Per tre giorni, dall’1 al 3 maggio, Artinrete 2026 trasforma Verona in una costellazione di luoghi e linguaggi contemporanei. Non un unico centro, ma una rete che si espande tra città antica, Veronetta e ZAI, coinvolgendo musei, gallerie, teatri, collezioni e spazi indipendenti. Mostre, performance, incontri, workshop e concerti costruiscono un percorso urbano in cui l’arte diventa esperienza condivisa e quotidiana.

Dietro questa architettura diffusa c’è ArtiVer, realtà nata per colmare un vuoto e mettere in relazione energie spesso isolate. Un progetto che, come racconta il presidente Alberto Battaggia, non si limita all’evento ma punta a ridefinire il ruolo della città nel panorama culturale contemporaneo.

Presidente Battaggia, ArtVer è nata circa due anni fa con una missione precisa. Quali erano i nodi che vi eravate prefissati di sciogliere e a che punto siamo oggi?

«ArtVer è nata proprio per affrontare le criticità storiche dell’arte contemporanea a Verona. I nodi erano essenzialmente due: la cronica mancanza di spazi espositivi adeguati — dato che la Gran Guardia, pur centrale, non è climatizzata ed è spesso sovraccarica — e, di conseguenza, la carenza di un palinsesto espositivo strutturato. Oggi posso dire che stiamo facendo passi avanti decisivi, soprattutto sul fronte degli spazi.»

A questo proposito, si parla molto del futuro di Palazzo Forti. Qual è la situazione attuale?

Alberto Battaggia durante la conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa

«Abbiamo lavorato a stretto contatto con l’amministrazione e Fondazione Cariverona. Sebbene non ci sia ancora una formalizzazione giuridica, è in corso una negoziazione serrata tra i due enti per una riapertura stabile del centro espositivo. Il Comune ha già investito risorse importanti per risolvere le criticità tecniche. Palazzo Forti ha riaperto parzialmente e, pur non essendo ancora climatizzato, il confronto è ben avviato. L’obiettivo è renderlo il vero volano dell’arte contemporanea in città.»

Parliamo dei festival: “Artinrete” è arrivato alla sua seconda edizione. Che bilancio trae da questa esperienza?

«Le edizioni 2025 e 2026 hanno dimostrato che “fare sistema” non è solo uno slogan, ma una strategia vincente. Nonostante le risorse limitate, abbiamo messo in rete attori del territorio che ArtVer ha saputo valorizzare. quest’anno abbiamo una sezione al Teatro Ristori che ospiterà, in una serie di incontri, artisti italiani di fama internazionale, come Emilio Isgrò e Claudio Verna. Accanto, altre iniziative a Palazzo Forti, destinate ad un pubblico più ampio, di carattere musicale e coreografico. E poi visite alle collezioni private e le mostre delle gallerie. È la prova di una vivacità culturale che aspettava solo di essere messa a frutto.»

Qual è l’ambizione a lungo termine di ArtVer per la città di Verona?

«Siamo convinti che Verona sia matura per compiere un salto di qualità. Accanto alla straordinaria tradizione medievale e moderna, e al polo monumentale della stagione lirica — che resta il nostro principale richiamo internazionale — vogliamo creare un secondo polo di attrazione culturale legato al contemporaneo. I tasselli si stanno unendo. Oltre alla Galleria d’arte moderna, abbiamo Palazzo Forti, il Silos di Ponente di Santa Marta, gli Scavi scaligeri per la fotografia e, in prospettiva, l’Arsenale.»

Questa spinta verso il contemporaneo è solo un’operazione di marketing territoriale o c’è dell’altro?
«Assolutamente no. Non si tratta di aggiungere l’ennesimo richiamo turistico, ma di ridefinire l’identità stessa della città. La cultura contemporanea, con il suo approccio critico, è lo strumento di cui abbiamo bisogno per riflettere sul presente e connetterci alle correnti più vive del mondo di oggi.»

In conclusione, come definirebbe il percorso fatto finora?
«Il festival non è un episodio occasionale o un “contentino” alla città. È parte di una strategia complessiva e coerente che ArtVer sta portando avanti con determinazione. Stiamo dimostrando che, con una visione chiara, Verona può diventare una capitale del contemporaneo.»

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