più lo stesso?

«Più che un momento preciso, è stato un processo. Ma uno spartiacque c’è stato: la trasformazione del vecchio mercato di piazza Testaccio. Era obsoleto, certo, ma era il cuore sociale del quartiere. La sua demolizione e il trasferimento hanno prodotto una piazza più bella, ma anche più affollata e meno abitabile per i residenti. Oggi Testaccio è attraversato da flussi continui di turismo ed è raccontato soprattutto come luogo del consumo, in particolare gastronomico. Ma è un quartiere molto più complesso, ricco di storia e memoria, che rischia di essere semplificato.»

Che rapporto c’è tra gentrificazione e turistificazione?

«La turistificazione è una forma specifica di gentrificazione. Se la prima sostituisce una popolazione con una più abbiente, la seconda sostituisce la comunità con un flusso continuo e temporaneo. Alle relazioni quotidiane si sostituiscono i trolley nei cortili. Il problema non è che le città cambiano, ma come e per chi cambiano. Quando gli spazi di vita diventano piattaforme di consumo, perdiamo qualcosa di fondamentale.»

Le città stanno diventando tutte uguali?

«Non del tutto, ma molte città occidentali, soprattutto nelle aree centrali, stanno assumendo tratti simili: stessi negozi, stessi modelli immobiliari, stessi consumi. La differenza continua a farla la presenza di comunità locali e di reti sociali che resistono.»

La gentrificazione porta anche benefici?

«Alcuni sì: una maggiore qualità materiale degli spazi, servizi migliori, una percezione di sicurezza più alta. Ma questi miglioramenti arrivano spesso solo quando cambia il target sociale. Anche i benefici economici sono spesso sopravvalutati. L’idea di guadagni facili con gli affitti brevi è in molti casi un’illusione: tra costi di gestione, tasse e concorrenza, si tratta di un’attività complessa, non di una rendita automatica.»

Cosa perdiamo davvero quando un quartiere cambia?

«Perdiamo le infrastrutture relazionali: reti di fiducia, abitudini condivise, forme di controllo informale. Perdiamo anche qualcosa di più sottile: la possibilità di essere anonimamente riconosciuti. Nei quartieri popolari puoi essere invisibile ma appartenere; nella città gentrificata diventi visibile, ma non riconosciuto. E cambiano i significati: una panetteria non è intercambiabile con un brunch bar.»

E cosa guadagniamo?

«Un aumento del valore simbolico: il quartiere diventa desiderabile, entra nelle mappe globali. Per alcuni si aprono opportunità economiche, ma spesso precarie. Il punto è che questo valore raramente resta a chi abita quei luoghi.»

Nel suo ultimo libro presentato a Verona parla di città che “recitano sé stesse”.

«Sempre più spesso le città mettono in scena un’immagine costruita per il turismo. Roma deve essere “romana”, Napoli “napoletana”, i borghi sembrano fermi nel tempo. Anche chi lavora nel turismo finisce per interpretare un ruolo, performando un’autenticità che rischia di diventare artificiale.»

Da dove possiamo iniziare per contrastare questi processi?

«Non esistono soluzioni semplici ma possiamo partire dalle nostre scelte. Muoverci lentamente, evitare i percorsi saturi, adattarci ai tempi dei luoghi che visitiamo. Scegliere significa questo: osservare, capire, e ricordare che ogni nostra presenza contribuisce a costruire – o svuotare – gli spazi che attraversiamo. Non si tratta di smettere di viaggiare, ma di imparare ad abitare i luoghi senza consumarli ma assaporandone tutte le sfumature.»

Il recente evento in Sala Birolli con Irene Ranaldi, organizzato in collaborazione con Libreria Gulliver

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