Nel suo recente viaggio in Africa, Papa Leone XIV ha rivolto parole forti contro i “signori della guerra”. Li ha accusati di «fingere di non sapere che basta un attimo per distruggere, mentre spesso ci vuole una vita intera per ricostruire» e di chiudere gli occhi di fronte ai «miliardi di dollari spesi per uccidere e devastare, mentre le risorse per la cura, l’istruzione e la ricostruzione non si trovano mai». La frase più significativa del suo discorso è però quella conclusiva: «Il mondo è devastato da una manciata di tiranni».

Ciò che colpisce è la sovrapposizione tra “signori della guerra” e “tiranni”, nonché il contrasto tra il potere assoluto e crudele che questi esercitano e la loro apparente esiguità numerica. È indubbio che esista un legame profondo tra tirannia e guerra. Il tiranno – o il dittatore, per usare un termine più comune – ha bisogno di due tipi di conflitto: una guerra interna, fatta di apparati polizieschi per intimidire e reprimere il dissenso, e una guerra esterna (spesso contro nemici esagerati o inesistenti) per compattare la nazione e distogliere l’attenzione dai problemi interni.

Le sofisticate forme di tirannia

Ma si tratta davvero di una semplice “manciata” di tiranni? L’espressione suggerisce che il problema sia circoscritto e, in teoria, affrontabile. La realtà, tuttavia, è più complessa. Se ci atteniamo alla definizione classica di tiranno (come quella offerta dalla Treccani), il loro numero appare effettivamente limitato: furono tiranni Pinochet in Cile, Franco in Spagna, e lo sono ancora oggi alcuni leader in qualche Paese africano o asiatico. Tuttavia, la tirannia contemporanea assume spesso forme più sofisticate e insidiose. Si presenta sotto vesti apparentemente democratiche, dove parlamenti e separazione dei poteri sono meri paraventi di un potere sostanzialmente assoluto.

È il caso della Russia di Putin, della Cina di Xi Jinping, della Turchia di Erdoğan, dell’Egitto di al-Sisi, della Bielorussia di Lukašenko e di molti altri regimi. Ma la tirannia non riguarda solo i regimi autoritari espliciti. Anche nel mondo occidentale, da sempre considerato culla della democrazia, essa avanza in forme più subdole attraverso un sistema economico che controlla flussi finanziari, risorse energetiche, materie prime, armi, narrazioni mediatiche, che tengono sotto ricatto le sovranità popolari.

Le democrazie occidentali fra i signori della guerra

Che dire di Israele, spesso presentato come l’unica democrazia del Medio Oriente, il cui governo conduce da anni una guerra espansionistica che molti definiscono genocida? E degli Stati Uniti, considerati un modello di democrazia, perennemente impegnati in conflitti per difendere il proprio dominio economico e geopolitico? Anche l’Unione Europea, incapace di spendersi con forza per soluzioni diplomatiche nel conflitto russo-ucraino e restia a prendere le distanze dalle azioni militari più controverse di Israele e USA, inizia a collocarsi tra i “signori della guerra”.

Le guerre rappresentano solo la punta visibile dell’iceberg di una violenza strutturale profondamente radicata in un sistema economico orientato a garantire ed accrescere privilegi e disuguaglianze. È l’eterna tensione tra capitale e lavoro, tra accumulazione di ricchezza e condivisione dei beni comuni della Terra. Papa Leone XIV ha concluso il suo intervento con un’immagine carica di speranza: «Il mondo è devastato da una manciata di tiranni, eppure è tenuto insieme da una moltitudine di fratelli e sorelle solidali».

Laicamente possiamo tradurre questa visione dicendo che è il lavoro – inteso nella sua accezione più ampia – a tenere insieme la società umana: difendendo i valori sociali, compensando con la solidarietà le disuguaglianze amplificate da una finanza globale spesso predatoria, e preservando una democrazia costantemente sotto ricatto.

Queste sono le grandi sfide che il mondo del lavoro è chiamato ad affrontare oggi.

E Buon Primo Maggio a tutte e tutti.

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