“Il diavolo veste Prada 2”: c’è ancora spazio per la bellezza?
Recensione del film di David Frankel, il sequel del successo globale datato 2006, che mostra il mondo della moda all'interno delle dinamiche lavorative odierne.

Recensione del film di David Frankel, il sequel del successo globale datato 2006, che mostra il mondo della moda all'interno delle dinamiche lavorative odierne.

Era il 2006 quando usciva Il diavolo veste Prada, vent’anni fa: un’era geologica, se pensiamo a quanto è cambiato il mondo dell’editoria. Un sequel del successo globale diretto da David Frankel, dunque, non è soltanto un’operazione commerciale, ma il tentativo di adattarsi a dinamiche lavorative completamente mutate, in cui il potere verticale degli editori si è dissolto, svanito nell’etere di un universo dominato da multinazionali che mescolano senza gerarchie informazione, moda e tecnologia. Come può allora essere ancora attuale una figura come Miranda Priestly in un mondo che non legge più la carta stampata e preferisce la fruizione di contenuti in cui è l’immagine (da scrollare) a imperare?
Appunto, non può.
Ed è proprio in questa direzione si muove il film, proponendosi prima di tutto come una riflessione su un’epoca ormai sul viale del tramonto. Non è un caso che, in una delle prime sfilate, la macchina da presa indugi su persone che puntano lo smartphone verso sé stesse invece che sugli abiti. Mostrarsi per comparire sugli schermi altrui, sorvolando sulla bellezza: un ribaltamento netto rispetto al primo film, in cui l’estetica era ancora centrale. Il punto ormai è di non ritorno verso un narcisismo patologico (una questione che sarà alla base di uno dei colpi di scena finali). Allo stesso modo, l’alta moda è ormai entrata nelle case di tutti: se un tempo una borsa da cento dollari era un privilegio per pochi, oggi non è più impensabile che una casalinga ne possieda una da tremila.
Parallelamente, l’importanza della cultura si è infeltrita come un maglione ceruleo di un discount, mentre avanza un’alluvione di incompetenza sostenuta dal capitale, con inserzionisti pronti a tagliare ovunque pur di mantenere una stabilità sempre più fragile.
Emblematica, in questo senso, è una scena: per fare spazio al ritorno imposto dall’alto di Andy (Anne Hathaway) a Runway, Miranda è costretta a licenziare una persona laureata. Il momento, quasi comico considerando la natura del personaggio interpretato da Meryl Streep, rivela invece con lucidità dinamiche lavorative fin troppo reali.

La moda passa quasi in secondo piano, perché oggi a lottare per sopravvivere è l’intero sistema che gravita attorno ad essa. Non mancano, ovviamente, momenti che flirtano con la commedia e basati sui contrasti caratteriali dei personaggi, ma il tono de Il diavolo veste Prada 2 è funereo nonostante il finale faccia presagire fiducia nel futuro. Il film strizza l’occhio ai fan del primo capitolo attraverso i costumi e non risparmia frecciate a una contemporaneità ossessionata dal non offendere e da un linguaggio saturo di inglesismi vuoti. Eppure, la fascinazione per quel luogo di potere — con tutte le sue ambiguità — appare ormai sbiadita, tendente a un pantone grigio: un glamour più dichiarato che realmente influente.
D’altronde, anche il diavolo deve scendere a patti con il nemico.
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